Cina: Montezemolo, Pmi cuore del made in Italy

15 Settembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Le piccole e medie imprese “sono il vero cuore del sistema produttivo italiano” e “per la grande Cina non sempre occorre essere grandi”. Così, intervenendo al Forum Economico Italia-Jiangsu di Nanchino, uno dei principali appuntamenti della missione imprenditoriale organizzata da Confindustria, Ice e Abi in Cina, il presidente di viale dell’Astronomia, Luca Cordero di Montezemolo, tira la volata alla Pmi italiane decise a conquistarsi un posto al sole nel mercato più grande del mondo. Le Pmi italiane, afferma Montezemolo, “non hanno timore di spingersi su mercati lontani e di affrontare la competizione internazionale”, perché “hanno un prezioso know how, hanno qualità di prodotto, forza del marchio, creatività e dinamismo”. Sono il cuore del made in Italy, che “è simbolo di eccellenza”. Per questo, secondo il leader degli industriali, le piccole e medie imprese tricolori rappresentano “una straordinaria opportunità di partnership” per il sistema industriale cinese. A loro, specifica, “è destinata e dedicata questa missione”. Ricordando il suo ruolo di presidente di Fiat, che proprio a Nanchino ha uno stabilimento di produzione di autoveicoli, Montezemolo spiega di aver “utilizzato la presenza di Fiat per creare relazioni utili al sistema delle nostre Pmi”, perché, aggiunge, “la forza di trascinamento delle grandi imprese italiane all’estero credo sia la strada giusta”. Parlando di fronte alla autorità della provincia dello Jiangsu, con la quale è particolarmente attiva a collaborazione italiana, Montezemolo sottolinea infine la correttezza di scelta di “un approccio regionale, in un grande mercato come la Cina”. Intanto il presidente dell’Abi, Corrado Faissola, auspica “la progressiva rimozione da parte delle autorità cinesi, in linea con gli impegni assunti nell’ambito del Wto, di quelle restrizioni che ancora oggi ostacolano l’operatività” delle banche straniere. Tra i vincoli che in Cina ancora permangono per gli istituti di credito esteri, Faissola ricorda in particolare i requisiti di capitalizzazione troppo elevati ed applicati alle singole succursali, sebbene non siano entità giuridiche indipendenti; le limitazioni per l’ottenimento dell’autorizzazione ad operare in valuta locale, che può essere richiesta solo dopo tre anni di attività (di cui due in utile); l’impossibilità, per le banche estere, di emettere garanzie a favore di banche cinesi sui finanziamenti in yuan concessi ai propri clienti da queste ultime e il divieto di conversione in yuan dei finanziamenti erogati in valuta straniera dalle succursali estere alla clientela. Riferendosi invece al ruolo delle banche italiane verso le imprese del made in Italy che operano o vogliono operare in Cina, Faissola garantisce che il sistema creditizio nazionale intende “infondere fiducia agli imprenditori italiani”, che “devono avere la certezza che le banche sono in grado di sostenere i loro progetti anche al di fuori dei confini nazionali”. In Italia, conclude il presidente dell’Abi, “c’è un sistema bancario capace di offrire le soluzioni migliori”.