CINA, I CAPITALISTI
SI INCHINANO
A HU JINTAO

17 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Nel 1793 Lord George Macartney, ambasciatore di re Giorgio III in Cina, rifiutò di sottoporsi alla cerimonia del kow-tow, il ripetuto inchino di sottomissione all´imperatore; ci pensarono poi le cannoniere britanniche a ottenere l´apertura dei mercati cinesi. I rapporti di forza sono cambiati e ieri 800 amministratori delegati e top manager, ambasciatori del capitalismo occidentale, sono accorsi a Pechino a omaggiare il presidente cinese Hu Jintao che ha le chiavi del mercato più promettente del mondo.

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L´occasione è il Global Forum 2005 organizzato dal magazine economico americano Fortune, con il titolo «China and the New Asian century» (la Cina e il nuovo secolo asiatico). Hu Jintao ha accolto i vip nel tempio del potere cinese: nel salone d´onore dell´Assemblea del Popolo, in piazza Tienanmen. Quando è salito sul podio il presidente della Repubblica popolare, gli 800 industriali e banchieri sono scattati in piedi per un´ovazione: l´entusiasmo era quello che Mao Zedong raccoglieva sulla stessa piazza fra le Guardie rosse della rivoluzione comunista.
In sala era rappresentata una bella percentuale del fatturato di tutto il pianeta: i presidenti di gruppi industriali dalla General Motors alla Bmw alla Sony, i giganti della distribuzione Wal-Mart e eBay, i chief executive delle banche americane Citigroup, Morgan Stanley e Goldman Sachs.

In tutto, 77 fra le 500 più grandi multinazionali del mondo hanno inviato i loro vertici. Hu Jintao non li ha delusi. «La Cina e l´Asia stanno diventando il nuovo motore della crescita mondiale – ha detto il capo dello Stato e del partito comunista – . Entro 15 anni il nostro Pil sarà quadruplicato e raggiungeremo un reddito pro capite di 3.000 dollari (il triplo dell´attuale, ndr). Già oggi siamo un mercato da 560 miliardi di dollari all´anno, e abbiamo attirato in Cina 500.000 imprese straniere».

Sono cifre che i capitalisti riuniti all´Assemblea del Popolo conoscevano a memoria prima di arrivare a Pechino. In volo sui loro jet privati avranno studiato l´ultimo rapporto del Credit Suisse First Boston secondo cui i consumi dei cinesi cresceranno del 18% all´anno per dieci anni di fila, contro una crescita del 2% annuo dei consumi americani. Naturalmente gli americani partono da un livello molto più alto, rispetto al potere d´acquisto del cinese medio. Tenuto conto della dimensione della popolazione, tuttavia, gli economisti del Credit Suisse First Boston si spingono fino ad affermare che entro il decennio «i consumatori cinesi avranno sostituito quelli americani, come principale traino della domanda economica globale», diventando un mercato da 3.700 miliardi di dollari, per di più molto aperto ai prodotti stranieri.

Il Forum di Fortune è una conferma dell´attrazione fatale che spinge le multinazionali verso la Cina. L´anno scorso questo paese è stato la principale meta degli investimenti mondiali, con un afflusso di capitali di 153 miliardi di dollari (di cui 61 miliardi in investimenti esteri diretti, in particolare creazioni di nuove fabbriche). Oggi la Cina ha addirittura bisogno di moderare questa invasione di capitali stranieri. Oltre agli investimenti produttivi infatti si è creata una corrente di «denaro caldo» speculativo, alimentata dalle attese di una rivalutazione della moneta cinese, il renminbi. Ieri il governo ha smentito che sia imminente una modifica del cambio. Il premier Wen Jiabao, riferendosi alle pressioni esercitate dagli americani perché la Cina rivaluti (rendendo così un po´ meno competitive le sue esportazioni) ha ribattuto che «la riforma della politica del cambio è una questione che rientra nella nostra sovranità. Politicizzarla, aumentare le pressioni attraverso i mass media, non aiuterà a risolvere i problemi».

I problemi sono anzitutto il gigantesco deficit estero degli Stati Uniti, ormai oltre 600 miliardi di dollari. Cedendo alle pressioni protezionistiche, George Bush venerdì scorso ha deciso di reintrodurre delle limitazioni quantitative (quote) su alcuni prodotti di abbigliamento «made in China»: camicie, pantaloni e maglieria. È una battuta d´arresto rispetto all´apertura delle frontiere che era scattata in tutto il mondo il primo gennaio scorso, in applicazione di accordi firmati dieci anni fa. I cinesi hanno reagito accusando Washington di «mettere in pericolo tutto il sistema degli scambi multilaterali». Il ministro del Commercio estero Chong Quan ha detto che la misura protezionistica decisa da Bush «tradisce lo spirito e la sostanza degli accordi firmati nel Wto, e intacca la fiducia dei cinesi nelle regole internazionali».

Ha aggiunto che la Cina si riserva di prendere delle contromisure. Da che parte stiano, in questa contesa, gli 800 ambasciatori del capitalismo mondiale riuniti a Pechino, non è difficile indovinarlo. Il 60% delle esportazioni «made in China» in realtà sono fabbricate qui da multinazionali americane, giapponesi, tedesche, francesi, inglesi, e perfino da aziende italiane. La guerra mercantile contro la Cina finirà per colpire anche loro.

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