Cina: due Pmi italiane su tre puntano su Pechino

11 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

La Cina è ancora vista come una minaccia da oltre metà delle industrie italiane (57 per cento) attive in settori aggrediti dai concorrenti orientali, ma sale al 63 per cento la quota delle aziende che puntano sul gigante asiatico come sbocco commerciale o area per insediamenti produttivi. È quanto emerge dalla ricerca “Cina, minaccia o opportunità?”, realizzata per il secondo anno da Summit, società di consulenza ed education, guidata da Franco D’Egidio, specializzata nella misurazione e sviluppo del capitale intellettuale e dei processi di cambiamento della cultura aziendale. L’indagine è condotta intervistando 500 imprenditori e top manager di imprese manifatturiere toccate dal fenomeno Cina: abbigliamento, calzature, accessori, meccanica, elettronica e robotica, arredamento, apparecchi domestici, ceramica, giocattoli.
Scende dal 63 per cento al 41 per cento, rispetto a un anno fa, la quota di aziende che ritiene in qualche modo utile l’introduzione di dazi sui prodotti cinesi. Sale, invece, dal 37 per cento al 59 per cento la quota di manager e imprenditori che considera i dazi inefficaci, a causa del divario di prezzo incolmabile con i prodotti orientali. Le misure più richieste dal sistema industriale sono norme e attività per contrastare la contraffazione dei prodotti (100 per cento) e per imporre ai prodotti made in China standard di sicurezza simili a quelli in vigore nell’Unione europea (99 per cento). Molto gettonata (95 per cento) anche l’introduzione per i prodotti importati di un certificato di responsibilità sociale, che attesti il rispetto delle regole sul lavoro (contratti, minori e non discriminazioni).
I limiti alle importazioni vengono visti con favore solo dal 45 per cento delle imprese. In generale, la Cina è vista come una minaccia da circa il 37 per cento delle imprese manifatturiere interpellate da Summit (53 per cento nel 2005). Il 20 per cento la vede sia come minaccia che come opportunità (26 per cento) e il 43 per cento la vede come un’opportunità (21 per cento). Supera ormai un terzo il numero delle aziende (36 per cento) che vede concrete possibilità di commercializzare i propri prodotti nel vasto mercato del gigante asiatico, anche se non sempre immediate.
Quasi due terzi degli imprenditori (61 per cento) guarda alla Cina come un’area dove produrre in modo competitivo per poter poi esportare verso altre aree, come gli Stati Uniti. Cresce in modo significativo rispetto allo scorso anno il numero di aziende pronta a investire in Cina per attività produttive o commerciali: dal 19 al 24 per cento.
Per affermare il made in Italy e resistere all’avanzata dei prodotti cinesi, gli imprenditori puntano a un mix di fattori, incentrati sulla qualità dei prodotti, il rafforzamento del brand e il capitale umano. Al primo posto, in particolare, balza la motivazione delle risorse umane (81 per cento rispetto al 67 per cento del 2005). Gli altri fattori chiave sono: ricerca e innovazione continua (75 per cento), qualità di prodotti e servizi (72 per cento), brand design (70 ) e comunicazione (64 per cento). Nell’ambito della ricerca e innovazione continua, le aziende ritengono molto importante non solo lo sviluppo di prodotti e servizi (68 per cento), ma anche la conoscenza dei mercati (58 per cento), l’introduzione di nuovi sistemi produttivi o distributivi (55 per cento), la semplificazione delle procedure (51 per cento) e la tutela dell’ambiente e la sicurezza (49 per cento).
Nel campo delle risorse umane imprenditori e manager, intervistati da Summit, considerano molto importanti fattori come il lavoro di squadra (82 per cento), l’entusiasmo (81 per cento), l’orientamento al servizio del cliente (74 per cento) e la condivisione degli obiettivi (70 per cento). Sempre più importante, inoltre, l’integrazione delle diversità (54 per cento). “La ricerca conferma che ormai la Cina è vista più come un’opportunità che come una minaccia – osserva D’Egidio, amministratore delegato di Summit- e i dazi non servono. La vera competizione si gioca sui fattori intangibili: il capitale umano, la cultura d’impresa, la leadership, la ricerca e innovazione continua, la reputazione e la forza del brand. Chi concentra i suoi sforzi su questi fattori diventa inimitabile. I prodotti si possono copiare, la tecnologia si acquista, le idee si imitano e le best practice si adottano. Ma i fattori intangibili non si possono replicare: sono il patrimonio genetico che distingue una azienda dalle altre”. In Italia, ci sono diversi casi eccellenti di imprese che puntano la loro strategia sui fattori intangibili. Per esempio, Brembo, Tecnogym, Intercos, Ferrari, Teddy e Tod’s.