Cina: critiche da Angola e Nigeria

8 Novembre 2006, di Redazione Wall Street Italia

Si è appena concluso il summit Cina-Africa, la stampa cinese loda ancora i successi del vertice e il ruolo sempre più importante del paese nella politica mondiale, che già i dirigenti di Pechino devono fare i conti con una ben diversa realtà. A margine degli incontri ufficiali, due alti funzionari di Nigeria e Angola hanno dichiarato alla stampa straniera che i rapporti petroliferi fra la Cina e i loro paesi non sono poi così idilliaci. La Nigeria, sconvolta dalla guerra civile, non è in grado di assicurare il fabbisogno richiesto dalla Cina, mentre l’Angola sembra determinata a non creare una dipendenza dal colosso asiatico ma a voler differenziare i propri clienti. Il vice ministro degli Affari Esteri angolese, Chikoti, ha fatto sapere alla stampa estera, proprio alla fine del summit, che il suo paese non intende riservare nessun trattamento di favore alla Cina, di cui l’Angola è il primo fornitore di greggio avendo sorpassato addirittura l’Arabia Saudita. “Più di 30 compagnie straniere lavorano con noi all’estrazione del petrolio, e nessuna sarà tratta in modo preferenziale. Per quanto riguarda il petrolio siamo un libero mercato – confida Chikoti – “. Ma, nonostante la punta di orgoglio dell’alleato africano, resta difficile credere alle parole del vice ministro. Con un ultimo prestito a condizioni agevolate di 4 miliardi di dollari erogato quest’anno, la Cina ha fatto bene i propri calcoli e ha saputo mettere le mani su ciò che desidera giocando la carta pacifica dell’aiuto economico ed umanitario. Difficilmente i paesi di provenienza delle altre compagnie potranno fare altrettanto. In Nigeria invece gli aiuti non serviranno a far pendere la bilancia dal lato della Cina perchè il problema, qui, è di altra natura. Lo ha detto chiaramente il ministro nigeriano per il petrolio, Edmund Daukoru, anche lui alla stampa straniera e a margine del summit: “Nelle condizioni attuali di ripetuti attacchi nella regione del Delta del Niger, non siamo in grado di evadere gli ordini degli acquirenti esteri. Una condizione di pace gioverebbe a questi ultimi e in primo luogo alla Cina”. Dall’inizio dell’anno gli attacchi dei ribelli ai pozzi petroliferi della regione del Delta del Niger hanno determinato perdite di 500 mila barili al giorno.