CHI VUOLE INVADERE L’ ARABIA SAUDITA. E PERCHE’

29 Settembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*di Tanya C. Hsu da Global Research

(WSI) – Il nuovo film di Michael Moore, “Fahrenheit 9/11”, ha fatto un grosso favore ad alcuni dei fautori di una guerra sulla penisola araba. Il film ottiene ciò che infinite pagine di studi e discussioni deI think-tank conservatori (commissioni di esperti) e ore di pubbliche relazioni e libri non possono ottenere: versare benzina sulle scintille anti-saudite già accese negli Stati Uniti.

Il film di Moore critica aspramente i sauditi non solo per le loro relazioni d’affari ma anche per aver lasciato gli Stati Uniti dopo l’attacco dell’11 settembre 2001, così come hanno fatto molti funzionari non sauditi lo stesso giorno in cui vennero autorizzati particolari voli. L’enorme popolarità di questo documentario ha diffuso il messaggio anti-saudita ad un intero nuovo mercato ed è solo l’ultima manifestazione delle varie ragioni che potrebbero far attuare un vecchio piano di guerra: invadere e occupare il Regno dell’Arabia Saudita.

Nonostante il suo produttore progressista e del pubblico a cui si rivolge, “Fahrenheit 9/11” si conforma, come avesse i paraocchi, con il programma stabilito dai falchi neoconservatori: liberare l’Arabia dal casato dei sauditi, garantendo così agli Stati Uniti e ai suoi alleati pieno accesso al più grande tesoro del Medio Oriente.

I membri del congresso americano, i diplomatici statunitensi e sauditi e il pubblico americano hanno sempre più la sensazione che l’amministrazione Bush, a causa della pressione dei neoconservatori e degli interessi interni, stia “completamente cambiando” la sua politica nei confronti dell’Arabia. Coloro che si opponevano all’attuale amministrazione accusano la Casa Bianca di mantenere legami con un nemico dell’America in cambio di lucrosi accordi commerciali. In contrasto con questi, coloro che hanno sostenuto i legami con l’Arabia Saudita restano dell’idea che gli Stati Uniti non abbiano intenzione di troncare i rapporti con una forza regionale stabilizzatrice e con amici di lunga data della casa regnante Saudita. Chi ha ragione?

Nessuno.

Negli scorsi 30 anni, gli Stati Uniti non sempre hanno avuto intenzioni “amichevoli” nei confronti del Regno. Se così è sembrato era solo una maschera di quello che la politica militare americana pensava in realtà. Documenti non più coperti da segreto militare rivelano che c’è stato un continuo martellamento sulla questione dell’invasione dell’Arabia, che si è riflessa anche oltre le porte chiuse del governo Usa. Il Pentagono, per tre decenni, ha formulato e aggiornato piani segreti per impadronirsi dei pozzi petroliferi sauditi e sbarazzarsi della della casa regnante dei sauditi. Questa non è solo una cabala neo conservatrice. Sono stati fatti piani ed è stato impiegato molto tempo per programmare un’invasione dell’Arabia Saudita con intenzioni ben piu’ vaste: il controllo da parte degli USA delle riserve di petrolio in modo da poter dominare i mercati mondiali.

La più recente ondata di accuse circa l’appoggio, la tollerenza e l’aiuto che l’Arabia Saudita da’ al terrorismo assume il significato di un secondo e più pubblico tentativo di ottenere sostegno per portare ad esecuzione un piano che data trenta anni volto a occupare l’Arabia Saudita. Altri obiettivi dei protagonisti regionali, (mettere al sicuro le riserve di petrolio; la giustificazione logica con una “guerra del terrore”) possono aggiungere sinergie ed un impeto ormai inarrestabile verso un’invasione americana.

In quest’articolo vogliamo divulgare e valutare le ragioni e le azioni di coloro che stanno dietro a questa nuova spinta verso l’occupazione dei giacimenti di petrolio sauditi.

Svelati i piani segreti

Nel 1973 l’amministrazione Nixon descrisse un piano d’attacco contro l’Arabia Saudita volto ad impadronirsi dei giacimenti petroliferi in un rapporto segreto delle intelligence congiunte intitolato “UK Eyes Alpha”. L’MI5 e l’MI6 britannici ne erano informati e, grazie alle leggi dell’Archivio Nazionale Britannico, il documento è stato reso pubblico nel dicembre del 2003. L’embargo del petrolio venne concluso dopo sole tre settimane, ma l’”Eyes Alpha” suggeriva che gli “USA potevano garantire sufficienti riserve petrolifere per loro stessi e per i loro alleati occupando i giacimenti petroliferi in Arabia Saudita, Kuwait e quelli dello stato del Golfo di Abu Dhabi”. Da ciò si deduceva che sarebbe stata presa in considerazione un’azione “preventiva” e che i due corpi organizzati si sarebbero impadroniti dei giacimenti di petrolio sauditi e ognuno avrebbe preso per sè il Kuwait e Abu Dhabi.

Nel febbraio del 1975 il London Sunday Times rivelò informazioni trapelate da un piano segreto del Dipartimento della Difesa statunitense. Il piano, redatto dal Pentagono, aveva come nome in codice “Dhahran Option Four” e pianificava un’eventuale invasione della più ampia riserva di greggio al mondo, in altre parole l’Arabia Saudita. (Vedi Documento 1)

Documento 1

Il piano d’attacco (Riferimento: London Sunday Times, Febbraio 1975, ritoccato da IRmep)

Sempre nel 1975, Robert Tucker, analista dell’intelligence e militare statunitense, scrisse un articolo per la rivista ”Commentary”, di proprietà del Jewish American Committee (organizzazione ebrea americana), intitolato “Oil: The Issue of American Intervention” [“Il petrolio: l’obiettivo dell’intervento americano”]. Tucker ha dichiarato che “se non interveniamo ci sarà la concreta possibilità di un potenziale disastro economico e politico… simile al collasso economico degli anni ‘30… la costa araba del golfo è un nuovo El Dorado in attesa dei suoi conquistatori”.

A questo è seguito un articolo, nel febbraio dello stesso anno, su Harper’s Magazine, scritto da un analista del Pentagono che si è firmato con uno pseudonimo, Miles Ignotus: nel suo articolo, veniva enfatizzato il bisogno degli Stati Uniti di prendere possesso dei giacimenti petroliferi sauditi e così pure delle installazioni e degli aeroporti; questo articolo era intitolato “Conquistare il petrolio arabo”. Secondo James Akins, un diplomatico statunitense, l’autore era probabilmente Henry Kissinger, il segretario di Stato a quel tempo. Kissinger non ha confermato nè tantomeno smentito di essere lui l’autore.

In seguito, nell’agosto dello stesso anno, il Comitato per le relazioni estere scrisse un rapporto intitolato “Oil Fields as Military Objectives: A Feasibility Study” [“I giacimenti petroliferi come obiettivi militari: uno studio di fattibilità”], nel quale si sosteneva che gli obiettivi potenziali per gli USA comprendevano Arabia Saudita, Kuwait, Venezuela, Libia e Nigeria. “Varie analisi indicano… [che le forze armate delle nazioni dell’OPEC sono] quantitativamente e qualitativamente inferiori [e] potevano essere rapidamente annientate”.

La vera premessa di un attacco al regno d’Arabia Saudita è stata vissuta fin dai tempi della Guerra Fredda. L’idea, comunque, era stata ripresa sotto l’egida di una nuova “guerra contro il terrorismo” con l’accusa che lo stato saudita appoggiasse tale guerra contro l’occidente. Uno dei nessi con questo punto di vista è Richard Perle.

Piani neo-conservatori sull’Arabia Saudita

Richard Perle è apertamente critico riguardo al fatto che gli americani abbiano rapporti d’affari con l’Arabia, nonostante egli stesso abbia investito $100 milioni in Arabia, con la sua società di venture capital. Il suo infausto tentativo di diventare un uomo di potere, con un piede sulla porta del Consiglio per la Politica della Difesa degli Stati Uniti, al Dipartimento della Difesa, e con l’altro sulla porta degli investimenti di capitali della Trimeme, è ben documentato. Egli da allora è diventato molto più intransigente, e come ha affermato a The National Review, “Penso che sia una disgrazia. I sauditi sono una delle più grosse fonti di problemi che abbiamo mai affrontato con il terrorismo.” (Perle fu costretto a dimettersi dal Consiglio per la Politica della Difesa quando i suoi incontri con affaristi dell’Arabia Saudita per la raccolta di fondi sono stati resi pubblici).

I tentativi di Perle di riorganizzare le dinamiche di quelle regioni, compresa l’Arabia Saudita, si sono protratti per molti anni. Il premier israeliano del Likud, Benjamin Netanyahu, chiese a Perle di abbozzare una strategia anche per Israele. L’Institute for Advanced Strategic & Political Studies, un think-tank con sede a Washington e Gerusalemme, in un documento completo intitolato “A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm” [“Un taglio netto: una nuova strategia per salvaguardare il Regno”], enfatizzava la necessità di rovesciare gli accordi di Oslo e il processo di pace in Medio Oriente.

Pretendeva che il presidente Yasser Arafat disapprovasse apertamente ogni atto di terrorismo palestinese; richiedeva che Saddam Hussein e il regime Baath in Iraq e Siria fossero rovesciati; che la forza della democrazia fosse imposta su tutto il mondo arabo e sull’Iran. Un vecchio ufficiale dell’intelligence israeliana ha affermato che l’obiettivo era rendere Israele la potenza dominante nella regione e cacciare i palestinesi. Gli sforzi di Perle per neutralizzare i finanziamenti internazionali alla resistenza palestinese e il sostegno ai palestinesi stessi, hanno guidato sin da allora la sua politica.

Un altro autore de “Il taglio netto” fu David Wurmser. Nel settembre 2003 Wurmser fu trasferito al Dipartimento degli Stati Uniti per lavorare direttamente sotto il vicepresidente Dick Cheney ed il capo del suo staff, Lewis Libby. La moglie di David Wurmser, Meyrav, dirigeva il MEMRI (Middle East Media Research Institute) al fianco del colonnello Yigal Carmon, dell’intelligence dell’esercito israeliano. MEMRI si specializza in “recuperi selettivi”, cercando e traducendo in particolare documenti in lingua araba che confermano la parzialità del MEMRI circa l’opinione che il mondo arabo di fatto disprezzi l’occidente. Meyrav Wurmser ha conpletato il dottorato alla George Washington University con una tesi su Vladimir Jabotinsky, fondatore dello sionismo revisionista, fascista dichiarato ed eroe del primo ministro Ariel Sharon e del partito Likud.

L’Arabia Saudita fu nuovamente dichiarata ostile agli Stati Uniti il 10 giugno 2002 allorché Laurent Murawiec della Rand Corporation, su invito di Meyrav Wurmser, fece una presentazione in PowerPoint al Defense Policy Board. Murawiec, come Meyrav, era un ex-allievo della George Washington University. Era anche un seguace dell’organizzazione di Lyndon LaRouche. Questo gruppo indottrina i suoi adepti e li spinge ad abbandonare le famiglie: dalle testimonianze di alcuni ex-membri, secondo l’organizzazione “i valori familiari in realtà sono immorali”. (Lyndon LaRouche è un criminale, teorico di cospirazioni e crede negli Ufo.)

La presentazione in PowerPoint, intitolata “Taking Saudi Out Of Arabia” [“Condurre i sauditi fuori dall’Arabia”], dice che “l’Arabia Saudita è il centro strategico”; dichiara, inoltre, che il regno è un nemico degli Stati Uniti. Sosteneva che gli Stati Uniti dovevano impadronirsi del Regno e dei suoi giacimenti, invadere la Mecca e Medina, confiscare i beni finanziari arabi, se non avesse smesso di sostenere i terroristi anti-occidentali.

L’Arabia fu dichiarata la “quintessenza del male, la causa prima, il più pericoloso oppositore” nel Medio Oriente. Murawiec affermò che “Da quando ha ottenuto l’indipendenza, le guerre sono state il frutto principale del mondo arabo” e che “intrighi, sommosse, omicidi, colpi di stato sono gli unici mezzi che hanno portato cambiamenti… La violenza è politica, la politica è violenza. Questa cultura della violenza è la causa prima del terrorismo. Il terrore come mezzo accettato e legittimato per guidare la politica è rimasto latente per ben 30 anni…” James Akins ha così spiegato queste strategie: “Sarà più facile una volta cha avremo l’Iraq. Il Kuwait è già nostro. Qatar e Bahrain pure. Quindi stiamo parlando solo dell’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti poi cadranno.”

I collegamenti tra chi preme per un’invasione dell’Arabia Saudita da parte degli Stati Uniti hanno radici profonde. Il mentore di tutta una vita di Richard Perle era l’ultimo presidente della Rand Corporation, capostipite degli analisti neo-conservatori. Wohlstetter era anche un compagno di scuola di Ahmed Chalabi all’università di Chicago. Chalabi, il leader del Congresso Nazionale Iracheno e protagonista delle informazioni fornite al governo statunitense riguardanti le armi di distruzione di massa (inesistenti), è un criminale condannato in Giordania a più di vent’anni di lavori forzati per speculazioni sulle valute e appropriazione indebita tramite la Jordanian Petra Bank.

Il movimento d’opinione populista di denuncia contro l’Arabia Saudita come stato finanziatore del terrorismo originato sia da circoli progressisti che conservatori può culminare in un’invasione molto prima di quanto si possa pensare. I sostenitori all’interno dell’attuale amministrazione possono usare questa unità per eseguire un altro “progetto” per la politica degli Stati Uniti; la giustificazione logica che ne può seguire, altrettanto facilmente, può essere quella che servì come motivazione per l’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, cioè dell’”imminente minaccia verso l’America” di Saddam Hussein.

Obiettivo Arabia Saudita

A dire il vero non esiste alcuna prova evidente che colleghi i leader e i funzionari arabi al terrorismo, vi sono pochissime prove che gli arabi stiano giocando un ruolo consapevole e per quanto se ne sa, hanno meno legami finanziari con il terrorismo di quanti se ne possano trovare in molte nazioni dotate di un sistema bancario. In realtà, il Dipartimento di Stato americano annovera tra gli stati che hanno legami e relazioni finanziarie con Al Qaeda paesi quali Olanda, Svizzera, Italia, Germania, Australia e gli stessi Stati Uniti. Però, i fatti non sono sufficienti ad arginare il crescente sentimento anti-arabo tra i politici e gli americani in genere.

Il PowerPoint accusatorio di Murawiec continua sostenendo che l’Arabia Saudita è “un’unione instabile:… il Wahabismo avversa la modernità, il capitalismo, i diritti umani, la libertà religiosa, la democrazia, la repubblica, una società aperta” e… “si sta diffondendo in tutto il mondo”… basandosi sulla rivoluzione iraniana guidata dall’Ayatollah sciita Khomeini; che “proviene dalle frange estremiste dell’Islam”, e inoltre che c’è stato uno “spostamento dalla politica petrolifera pragmatica allo sviluppo di un Islam radicale… [Gli arabi sono] garanti di gruppi radicali, fondamentalisti e terroristi.

L’Arabia Saudita è quindi considerata responsabile di essere “il principale vettore della crisi araba… attiva a tutti i livelli della catena del terrore… [essa] sostiene i nemici [degli USA] [e prova] un odio virulento verso gli Stati Uniti… C’è un’”Arabia” ma non ha bisogno di essere “Saudita”…[Gli USA devono] fermare qualsiasi finanziamento e sostentamento per qualsiasi madrasa, moschea, ulama, o predicatore fondamentalista, in qualunque parte del mondo… Smantellare e bandire tutte le “beneficenze islamiche” del regno, confiscare i loro risorse… [e]…. ciò che il casato dei Sauditi ha di più caro può essere preso di mira… petrolio… i luoghi sacri… L’Arabia Saudita [è] il centro strategico”.

Se non fossero state ascoltate dai più alti funzionari dell’amministrazione Bush, queste presentazioni sarebbero state scartate come un’assurdità semplicistica. Ad ogni modo, la scintilla di un movimento di massa per demonizzare l’Arabia Saudita ha già cominciato ad accendersi e il 6 giugno 2002 l’ala destra dell’Hudson Institute ha ospitato un seminario intitolato “Discorsi sulla democrazia: Arabia Saudita, amica o nemica?”, a presenziare, Laurent Murewiec e Richard Perle.

E’ inoltre d’ulteriore interesse il collegamento ironico e diretto che c’è tra Richard Perle e il terrorismo. In una recente raccolta di fondi per sostenere le vittime del terremoto iraniano a Bad, sponsorizzato dall’organizzazione Mujahedin-E Khalq [Mek o Mko, noto anche come Esercito di Liberazione, N.d.T.], è stato chiesto a Richard Perle di presenziare e fare da portavoce all’iniziativa. Nonostante i rifiuti di altri gruppi di parlare a questo evento, sulla base della segnalazione ufficiale del Dipartimento di Stato americano secondo cui il Mek è “un’organizzazione terrorista straniera”, Richard Perle pur essendo a conoscenza di tale segnalazione, l’ha ignorata ed è stato felice di presenziare per richiedere e raccogliere fondi, fondi di cui si sono impadronirti al termine dell’evento gli agenti del Tesoro statunitensi. La Mek è la stessa organizzazione terroristica che cercò di uccidere Richard Nixon nel 1972.

Due settimane dopo la presentazione in PowerPoint fatta alla Defense Policy Board del Pentagono, all’American Enterprise Institute si svolse un seminario tenuto da Dore Gold, ex ambasciatore delle Nazioni Unite in Israele, per promuovere il suo nuovo libro: “Hatred’s Kingdom: How Saudi Arabia Supports the New Global Terrorism” [trad.: Il regno del terrore: come l’Arabia Saudita sostiene il nuovo terrorismo globale]. Sebbene non abbia mai visitato questa nazione, Gold è stato presentato alle televisioni come un “esperto” dell’Arabia, se non addirittura come “un consigliere del premier Ariel Sharon”.

Gold asserisce che il gruppo al-Haramain ha fatto pervenire ingenti fondi ad Al-Qaeda, omettendo che l’Arabia ha chiuso l’organizzazione e ne ha congelato i beni. La prova principale di Gold è un documento israeliano in cui si indaga su fondi di Hamas provenienti dall’Arabia. Hamas ha negato qualsiasi accusa secondo cui un governo saudita sarebbe coinvolto e l’Arabia Saudita stessa ha respinto le accuse come assolutamente false. Gold usa il libro per promuovere i programmi di Netanyhau, Perle e Bush di “perseguire l’Arabia Saudita in modo più aggressivo se si vuole proteggere la sicurezza del Medio Oriente” ed afferma che Israele ha solo un “ruolo marginale” negli atti di terrorismo legati ad Al-Qaeda perché è l’Arabia Saudita a biasimare per aver finanziato la “jihad di Al Qaeda”.

Inoltre Gold ha testimoniato al Congresso degli Stati Uniti circa il male insito nell’Arabia Saudita. Ciò nonostante nel corso del libro, Gold conferma solo che i legami terroristici provengono da stranieri che si sono infiltrarti e non dai governi sauditi. Il libro non fornisce alcuna prova a sostegno delle sue tesi, né ufficiale né ufficiosa.

Il cofondatore neo conservatore dell’Hudson Institute, Max Singer, scrisse un articolo che venne inviato all’ufficio Accertamenti del Pentagono nel maggio del 2002: faceva presente la rottura con l’estero dell’Arabia Saudita. Il 7 ottobre 2003 il furbo amico conservatore William Kristol, della rivista “Weekly Standard”, ha affermato di essere sconvolto dal fatto che gli Stati Uniti non siano andati oltre la guerra in Iraq al “successivo cambio di regime” del “successivo, orribile” dittatore del Medio Oriente, Bashar Assad di Syria.

Prima della pubblicazione del suo libro “Sleeping With The Devil” [Dormire con il diavolo], a Robert Baer, ex-funzionario della CIA, fu ordinato dalla CIA stessa di rimuovere vari passaggi, che sostenevano di particolari legami della CIA con la famiglia reale saudita, finanziatrice di Al Qaeda nonchè di ribelli ceceni. Sostiene che l’Arabia Saudita è un “barattolo pieno di polvere da sparo pronto ad esplodere”, “la famiglia reale è ‘corrotta’”, “è appesa ad un filo”, “è violenta e vendicativa come ogni famiglia mafiosa”. Baer, colmo d’odio verso i sauditi, fa affidamento su un tacito visto di approvazione da parte della CIA, per altro rifiutato in precedenza, ma anche le sue informazioni non sono supportate da prove certe. Baer si è rifiutato di obbedire alle richiesta della CIA “solo per sfidarli”, per cui ora la CIA sta pensando di intentare causa contro di lui, che come Gold, non ha mai visitato di persona l’Arabia Saudita.

Un altro autore che fa parte della lista dei best-seller è Gerald Posner, che ha scritto “Why America Slept” [Perché l’America dormiva, ed. Piemme], in cui sostiene ci siano legami tra Osama bin Laden ed il governo saudita. Secondo l’opinione di Posner i sauditi hanno continuato a pagare il prezzo del silenzio a bin Laden per anni, in modo da prevenire attacchi terroristici nel Regno. Può sembrare quindi strano che si siano comunque verificati vari attacchi in Arabia contro i civili, se veramente Bin Laden ha ricevuto tali compensi. E poi, come ha fatto Posner a scrivere un libro in così pochi mesi, con tali accuse dettagliate, se l’intelligence Usa ci ha impiegato anni? Posner non ha dato spiegazioni.

Lo stesso governo americano non solo ha nutrito e sponsorizzato inconsapevolmente i terroristi (i membri di Al-Qaeda dell’11 settembre, l’Al-Haramain Islamic Foundation, il Mujahedin-e-Khalq [MEK], IRA, ecc.) ma ha anche negoziato consapevomente con i gruppi di terroristi iraniani per assicurare alle truppe americane la sicurezza dagli attacchi dell’Iraq da parte degli iraniani in cambio di armi irachene. Dalla metà degli anni ’90 fino al 2001 gli Stati Uniti hanno avuto a che fare direttamente con i talebani per i diritti sulle tubature di petrolio, accordandosi sul pagamento delle tasse ai talebani per ogni milione di piedi cubici di combustibile che passava ogni giorno attraverso l’Afghanistan. Il vicepresidente Usa Dick Cheney, all’epoca Ceo di Halliburton, ha affermato che “occasionalmente abbiamo dovuto operare in luoghi in cui, tutto sommato, qualcuno non vorrebbe andare, normalmente. Ma noi andiamo dove c’è il business.” In questo lasso di tempo Hamid Karzai era il sostituto del primo ministro dei talebani e in precendenza un consulente di Unocal (Unocal conduceva i negoziati assieme al consigliere di Paul Wolfowitz, Zalmay Khalilzad).

Il 9 novembre 2003 Israele ha confermato di aver fallito nei negoziati segreti con gli Hezbollah. (Nel gennaio del 2004 i negoziati israeliani col gruppo terrorista portarono frutti, quando uno scambio di prigionieri divenne realtà.) Nel suo libro Gerald Posner scrive che i terroristi “furono creati dagli Stati Uniti”, nel corso di interrogatori con i quali, attraverso tremende crudeltà, riuscirono ad ottenere dai Sauditi un mare di informazioni. Tale accusa significherebbe che gli Stati Uniti avrebbero violato le leggi internazionali contro l’uso di torture sui sospettati di atti di terrorismo. Per quanto le prove delle relazioni pubbliche degli Usa e la ”guerra del terrore” siano inconsistenti, gli sforzi per collegare il governo saudita o i “sauditi” in generale al terrore sta avendo effetto.

Il punto non è se ci siano dei motivi specifici o delle prove. Ma piuttosto la passione e la mobilitazione. Il film “Fahrenheit 9/11”, proprio come dice il titolo, sta facendo salire la temperatura per un nuovo gruppo di americani: i democratici e i progressisti.

La decisione in arrivo

Il 25 giugno 2004 il film di Michael Moore, “Fahrenheit 9/11” e’ uscito su 500 schermi Usa. Il suo messaggio agli spettatori è semplice e chiaro: i rapporti tra Stati Uniti e sauditi devono finire. Ad ogni modo, gli americani dovrebbero cercare di studiare con attenzione il film, i libri e gli esperti dei talk-show per riesaminare la complicata storia tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita e i veri motivi che hanno portato alla guerra. Comprendendo i motivi e la storia delle personalità che ne hanno fatto parte, sia prima che poi, possiamo scoprire e capire questo caso in via di evoluzione della guerra in Arabia.

Agli americani sarà presto chiesto di prendere una decisione, ossia se l’occupazione è il proseguimento naturale della politica americana. Ma diversamente dal fenomeno costruito per dichiarare guerra all’Iraq, prendere una decisione sarà utile all’America e a questo non serviranno certo piani segreti, ragionamenti contorti e neppure messaggi di parte ai botteghini.

Fonte: http://www.globalresearch.ca/articles/TSU407A.html

Tradotto da Chiara Bianchi e Alessandra Ferrera per

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