CHI PAGHERA’ IL CONTO DELLA GUERRA?

19 Marzo 2003, di Redazione Wall Street Italia

Dal consueto sondaggio mensile condotto da Merrill Lynch su oltre 300 fund manager emergono alcune indicazioni e qualche dubbio sulle opportunita’ d’investimento dei prossimi 12 mesi. Tre anni di ribassi in borsa e le incertezze generate dalle tensioni geopolitiche mantengono alto il livello di avversione al rischio. L’economia mondiale deve affrontare ancora ostacoli importanti, e nel caso degli Stati Uniti anche costi ingenti. Chi ne paghera’ il conto?

Oltre il 50% dei professionisti dell’investimento interpellati dalla banca d’affari (responsabili di un patrimonio gestito di oltre $730 miliardi), ritiene che l’azionario sia correttamente valutato, o addirittura sottovalutato. Il 30% degli intervistati e’ convinto che il margine potenziale di crescita dell’equity sia del 15%. Il comparto preferito continua ad essere quello delle risorse naturali, mentre dal punto di vista geografico i fund manager rimangono sottopesati sugli USA, neutrali sull’Europa e ottimisti sui Paesi emergenti.

Ovviamente cio’ non significa che agli attuali livelli, ci sia effettivamente un’opportunita’ di acquisto sui mercati azionari. In tanti che in questi mesi hanno sostenuto che “agli attuali livelli il giudizio sull’equity e’ buy” sono stati sistematicamente smentiti. Va tuttavia osservato che rispetto al passato in questo momento si assiste ad un incremento della liquidita’. I fund manager che stanno manovrando i portafogli in questo senso sono passati dal 21% al 31%, mentre la posizione cash media e’ passata dal 4,2% del patrimonio gestito di gennaio al 5,4% di marzo.

Secondo David Bowers, chief investment strategist di Merrill Lynch e coordinatore dello studio, quelli sovraelencati sono gli elementi che potrebbero giustificare un rally tattico dell’azionario nei prossimi mesi. Propedeutico ad un movimento del genere e’ naturalmente uno sviluppo positivo della crisi USA-Iraq.

Se ci si muove con prudenza verso le azioni e si accumula liquidita’, la domanda e’: da dove arrivano i soldi?

La risposta arriva dai due terzi degli intervistati che ritiene che ai livelli attuali l’obbligazionario sia sopravvalutato. Solo un manager su otto e’ convinto che il reddito fisso possa sovraperformare l’equity nel 2003, e ben il 55% si attende tassi d’interesse piu’ alti nei prossimi 12 mesi.

Tutto torna quindi. Gli investitori usciranno gradualmente dall’investimento nel reddito fisso e torneranno a credere nella Borsa, magari senza farsi trasportare da pericolosi eccessi di entusiasmo come e’ accaduto in passato.

Secondo David Bowers questo e’ il migliore scenario possibile. Tuttavia esistono segnali di allarme che puntano ad eventuali sorprese meno positive.

Le aspettative di crescita economica per i Paesi del G7, ad esempio, continuano a scendere. La percentuale degli intervistati convinta di una crescita del Pil superiore a quella attuale nei prossimi 12 mesi e’ passata dal 69% di gennaio al 62% di febbraio, per scendere al 41% a marzo. Un fattore, questo, che suggerirebbe posizioni lunghe sui bond e corte sull’equity.

Il secondo e piu’ importante aspetto che deve far riflettere sulle possibilita’ di recupero delle Borse mondiali e’ quello che riguarda l’economia americana. In assenza di un ritmo di marcia sostenuto di quella che e’ considerata la locomotiva mondiale, le prospettive di guadagno per gli investitori rimangono piuttosto limitate.

Oggi piu’ che mai gli Stati Uniti dipendono dall’afflusso di capitali stranieri per sostenere un deficit delle partite correnti arrivato al record storico. In passato, l’equilibrio della bilancia dei pagamenti e’ stato ottenuto grazie al forte afflusso di capitali stranieri in cerca di opportunita’ che gli altri Paesi non potevano offrire. L’elemento catalizzatore, da questo punto di vista, e’ stata l’incredibile produttivita’ ed efficienza del settore privato americano.

Oggi, pero’, la situazione e’ profondamente cambiata. Gli Stati Uniti dovranno chiedere agli investitori esteri di finanziare un debito pubblico in crescita, una serie di tagli fiscali di cui i non residenti non possono godere e i costi di una guerra da piu’ parti considerata inopportuna. L’esito e’ tutt’altro che scontato, e potrebbe portare ad una fuga dalle obbligazioni targate USA che non e’ detto che confluiscano sull’azionario.

Insomma la situazione rimane poco chiara, e al di la’ del rally delle Borse di questi giorni e’ difficile individuare uno scenario definito. A conferma di questa sensazione anche la grande Fed, all’ultima riunione del FOMC (il braccio operativo della banca centrale), si e’ rifiutata, per la prima volta nella sua storia recente, di fornire un outlook sulla politica monetaria che seguira’ fino al prossimo appuntamento.