CHI HA PAURA DELLE VALUTAZIONI INTERNET?

17 Giugno 2000, di Redazione Wall Street Italia

QUESTO ARTICOLO ERA STATO PUBBLICATO DA WALL STREET ITALIA IL 28 MARZO 2000, QUANDO IL NASDAQ ERA AI MASSIMI ASSOLUTI, PASSATA QUOTA 5.000.

LO RIPUBBLICHIAMO (L’ARTICOLO E’ DEL NOSTRO COLLABORATORE ENRICO BRACCI) PER RIPETERE UNA VOLTA DI PIU’ ALLE MIGLIAIA DI NOSTRI UTENTI CHE UN’INFORMAZIONE FINANZIARIA NON DI PARTE E’ L’UNICA CHIAVE DI LETTURA PER INVESTIRE SAGGIAMENTE SUL MERCATO BORSISTICO.

La recente inversione di marcia dei titoli legati ad internet (o la pausa rispetto a una marcia inarrestabile, a seconda dei giorni in cui si valuti il fenomeno) solleva nuovi
interrogativi sul rapporto tra il valore che il mercato attribuisce a tali
titoli e le loro caratteristiche “fondamentali”.

Dopo i vertiginosi saliscendi delle scorse settimane, le cosidette “dotcoms”
sembrano oggi in seria difficolta’ su entrambi i lati dell’Atlantico. La
speranza che la marcia trionfale riprenda dopo una pausa di riflessione si
mescola al timore che si tratti di una bolla speculativa destinata ad
esplodere lasciando sul campo morti e feriti.

Negli ultimi sei mesi, i titoli legati alle nuove tecnologie informatiche
sono stati protagonisti di una crescita travolgente. L’indice NASDAQ
composite, che misura le prestazioni del piu’ importante mercato
statunitense di titoli tecnologici, ha guadagnato più dell’80% dall’inizio
di settembre alla prima settimana di marzo, quando ha sfondato quota 5000.

In un periodo di crescita pure eccezionale (caratterizzato
dall’inarrestabile marcia di dotcoms come Yahoo ed Amazon e di società
informatiche come CISCO e Microsoft) lo stesso indice aveva impiegato circa
tre anni, dall’inizio del ‘96 alla fine del ‘98 per raddoppiare il suo
valore da quota 1000 a quota 2000.

In Italia, società neoquotate come
Tiscali e Finmatica sono cresciute di dieci e cinque volte rispettivamente
nel giro di pochi mesi.
Questi ritmi di crescita sono stati da molti giudicati insostenibili.

Illustri grida d’allarme si sono levate, tra cui quelle del leggendario
investitore Warren Buffet, del presidente della Federal Reserve Alan
Greenspan (cha ha parlato di “esuberanza irrazionale”) e, in Italia, del
Presidente della CONSOB Luigi Spaventa.

Come è stato ripetuto fino alla
nausea, le dotcoms non fanno una lira (o un dollaro) di profitto, anzi
perdono soldi allegramente, oppuro guadagnano molto poco rispetto al fatturato. E’ il caso di Amazon, il colosso che vende libri
online e, in Italia, della quotatissima Tiscali.

L’assenza di profitti
impedisce l’uso degli strumenti di valutazione tradizionali, basati sul
rapporto tra prezzo e guadagni, e obbliga gli analisti a curiosi esercizi di
contorsionismo contabile.

In questo clima, i sonni degli investitori sono turbati dal sospetto che i
titoli internet siano “sopravvalutati”. Ma sopravvalutati rispetto a cosa?
Facile, rispondono gli economisti con un sorriso, rispetto al valore
intrinseco! Per ogni titolo esiste un prezzo giusto (detto, appunto, valore
intrinseco), che dipende dai “fondamentali” della compagnia in questione e
dalla previsione dei suoi profitti futuri.

La teoria non fa una grinza, se
non per il germe che si annida in quell’innocente aggettivo. Futuri. Datemi
i profitti futuri e vi calcolerò il valore intrinseco! Sfortunatamente la
previsione degli eventi futuri non è un’attività in cui gli economisti si
siano rivelati infallibili.

La “giusta” valutazione dei titoli della New Economy dipende dunque da come
ci immaginiamo il futuro, e in questo campo nessuno ha la verita’ in tasca.
E’ però importante tener conto di due criteri essenziali della Teoria della
Valutazione.

Primo, i guadagni futuri valgono oggi tanto meno quanto più
essi sono lontani nel tempo (gli economisti “scontano” di più il futuro
remoto del futuro prossimo). Secondo, i guadagni futuri valgono oggi tanto
meno quanto più le previsioni su cui essi si basano sono considerate
“incerte”, per compensare il rischio insito in quell’incertezza.

Secondo questa scuola, dunque, anche per la più promettente e sfavillante
delle compagnie esiste oggi un valore intrinseco oltre il quale non è
ragionevole pagare. In teoria non c’è niente di sbagliato in una societa’ i
cui profitti non si sono ancora materializzati, se si prevede che in futuro
tali profitti cresceranno cosi’ rapidamente da giustificare il prezzo
attuale. Quello che non si deve scordare è che un largo margine di
incertezza sull’andamento futuro e un lungo tempo di attesa dei profitti
(entrambi tipici delle dotcoms) costituiscono fattori deprezzanti.

Nel caso delle dotcoms i prezzi attuali saranno giustificati solo da un
futuro roseo o, in alcuni casi, addirittura celestiale. E non basta essere
convinti, come chi scrive, che le nuove tecnologie informatiche avranno un
impatto sempre più profondo sul modo in cui viviamo. Le previsioni debbono
essere specifiche e riguardare da un lato il settore in cui una compagnia
opera e dall’altro la sua forza rispetto alla concorrenza presente e futura.

Anche se siamo convinti che la Rete farà girare il mondo, niente ci
garantisce che le societa’ oggi sulla cresta dell’onda saranno le vincenti
di domani.
La crescente consapevolezza di questi fatti potrebbe facilmente innescare meccanismi pericolosi. Molti sono pronti a saltare fuori dalla barca nel caso in cui
cominci ad affondare.

Il rischio che una correzione si trasformi in
forte calo è senza dubbio reale. Quanto un simile evento sia da temere, però,
dipende in ultima analisi da quanto si ritengono giustificati i prezzi
attuali. Se lo sono, infatti, un profondo calo non potrebbe che essere
passeggero e rappresenterebbe un’ottima occasione per comprare a basso prezzo.

Enrico Bracci e’ Ricercatore alla University of Birmingham (UK).