CHI (E PERCHE’) HA POSIZIONI SHORT SULL’ ORO

4 Dicembre 2003, di Redazione Wall Street Italia

L’oro ha sfondato la soglia dei 400 dollari sopra la quale non chiudeva dal febbraio 1996. Nonostante sia stato discreditato sin dal suo sorgere e qualunque siano gli sviluppi di breve periodo che ne caratterizzeranno il prossimo andamento, il genuino mercato toro del metallo giallo ha continuato la sua salita raggiungendo un traguardo molto importante.

E’ un dato di fatto che la salita dell’oro sia stata finora molto irrequieta e turbolenta. Ed è molto probabile che continuerà a esserlo nel futuro. Come ricordò tempo fa Richard Russell, è tipico dei mercati toro genuini, soprattutto nelle loro fasi iniziali, avere movimenti bruschi di modo che, come in un rodeo, rimangano in sella solo le mani forti. Proprio quello è accaduto al mercato dell’oro e che invece da marzo non si è verificato nel caso del mercato azionario.

Stando alle dinamiche di mercato, ai grafici, e ai fondamentali, il termine di questo mercato toro ancora giovane si preannuncia molto lontano, sia in termini temporali che di prezzo. Il superamento dei massimi raggiunti nel 1980 potrebbe rappresentare solo l’entrata nella terza e ultima fase, quella finale e più speculativa, in grado di attrarre il pubblico in massa come fece il mercato azionario negli anni 1998-2000, o come accadde sullo stesso mercato dell’oro 25 anni fa. Tuttavia per le gravi implicazioni economiche che comporterebbe un valore dell’oro a quei livelli è impossibile oggi azzardare qualunque tipo di congettura.

E’ quindi normale e in parte fisiologico che in questi due anni lo scetticismo nei confronti dell’oro si sia mantenuto ben solido al crescere del prezzo. Per altra parte il merito di tale scetticismo va sicuramente al costante lavoro di dissuasione svolto della maggioranza dei media. Largo spazio di notizia tendenzialmente neutrale su ogni nuovo massimo solo in preparazione di una pubblicità negativa, decisamente altisonante, in occasione dello storno successivo. Le cause imputabili sia ai nuovi massimi che agli storni violenti che hanno fatto inevitabilmente seguito, sono state ricondotte quasi sempre a motivi e fattori superficiali, talvolta alquanto bizzarri per non dire del tutto ridicoli, che poco e niente avevano a che vedere con le reali cause a supporto del trend crescente. Si veda ad esempio, per ultimo, il superamento temporaneo di quota 400 avvenuto il 26 novembre scorso. A quanto pare (non ne siamo testimoni) l’episodio venne attribuito da un network televisivo americano a delle strane esalazioni fumose provenienti dalla metropolitana di New York!!

Jim Sinclair, indubbiamente uno dei migliori esperti sul mercato dell’oro, chiosò in occasione dell’avvenimento:

“Sappiamo tutti che la metropolitana di New York emana sempre una puzza un po’ strana, specialmente intorno a mezzogiorno. Se la gente per pranzo smettesse di mangiare cibo speziato e se i macchinari funzionassero con energia pulita, quella puzza, probabilmente, sparirebbe all’istante. Una delle forme più pericolose di terrorismo verbale è oggi quella dei commenti lava-cervello dei nostri maggiori network televisivi. Evidentemente come causa principale della salita del prezzo dell’oro non era lecito e appropriato menzionare il massiccio bombardamento avvenuto oggi contro il dollaro sui mercati valutari .”

I nostri complimenti a Jim Sinclair, sia per questa feroce ironia che, soprattutto, per il suo ottimo lavoro di analisi, svolto e gratuitamente pubblicato sul suo sito a delucidazione delle reali dinamiche che interessano il mercato dell’oro.

Tornando all’analisi del prezzo dell’oro, a febbraio 2002 avevamo fatto notare il trend rialzista già in corso. A dicembre 2002 invece avevamo detto che il mercato era entrato nella seconda fase di quel trend.

Tuttavia, questa seconda fase ha trovato finora espressione e limite solo nel prezzo espresso in dollari. In effetti, il prezzo dell’oro espresso nelle altre valute principali giace ancora nella sua prima fase di accumulazione. La salita in termini di dollari, infatti, è andata nell’ultimo anno e mezzo più o meno di pari passo con l’apprezzamento delle principal valute mondiali.

A questo comportamento corrisponde evidentemente una considerazione e preferenza monetaria dell’oro rispetto al dollaro non inferiore di quella che ha interessato le altre principali valute cartacee. Non solo, la tendenza generale che sembra mostrare il recente andamento fa presupporre una prossima entrata nella seconda fase anche in termini delle altre valute. Si veda a tal proposito, per una visualizzazione dei singoli grafici, l’articolo: “Has the True Gold Bull Begun & the Coming World Currency Crisis”.

Del resto una salita del prezzo dell’oro anche in termini delle altre valute sembrerebbe essere una conseguenze piuttosto logica e crediamo inevitabile. Quella in atto è una svalutazione del dollaro a danno delle esportazioni degli altri paesi. Tuttavia gli squilibri in essere rappresentati dalla già pesante accumulazione di dollari e bond in mano straniera (siamo a oltre 1 trilione di dollari) non possono essere liquidati a favore delle altre valute, pena un ulteriore indebolimento del dollaro. Una situazione senza soluzione in cui l’oro rappresenta l’unica via di fuga neutrale. Nel veloce processo di disinvestimento dal dollaro, l’unica maniera per smobilizzare dollari senza causare l’apprezzamento di altre valute è proprio l’acquisto di oro, la moneta di tutti e di nessuno. Il problema è che in tal caso una salita dell’oro in termini assoluti comincerebbe a rivestire un valore segnaletico non trascurabile.

Il titolo dell’articolo sopra citato è a tal proposito sufficientemente significativo. La salita dell’oro, infatti, oltre a segnalare una politica monetaria americana estremamente accomodante, a scontare crescenti aspettative inflazionistiche e a misurare come un qualunque altro indice o altra cartamoneta la forte discesa del dollaro sui mercati valutari, porta con sé significati molto più profondi (di queste semplici e tutto sommato ingenue deduzioni) che potrebbero presto trovare seguito e conferma nelle dinamiche economiche.

Nel momento in cui la seconda fase si estendesse anche alle altre valute principali, euro, pound e yen, il verdetto del mercato sarebbe chiaro: il prezzo dell’oro starebbe segnalando l’eventualità di una crisi del sistema monetario mondiale basato sul dollaro e, per immediata estensione, l’eventualità di una crisi economica globale, dalle conseguenze difficilmente inimmaginabili. E’ forse questo il motivo per cui le posizioni dei Commercial sull’oro (secondo Jim Sinclair, sei grosse banche di investimento) sono ostinatamente corte (short, posizionate al ribasso) e continuano ad essere in errore da oltre due anni. Queste posizioni corte perseguono, a nostro avviso l’obiettivo di circoscrivere l’importante valore segnaletico che le pressioni di mercato, esercitate dagli enormi squilibri in essere, tendono tradizionalmente a trasmettere al prezzo dell’oro. La manifestazione di tale valore segnaletico sarebbe sicuramente poco gradita agli ingegneri economici, in quanto minerebbe quella apparente stabilità monetaria ed economica, da lungo tempo perduta, ottenuta oramai solo tramite la corruzione delle spontanee dinamiche di mercato…

Tuttavia, l’andamento dell’oro negli ultimi due anni e mezzo ha ben mostrato come il lavoro di compressione del prezzo dell’oro, che aveva avuto sortito un ottimo successo nella secondà metà degli anni novanta, stia riscontrando da due anni a questa parte crescenti difficoltà. Come dimostrano anche i dati relativi agli open interest sul mercato dei derivati, alle mani forti che accumulano oro sul mercato del fisico si è affiancata ultimamente una consistente speculazione rialzista sul mercato dei futures, come se quest’ultima avesse subodorato una facile e ghiotta opportunità di guadagno. Basti ricordare per analogia gli episodi relativi alla lira e alla sterlina del 1992.

Il fallimento definitivo ed eventuale di questa ostinata difesa del dollaro dal prezzo dell’oro darebbe luogo a sviluppi sicuramente interessanti. Proviamo ad abbozzare quello che potrebbe essere il principio di uno degli scenari plausibili.

Ricordiamo come ai primi di giugno avesse ben poco senso che il mercato dei bond salisse verso nuovi record parallelamente a quello azionario. Uno dei due si stava clamorosamente sbagliando. Considerata la gran confusione e speculazione che da diversi anni la FED alimenta sui mercati finanziari, non era certo un episodio di cui stupirsi. Per noi, si sbagliavano entrambi, ma mentre la corsa del mercato azionario poteva ancora trovare sostegno grazie a ragioni ben precise (le ondate di liquidità della FED) quella dei bond aveva raggiunto eccessi difficilmente sostenibili.

Il crollo di luglio proclamò come perdente il mercato obbligazionario e risparmiò quello azionario. In quella caduta quest’ultimo trovò anzi motivi di conferma per la ripresa che in effetti si è materializzata quantitativamente (benchè a nostro avviso non qualitativamente) nei dati dell’ultimo trimestre. E ancora oggi le borse mantengono gli attuali livelli più per l’effetto di un intenso vortice speculativo, analogo e forse non inferiore a quello che caratterizzò le borse tra il 1999 e l’inizio del 2000, che non per altre ragioni logicamente convincenti.

Oggi la stessa incongruenza è ravvisabile considerando l’andamento dell’oro, e più in generale anche quello delle commodities, rispetto all’andamento dei bond e dell’azionario. Non ha infatti molto senso che il dollaro continui a scendere a beneficio sia del mercato obbligazionario che di quello azionario.

Il mercato dei bond ha consolidato dopo la caduta di luglio, sostenuto dagli interventi verbali degli ingegneri economici della FED che con la promessa di mantenere tassi bassi continuano ad alimentare i flussi di liquidità e a favorire le strategie di “carry trade” a sostegno dei tassi di lungo termine. Tuttavia tale strategia è suscettibile di perdere quanto prima quella credibilità ricostruita dopo la fase di sfiducia di luglio, proprio a causa della forte pressione esercitata sia dal mercato azionario e, ancor più, dall’andamento dei prezzi delle commodities.

In questo momento, quindi, il mercato dei bond rimane, a nostro avviso, il più vulnerabile. Un secondo shock della stessa intensità di quello di luglio non è affatto da escludersi. A favore di questa ipotesi, si prendano in considerazione anche i dati più recenti che hanno visto un graduale ritiro degli investitori stranieri dai bond americani. Uno shock del genere avrebbe conseguenze quasi immediate non solo sui bond di altre aree geografiche, ma anche sulle borse. Così come avvenne nel 1987 una ulteriore gamba rialzista dei tassi potrebbe facilmente contribuire a sgonfiare in maniera brusca e altrettanto traumatica la minibolla azionaria in formazione da diversi mesi.

La ripresa, o mini boom, del quale non abbiamo osato mettere in discussione gli aspetti quantitativi, è infatti riconducibile ancora una volta, alla pari del boom degli anni novanta, al ciclo economico di boom and bust sviluppato dalla teoria economica Austriaca: espansione monetaria e creditizia che crea un boom non sostenibile caratterizzato da malinvestments, squilibri, e distorsioni nella struttura produttiva e nei processi economici. Inevitabilmente il mercato richiederà una nuova correzione, il bust, e questa volta troverà la FED e le altre autorità preposte all’intervenzionismo economico senza più la vasta gamma di strumenti che avevano a disposizione nel 2000.

Un’ulteriore complicazione, purtroppo, è data dal fatto che i nuovi squilibri creati di recente si sono sommati, e potremmo anche dire moltiplicati, a quelli già in essere tre anni fa. Come più volte ripetuto quegli squilibri non hanno avuto modo di essere riassorbiti dalle dinamiche del libero mercato proprio a causa dell’intervento di quella che riteniamo essere la peggiore amministrazione della FED di tutti i tempi. Nel corso di questi tre anni il cuore di tali squilibri si è gradualmente e pericolosamente concentrato proprio in quella istituzione basilare del processo economico che è costituita dalla moneta. E il discorso di Ron Paul da noi tradotto tempo fa non poteva essere a tal proposito più chiaro e illuminante:

“La moneta é una questione morale, economica e politica. Poiché l’unità monetaria stabilisce qualsiasi transazione economica, dai salari ai prezzi, dalle tasse ai tassi di interesse, é estremamente importante che il suo valore venga stabilito in modo onesto dal mercato senza che banchieri, governi, politici o la Federal Reserve manipolino il suo valore al fine di servire interessi particolari”.

Proprio quello che purtroppo è accaduto negli ultimi decenni. Il messaggio che porta con sè il valore segnaletico incorporato nel prezzo dell’oro sta cercando di dirci questo e niente altro. I banchieri centrali naturalmente non ascoltano e continuano a vendere le loro riserve laddove l’unica via di scampo dalla crisi sarebbe, forse, ricostituirle. Prima che sia troppo tardi.

© US Equity & Macro Lab per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved

__________________________________________

Che tu sia d’accordo o no, ti preghiamo di farci conoscere la tua opinione. I commenti migliori, redatti in forma di articolo, saranno selezionati e pubblicati su Wall Street Italia. Per scriverci utilizza il link Scrivi a WSI

__________________________________________

Per risolvere i tuoi dubbi finanziari, ti consigliamo di provare uno strumento formidabile che ti potra’ far da guida – oggettiva e disinteressata – nei tuoi investimenti: il servizio INSIDER di Wall Street Italia (costa meno di 17 euro al mese!). Se non sei gia’ abbonato, provalo per un mese utilizzando il link INSIDER