CHE SCANDALO, LE PIRAMIDI SOCIETARIE IN BORSA

25 Aprile 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Per quanto criticate, le piramidi societarie continuano a caratterizzare la struttura proprietaria dei grandi gruppi alla Borsa di Milano.

Non mancano le eccezioni, naturalmente. Luxottica e Mediaset, per esempio, sono imprese importanti controllate da due famiglie, i Del Vecchio e i Berlusconi, che vi impegnano valori importanti. Importanti sia in assoluto che in paragone dei mezzi forniti dai soci minori e dalle banche: 4,3 miliardi del “padrone” contro 3,4 per Luxottica; 5,6 miliardi contro una cifra equivalente per la tv commerciale.

Ma nei gruppi maggiori – Fiat, Telecom Italia, Autostrade – chi comanda rischia pochissimo. E tuttavia, sia pure con probabilità e modalità diverse, l’azionista eccellente potrebbe dover fare i conti in modo nuovo con le banche, non più mere creditrici.

Vediamo caso per caso. Con un investimento in azioni ordinarie Ifi oggi sommariamente valutabile in 615 milioni, gli Agnelli governano capitali di terzi in Ifi, Ifil e Fiat pari a 5,5 miliardi di euro. Un euro ne comanda nove. All’intero gruppo le banche prestano 24,6 miliardi di euro. Tre di questi, ove non fossero rimborsati entro il giugno 2005, verrebbero convertiti in azioni Fiat. Su tale particolare prestito è implicita una minusvalenza teorica di 1,2 miliardi. Una delle banche creditrici, UniCredito, ha cominciato ad ammortizzare il rischio.

In effetti, con tanti investimenti ancora da fare, la Fiat avrà convenienza ad avere le banche azioniste: chi mai sottoscriverebbe un aumento di capitale così grande a 10 euro quando il titolo ne vale 6?

Marco Tronchetti Provera con i suoi più stretti alleati controlla il 57,6% della Camfin, un investimento di 212 milioni. Grazie a una piramide che, ai diversi gradini, comprende Pirelli, Pirelli Re, Olimpia, Telecom, Tim, Telecom Italia Media, Tronchetti comanda su risorse di terzi pari a 56,5 miliardi. Con un euro ne muove 266. E’ un potere temperato da una presenza assai ampia di consiglieri indipendenti, ma resta il fatto che il capo di Camfin, Pirelli e Telecom è la stessa persona.

A questo sistema le banche prestano 47,8 miliardi. UniCredito e Intesa, in particolare, sono anche azioniste di Olimpia, che detiene un cruciale 17% di Telecom Italia. Il loro investimento, 1,2 miliardi, ha un valore di mercato di 250 milioni. Ma le due banche non registrano la perdita potenziale perché nel 2006 potranno cedere le quote di Olimpia alla Pirelli al nominale. Per rimborsarle, la Pirelli dovrà fare nuovi debiti o cedere partecipazioni. O, magari, pagare in azioni Pirelli aprendo il capitale alle banche.

Secondo la banca d’affari Ubm, infatti, la cassa generata da Pirelli nei prossimi due anni verrebbe assorbita dai normali investimenti. In ogni caso, nessuno potrà prescindere dal parere dei Benetton, che stanno registrando una perdita teorica di quasi 900 milioni di euro sulla partecipazione in Olimpia e che, in presenza di gravi disaccordi, possono anch’essi vendere a Pirelli.

Diversa la storia di Autostrade. Avendo investito 604 milioni, i Benetton muovono 3,7 miliardi di capitale di rischio fornito da terzi e ricevono 9,3 miliardi dalle banche. Tranne UniCredito, che ha una piccola quota di capitale, le banche sono finanziatrici garantite da pegni. Ma la loro esposizione è tale da farne le guardiane del rimborso del debito più che le coraggiose sostenitrici dei sogni di gloria di Autostrade. Non ci fosse stata Parmalat, Autostrade avrebbe già emesso obbligazioni e saldato le banche. Ma Parmalat c’è stata.

Specialmente in Fiat e Pirelli, dunque, le banche hanno una certa probabilità di diventare azioniste, sia pure obtorto collo. Ne derivano fin d’ora nuove responsabilità verso i propri soci e, ancor più, verso l’Italia che vuole veder prosperare le sue ultime grandi industrie.

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