CHE COSA SUCCEDE SE IL DOLLARO CROLLA?

12 Giugno 2002, di Redazione Wall Street Italia

La debolezza del dollaro e’ uno degli argomenti piu’ trattati di questi ultimi giorni. La correlazione tra una moneta americana in calo e le difficolta’ delle borse mondiali e’ ben nota.

Le attuali condizioni delle piazze finanziarie mondiali e di quella americana in particolare indicano che una vera ripresa non sara’ possibile fino a quando non miglioreranno sensibilmente gli utili societari e l’economia reale.

Ma qual e’ l’impatto del cambio su queste prospettive? Un dollaro debole e’ un fattore favorevole o un freno per l’economia mondiale?

A livello teorico il cambio delle valute dovrebbe avere un effetto neutro sugli scambi mondiali. Se infatti, da una parte soffrono gli asset finanziari denominati nella valuta che perde valore, dall’altra sono avvantaggiate le aziende che esportano e possono contare su un prezzo piu’ competitivo delle proprie merci.

Sfortunatamente, per quanto riguarda il biglietto verde, che e’ il benchmark mondiale delle valute, il discorso non e’ cosi’ semplice. Fondamentale diventa capire con quale velocita’ avviene il deprezzamento.

Considerando il rapporto tra il dollaro e le altre valute in base agli scambi commerciali (assegnando cioe’ un peso diverso al tasso di cambio a seconda del livello di importazioni ed esportazioni denominate in una valuta contro l’altra), secondo la maggioranza degli analisti all’inizio dell’anno la moneta americana era sopravvalutata intorno al 14-15% rispetto al paniere di riferimento.

In un recente studio di Morgan Stanley, la squadra di economisti guidata da Stephen Roach, chief economist della banca d’affari, ha pubblicato i risultati su un possibile crollo del dollaro su scala mondiale. La probabilita’ di un evento del genere viene definita bassa, mentre la nozione di “crollo” e’ data da diversi aspetti ma puo’ in generale considerarsi un ribasso mensile superiore al 3% contro le altre principali valute.

Con queste premesse, se davvero esiste una bolla nella valutazione della moneta americana, questa deve ancora scoppiare. Vediamo alcuni dei possibili scenari, concentrando in particolare l’attenzione sull’Europa.

Gli USA
Una forte e repentina svalutazione del dollaro significherebbe un deflusso di investimenti in asset finanziari dagli Stati Uniti. Questo processo e’ in parte gia’ iniziato per quanto riguarda il Giappone, tuttavia il movimento sarebbe esasperato dall’azione degli europei e degli investitori americani. A rendere le cose ancora piu’ difficili sarebbe l’effetto dell’inflazione importata.

Secondo i modelli utilizzati da Morgan Stanley, un deprezzamento del dollaro del 10% significa un incremento del tasso d’inflazione dello 0,4%, mentre se l’indebolimento arrivasse al 20% l’impatto sui prezzi potrebbe raggiungere l’1%. Se a questo aggiungiamo che, grazie a merci piu’ competitive, il PIL americano crescerebbe di uno 0,5% in piu’, la pressione sulla Federal Reserve per una politica monetaria piu’ restrittiva diventerebbero davvero consistente.

L’effetto totale, piu’ probabile, di tale scenario sarebbe un incremento del tasso di risparmio degli investitori e un ulteriore debolezza della borsa. Quest’ultimo dovrebbe avere come conseguenza un contagio verso le piazze europee e giapponese consistente.

Il Giappone
L’economia nipponica conta molto sulle esportazioni. Da questo punto di vista un apprezzamento dello yen avrebbe conseguenze negative. A diminuire sarebbero i prezzi alle importazioni. L’effetto in termini di minore inflazione dovrebbe essere trascurabile per un Paese ammalato di deflazione.

La competitivita’ delle merci nipponiche sarebbe indebolita anche dal cambio dello yen con le altre monete dell’area asiatiche maggiormente legate al dollaro.

Difficile calcolare gli effetti di piu’ lungo termine. Lo scenario piu’ probabile potrebbe essere quello di un incremento degli investimenti giapponesi all’estero e di un afflusso di parte dei capitali esteri fuoriusciti dagli Stati Uniti.

L’Europa
Il Vecchio Continente avrebbe senz’altro piu’ da guadagnare da un euro forte. Le pressioni inflazioniste diminuirebbero sensibilmente permettendo alla BCE di rallentare nel tempo l’adozione di una politica monetaria restrittiva.

Tuttavia, se il cambio, dovuto ad una forte svalutazione del dollaro, dovesse riportarsi vicino a $1,15 per 1 euro (intorno ai valori dell’esordio della moneta europea) per la fine dell’anno, le conseguenze potrebbero essere ben diverse.

Se la pressione sui prezzi si tramutassero da rallentamento dell’inflazione a deflazione, la rigidita’ della contrattazione salariale e le scarse riforme attuate potrebbero fungere da freno alla crescita dell’Unione.

I benefici dovuti al maggiore potere d’acquisto dell’euro potrebbero essere piu’ che controbilanciati dalla perdita di competitivita’ delle aziende sui mercati mondiali. In termini di PIL, secondo il modello di Morgan Stanley, la crescita potrebbe rallentare dell’1% a circa un anno di distanza.

Per quanto riguarda i mercati finanziari, per il momento l’Europa ha perso l’occasione per sganciarsi dalla performance di Wall Street. In caso di un crollo del dollaro e’ ipotizzabile che la debolezza delle borse europee continui ad andare a braccetto con quella americana.

Le conclusioni
Lo studio di Morgan Stanley, i giudizi degli analisti e la convenienza delle economie mondiali a pilotare un atterraggio del dollaro morbido fanno concludere che le eventualita’ presentate in questo articolo siano abbastanza remote. Tuttavia il mercato spesso disobbedisce alla volonta’ delle banche centrali e non rispetta le previsioni.

Se davvero la valuta americana dovesse crollare, le possibilita’ di vedere ancora piu’ instabilita’ di quella osservata sui mercati negli ultimi mesi, purtroppo diventerebbero concrete.

*Francesco Leone e’ analista di Wall Street Italia