CGIA di Mestre, pressione fiscale in Italia più di metà Pil

14 Giugno 2010, di Redazione Wall Street Italia

(Teleborsa) – La pressione fiscale reale sui contribuenti italiani sfiora il 52% del Pil. Un dato – quello denunciato dal segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi – che supera di quasi 9 punti percentuali quello ufficiale che, nel 2009, l’Istat ha certificato essere pari al 43,2%. Detto questo, va subito affermato che l’Istat non sbaglia i conti. ¶ “L’Istituto nazionale di statistica – prosegue Giuseppe Bortolussi – non fa altro che applicare le disposizioni previste dall’Eurostat (Istituto europeo di statistica), che stabilisce che i sistemi di contabilità nazionale di tutti i Paesi europei, devono includere nel conteggio del Pil nazionale anche l’economia non osservata. Ovvero, il sommerso economico che, in Italia, ipotizziamo essere stato nel 2009 tra i 231,9 e i 255,9 miliardi di euro”. In buona sostanza il nostro Pil nazionale (che nel 2009 è stato pari a 1.520,8 miliardi di euro) include anche la cifra imputabile all’economia sommersa stimata annualmente dall’Istat. Ricordando che la pressione fiscale è data dal rapporto tra le entrate fiscali e il Pil prodotto in un anno, nel 2009 la pressione ha toccato il 43,2%. La CGIA di Mestre, però, ha voluto “stornare” dalla ricchezza prodotta la quota addebitabile al sommerso economico, calcolando la pressione fiscale sul Pil reale. Facendo questa operazione “verità”, il Pil diminuisce (quindi si “contrae” anche il denominatore) e, pertanto, aumenta il risultato che emerge dal rapporto. Ovvero, la pressione fiscale. Ebbene, secondo la stima della CGIA di Mestre, nel 2009 la pressione fiscale “reale” che pesa sui contribuenti italiani ha oscillato tra un’ipotesi minima del 51% e un’ipotesi massima del 51,9%. A livello metodologico si segnala che l’ultimo dato dell’Istat riferito al peso economico dell’economia irregolare è del 2006. Per gli anni successivi, l’Ufficio studi della CGIA ha proceduto ad applicare la medesima incidenza che il sommerso economico aveva sul Pil nel 2006. Ciò ci consente di dire che, alla luce del probabilissimo aumento del lavoro nero e dell’abusivismo avvenuto in questi ultimi anni di grave crisi economica, ci troviamo di fronte ad un valore economico del sommerso riferito al 2009 molto sottostimato. Per questo la CGIA ritiene che il livello della pressione fiscale reale è da ritenersi più vicino all’ipotesi massima (51,9%) anziché a quella minima (51%). Complessivamente, tutti i contribuenti fedeli al fisco (autonomi, dipendenti, imprese, pensionati, etc) hanno pagato in più di imposte e contributi una cifra che, nel 2009, ha oscillato tra un’ipotesi minima di 100,1 e un’ipotesi massima di 110,5 miliardi di euro. “Una ulteriore dimostrazione – conclude Giuseppe Bortolussi segretario della CGIA di Mestre – che, chi in Italia è conosciuto dal fisco, subisce un prelievo fiscale ben superiore al dato statistico ufficiale. Per questo è assolutamente improrogabile una seria lotta conto il lavoro nero e l’evasione fiscale di chi è completamente sconosciuto al fisco. Aumentando la platea dei contribuenti potremo così ridurre imposte e contributi a chi oggi ne paga più del dovuto”.