CAVALIERE DELLA SERA

30 Maggio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Adesso diranno che Ferruccio De Bortoli non è stato dimesso, bensì che si è dimesso da solo dalla direzione del «Corriere della Sera», guidato per oltre sei anni con equilibrio, competenza, onestà professionale.

Dal punto di vista formale si tratta di una spiegazione ineccepibile e che, ieri sera, un’Ansa delle 21 e 37 spiegava in modo secco.
«De Bortoli, secondo quanto si apprende da fonti del consiglio, avrebbe respinto l’invito degli azionisti a restare alla guida della testata. Stefano Folli è il nuovo direttore». Gli azionisti del «Corriere», il meglio del gotha finanziario e imprenditoriale, si sono mossi, naturalmente, con maestria e senso politico.

Mettiamoci nei loro panni. Da tre giorni si parla di un De Bortoli costretto a sloggiare da via Solferino su pressione di poteri molto forti e ancora più arroganti, riconducibili al presidente del Consiglio. Silvio Berlusconi, si dice, è molto scontento della linea del Corriere. E scontenti sono anche i legali del premier, che definiti «avvocaticchi» dal direttore del più grande giornale italiano lo vogliono portare in tribunale.

Scontentissimo è anche l’onorevole Cesare Previti con cui De Bortoli, come biasimarlo?, non vuole neppure prendere un caffè. Tutte scontentezze che, ben si comprende, non possono lasciare indifferenti i prestigiosi signori da cui dipendono le sorti proprietarie del «Corriere». Potrebbero licenziare De Bortoli, ne hanno il diritto, ma da uomini navigati ed accorti quali sono hanno ben calcolato un gesto enormemente arrischiato: la redazione del «Corriere in subbuglio, le proteste dell’opposizione, un calo dell’autorevolezza del giornale dipinto come un organo di parte, al servizio del presidente del Consiglio.

Chiamano perciò De Bortoli e gli chiedono un gesto impossibile: ritirare le dimissioni che De Bortoli non può ritirare. Non può ritirarle perché la vita di un direttore che da sei anni ha la responsabilità di guidare una corazzata in acque speso tempestose, è diventata molto ma molto logorante. È un direttore che già in passato si è dovuto misurare con le proteste dei governanti del momento, anche dell’Ulivo. Ha dovuto battagliare, difendere l’autonomia del giornale, rischiare querele, minacciarle. Tutto questo però nell’ambito di quella ordinaria nevrosi che caratterizza i rapporti di potere in ogni latitudine.

Da due anni a questa parte, tuttavia, il copione è cambiato. A una classe politica di normali anche se fastidiose pretese è subentrato il regime del presidente-padrone. Costui, dominato da una concezione proprietaria e intimidatoria del governo, del Parlamento, del servizio pubblico televisivo e di tutte le istituzioni occupabili, la mattina vuole leggere dei giornali ispirati alla famosa massima di Giovannino Guareschi: obbedienza cieca, pronta, assoluta.

Il «Corriere della sera», per tradizione e per natura, è tutt’altro che un quotidiano d’opposizione. Rappresenta le opinioni di una borghesia moderata e colta, che magari ha votato pure per Berlusconi, convinta dai suoi falsi programmi di modernizzazione. Ma che non ha rinunciato a pentirsene. Con il linguaggio del «Corriere», il «Corriere» di De Bortoli ha saputo esprimere disagio e riprovazione ogni qualvolta i comportamenti del premier, e dei suoi soci, nelle aule di tribunale o a palazzo Chigi, hanno superato le soglie della decenza. Questo agli occhi del padrone è apparso intollerabile.

Per capire le dimissioni irrevocabili di De Bortoli bisognerebbe essere stati, in questi due anni, con lui nella sua stanza a via Solferino. Bisognerebbe aver ascoltato le infinite telefonate, spesso minacciose, per questo o quell’articolo non gradito al sire di Arcore e alla sua irascibile corte. O avere assistito ai colloqui del direttore con questo o quell’azionista, interessato certo alla autonomia e alla indipendenza del giornale, ma molto di più al buon esito dei propri affari. Due anni così, logorerebbero chiunque abbia rispetto per se stesso, per il proprio lavoro, per i propri colleghi, per i propri lettori.

Ci rendiamo conto che questa piccola etica quotidiana, sia estranea a chi del mestiere di giornalista ha una concezione prettamente subordinata, e che quando sente parlare di passione civile, mette mano alla pistola. De Bortoli non è stato cacciato, perchè non c’era bisogno di farlo. Hanno aspettato che si esaurissero le sue riserve fisiche e nervose. Hanno fatto in modo da rendergli la vita impossibile. E poi lo hanno molto gentilmente accompagnato alla porta. Così funziona e continuerà a funzionare il lodo Berlusconi applicato all’informazione.

Al collega Stefano Folli aguriamo buon lavoro. È stato scelto, ne siamo convinti, per le sue riconosciute qualità professionali. Oggi, il dramma della stampa italiana non è certo l’ingresso di Folli. È l’uscita di De Bortoli.

Copyright © l’Unita’ per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved