CATTELAN: «COMPRANO PURE
I MIEI CALZINI»

17 Febbraio 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Finalmente parla, lui non un suo portavoce o alter ego, lui Maurizio Cattelan. Da Berlino, dove fra poco piu’ di un mese apre la sua prima fatica da co-curatore, «Uomini e Topi», la Biennale di Berlino. Ma non parliamo della Biennale (su questo giornale ne hanno già parlato dettagliatamente). Parliamo dell’arte, la sua, e dell’Italia, la nostra. Nessuno forse ha notato che, nonostante il nome di Cattelan circoli dovunque, dalle aste, alle riviste di pettegolezzi, alle mostre che ospitano i suoi lavori, lui invece, come artista si è preso un anno sabbatico, ha sospeso un progetto sulle donne afgane, ma il rientro è alle porte. Sarà interessante vedere cosa partorirà. Alcuni dicono nulla, altri dicono un nulla dotato di spazio, qualcuno una riflessione sull’arte come specchio del mondo, senza più scandali. Vedremo.

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Intanto sentiamo cosa ci dice, al telefono, durante una pausa dei frenetici preparativi di questa Biennale che sicuramente farà discutere. Un tuo quadro di «Zorro», che a tuo dire è una delle opere più brutte che hai mai fatto, è stato comprato recentemente alle aste di Londra per 500,000 sterline, stiamo parlando di 730,000 euro. Non si parlava di un calo dei prezzi per il tuo lavoro? La fine di un fenomeno? «Guarda è un disastro, la gente sembrava essersi calmata e invece guarda qua».

Ti dispiace? «Certo che mi dispiace, sballa tutto il modo di lavorare. I lavori non vanno più nelle collezioni giuste ma nelle mani di chi ci specula. I musei sono messi fuori mercato e non possono più acquisire. Insomma che che la gente ne pensi, certi prezzi sono, per me, un disastro». Le tue gallerie che dicono? «Non sono contente nemmeno loro, non sanno più chi hanno davanti quando si tratta di vendere. Tentano di controllare i prezzi sul mercato primario, quello artista-gallerista-collezionista o museo. Ma il mercato secondario, quello dove le opere passano da una mano all’altra, da privato a privato, nel giro di poche settimane, è diventato una giungla, una specie di mercato nero».

Però questa frenesia rende tutto il sistema dell’arte più dinamico, eccitante, sorprendente. «Certo ma a quale prezzo?» A che prezzo? «Al prezzo di perdere l’anima, l’identità e anche la voglia di rischiare. Tutti vogliono essere sicuri che quello che fanno è la mossa giusta. Un collezione di arte contemporanea è invece, anche e sopratutto, un gesto di coraggio, una scommessa sul futuro».

Tu l’hai persa questa voglia di rischiare? «Un po’ sì, l’ho persa. Bisogna essere molto più attenti, non si sa chi ci sta intorno. Tutto viene trasformato in lavoro. Se fai qualcosa di effimero, come il libro di Duchamp appeso fuori dalla finestra, che era un opera d’arte solo quando stava appeso fuori da quella finestra e non da un’altra, oggi qualcuno trova il modo di venderlo, magari vendendo insieme tutto l’appartamento. Recentemente qualcuno ha tentato di vendere un paio di calzini che per scherzo avevo firmato e regalato, a una amica, venti anni fa?» Li hanno venduti? Sono i calzini più cari che porto, li ho dovuti ricomprare io prima che andassero in asta.

Che succede in Italia? Riprendiamo il terreno perduto nell’arte contemporanea? «Succede di tutto e di nulla. Non è che abbiamo perduto terreno, lo abbiamo affittato alla televisione». Che vuol dire ? «Che se non si riesce ad arrivare in televisione da noi non si esiste. Ma l’arte non deve stare in televisione, ma nelle gallerie, nei musei, nelle case della gente, nelle città, all’aperto». Deve rimanere esclusiva? «Assolutamente no, ma non tutto funziona nello stesso modo. Come dire una che sonata per violoncello di Bach deve essere suonata a San Siro se no vuol dire che non ha successo. L’arte è un’attività dello spettacolo intimo». Anche il povero Papa schiantato dal meteorite? Non credi che quello sia puro teatro? «Forse , ma anche li io pensavo alla natura intima di quell’esperienza, pensavo all’uomo appesantito dalla vita e poi dal meteorite».

Che ne pensi della storia delle vignette danesi, anti-islamiche? «Fra le immagini che hanno tirato in ballo, per parlare di cose blasfeme, da qualche parte c’era anche il mio Papa. Il problema è che i danesi non hanno saputo usare bene lo strumento della provocazione. Quando sei così distante da certi problemi e li vuoi affrontare, rischi di commettere errori fatali. Se uno attacca deve essere o cattivissimo o calmissimo, non si può essere solo indispettiti. Gli americani hanno inventato il politically correct, di cui noi europei ridiamo tanto, per evitare che la gente indispettita o superficiale si lasci andare a dire cose inutili ma potenzialmente pericolose. Non si può fare una cosa tanto per fare, bisogna esserne convinti. Così se offendi uno di un’altra religione o di un’altra razza o di un altro sesso lo devi fare perché sei convinto non per scherzo o superficialità. Se lo fai per scherzo non sarai neanche capace di difenderti da quelli che non avranno capito che scherzavi».

Ma anche tu hai giocato con elementi della cultura araba. «Sì a Londra. Eravamo nel mezzo della tensione per le Torri Gemelle. Arabo significava terrorista. Ho pensato che il più delle volte non sappiamo leggere i segni del tempo e della storia. Quindi ho stampato dei manifesti che ho appeso in mezza Londra, neri con delle frasi in arabo bianche. Sembrava un incitamento alla violenza e invece era una lettera d’amore scritta da un mio amico a una donna dalla quale si era separato. Chi non parlava arabo pensava, siccome lo aveva fatto Cattelan, che fosse una provocazione, una battuta, invece chi parlava arabo capiva che si parlava d’amore non di violenza. A me interessava comunicare qualcosa a quelli che in quel momento venivano considerati, a priori, nemici, volevo farmi capire da chi ci sembrava incomprensibile».

Che reazioni ci furono? «Nessuna. Sarebbe stato bello avere quell’idea oggi. Ma forse in Israele potrebbe ancora funzionare. Ci sono idee che finiscono in un posto ma possono rinascere da qualche altra parte. Il mondo dell’arte pensa che quando un lavoro è stato visto dagli addetti ai lavori che contano è già vecchio. C’è tutto un pubblico, che ha una vita normale, che non viaggia tanto, che non ne sa nulla di quello che succede nel mondo dell’arte, che magari sarebbe interessato a vedere un sacco di opere d’arte e progetti dati per defunti e storicizzati dal nostro sistema. Come se alle Olimpiadi il pubblico fosse solo composto da altri atleti. Come i dibattiti a porte chiuse, che cavolo di dibattiti sono».

Cosa manca all’Italia dell’arte? «Vedi quando è nato il famoso fenomeno dei Yba, i giovani artisti britannici agli inizi degli anni novanta, a Londra c’era un giovanissimo, attivissimo, Damien Hirst, un attivissimo collezionista Charles Saatchi e una giovanissima, nuova, rivista Freeze. Queste tre forze hanno creato il fenomeno, a distanza di dieci anni Londra è la capitale più viva d’Europa per quel che riguarda l’arte contemporanea. Tre vettori che hanno stimolato tutte le istituzioni culturali esistenti, la stampa, il mercato. A noi manca questo ancora, la forza di fare quadrato. In Inghilterra, ma anche negli Stati Uniti, interessi diversi hanno spesso lo stesso obiettivo, dare forza al sistema che li contiene. Da noi interessi diversi hanno sempre obiettivi diversi. Qualcosa, comunque, da quando ho cominciato a fare l’artista, si è smosso, qualcosa sta cambiando anche da noi, ci sono meno parrocchie di un tempo».

Sei il Damien Hirst Italiano? «No sono il Maurizio Cattelan Inglese». Ma con la Wrong Gallery, con Charlie, con Permanent Food, stai provando a fare qualcosa di simile a quello che fece Hirst, quando inziò a organizzare mostre della sua generazione, stimolare il mondo dell’arte in tanti modi diversi, non solo con i tuoi lavori. «Sto provando a rimettere in circolo quello che prendo». Sei generoso. «Non proprio, anzi, ma se non faccio così, qualcosa mi dice che morirò presto, una questiona di Karma, anzi Carma, visto che sono italiano». Il gallerista Gian Enzo Sperone dice che tu sei un fenomeno pompato, anche se ammette che purtroppo rimarrai nella storia, è troppo tardi per impedire che non succeda.

«Un mio amico diceva che tutti i nomi nel mondo dell’arte sono scritti a matita. Sperone è un mito. Avercene, oggi, di gente come lui. Ma lui non è un gallerista, lui è un signore con i suoi gusti. I galleristi non possono permettersi di avere gusti, devono sempre inseguire le intuizioni, proprie e altrui, devono sapere ascoltare. Conosco un gallerista quasi cieco, ma non può esistere un gallerista sordo».

A Berlino sei il maestro d’orchestra? «No sono il massaggiatore. Massimiliano Gioni e Ali Subotnick stanno lavorando come ossessi, io li guardo». Il tuo ruolo quale è? Immagine? Testimonial? «Assolutamente no. Scherzo quando dico che li sto a guardare. Lavoro anche io come loro, ma a volte mi sento più come sagoma di un tiro al bersaglio dove la gente va per sfogarsi con una P38». Il titolo, “Uomini e Topi”? Pare che i topi dividano con noi umani la paura della morte, il che farebbe senso visto che di solito quando un topo e un uomo s’incontrano scappano entrambi, non è così con gli altri animali. Il titolo forse riflette questa paura condivisa.

Oggi condividiamo molte paure con il mondo animale. Siamo diventati mezzi uomini e mezzi topi. Topo in latino si dice “muris”, siamo diventati “murisauri”». Dicono che all’inaugurazione organizzerete un posto di blocco su una strada principale con il filo spinato e dei soldati con le vecchie divise della Ddr, è vero? «Non ci pensiamo neppure, sarebbe una banalità. La gente si aspetta il colpo di scena, ma saranno delusi, o almeno il colpo di scena ci sarà ma sarà la mostra stessa. Ma niente effetti speciali.

Dopo Berlino il prossimo progetto? «Stavo lavorando, con le donne afgane che facevano gli arazzi di Boetti, a un progetto, ma ho dovuto interromperlo per fare questa Biennale di Berlino. Non dovrei dirlo ma ti do un anteprima. Il progetto era una commissione per il nuovissimo museo che stanno per costruire dei privati vicino a Forlì. Se ci sarà il museo ci sarà il progetto». Che differenza c’è fra l’Italia e l’America? «Sei ore di fuso orario.

Ma a parte gli scherzi, negli Stati Uniti ci sono delle regole e dei metodi uguali per tutti, poi ci sono persone diverse che applicano questi metodi e queste regole. Da noi ci sono sempre le stesse persone con regole e metodi sempre differenti, dipende cosa gli serve. Capire gente diversa è più interessante che imparare sempre e di nuovo le regole degli altri». Sei uno degli artisti più famosi del mondo e sicuramente l’italiano più famoso, ti piace? «Ripeto, tutti i nomi sono scritti a matita, ma sto pensando di comprare una biro». Come ti definiresti? «John Ford diceva “Sono John Ford, regista di Western”. Io potrei dire “Sono Maurizio Cattelan, finché dura faccio l’artista”».

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