CATASTO: CAMBIARE CI COSTERA’
20 MILIARDI

3 Ottobre 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
L’aneddoto preferito di Alfiero Grandi, sottosegretario all’Economia, quando è chiamato a spiegare il progetto del “catasto comunale”, è quello del mega attico ristrutturato con finiture di gran lusso in Piazza Navona, nel cuore di Roma, accatastato come casa popolare.

Ad eccezione del proprietario, forse nessuno si opporrebbe all’aggiornamento della classe del’immobile e del suo valore catastale, base su cui vengono calcolate l’odiatissima Ici e le altre tasse indirette. Ma la metodologia che si intende utilizzare per stabilire la nuova base di calcolo, una volta completato il decentramento del catasto ai comuni (la norma è del 1998 ma l’avvio è previsto per fine 2007) rischia di penalizzare pesantemente tutti i proprietari (e a cascata anche gli inquilini).

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Confedilizia ha calcolato che solo di Ici, aggiornando i valori e mantenendo fermi i coefficienti, il gettito passerebbe dagli attuali 10 miliardi ai 20-30 miliardi. «Nascerà un catasto mistificatore», accusa Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia. E questo perché invece di calcolare le tasse sul reddito che il proprietario potrebbe percepire dall’immobile verranno basate sul valore di mercato della casa. «Proprio quando il mercato sta registrando redditi in diminuzione e valori in aumento».

Insomma, il catasto “a valori” «serve solo a fare cassa», accusa il presidente dell’associazione che cura gli interessi dei proprietari; senza contare che i comuni raschierebbero volentieri il barile, dopo aver fatto il pieno aumentando al massimo le aliquote. Agenzie esterne specializzate (che in qualche modo dovranno essere pagate) gestiranno il nuovo business, visto che tra gli 8.000 comuni italiani ben pochi saranno in grado di amministrare la mole di lavoro che deriverà dal nuovo catasto.

A parte l’esempio – estremo e dunque inutile – dell’attico “popolare” di piazza Navona, cosa succederà in tutto il resto del territorio italiano? San Giovanni in Persiceto è un comune della provincia di Bologna dove nel 2002 è stato avviato, in via sperimentale, il decentramento. L’esperimento ha coinvolto altri 5 comuni più piccoli, per un totale di 75.000 abitanti. Il polo catastale si trova a San Giovanni, mentre negli altri comuni è stato aperto uno sportello per le visure, il documento più richiesto dai cittadini e dai professionisti.

«Il bilancio è sicuramente positivo», dice a Libero il sindaco di San Giovanni in Persiceto, Paola Marani, «sia per i cittadini che non hanno più bisogno di andare a Bologna per richiedere i documenti, sia per l’amministrazione, grazie all’integrazione degli uffici urbanistica e tributi. Peccato che questo decentramento si è rivelato un costo per le casse comunali, visto che l’incasso per ogni singola pratica va a finire nelle tasche dell’Agenzia delle Entrate. Va bene decentrare, ma vanno ripartite anche le risorse». Evidentemente lo Stato pensa di ripagare i comuni grazie agli aumenti, di fatto, dell’Ici. E potrebbe non avere tutti i torti.

Nel corso dell’esperimento infatti sono stati controllati a campione 600 immobili accatastati come A4 e A5. Il 36% delle case visitate non si trova nella giusta collocazione. In media dunque il comune potrebbe incassare il 20% di Ici in più. Percentuale che potrebbe balzare in città come Roma a cifre da capogiro. Un vero salasso per i proprietari che pagherebbero, incolpevoli, l’arretratezza dell’attuale catasto.

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