CASO FIDEURAM: E’ LO SPECCHIO DEI PROMOTORI?

22 Marzo 2004, di Redazione Wall Street Italia

* Fabrizio Tedeschi e´ editorialista di Panorama Economy. Consulente di grandi banche e gruppi finanziari, per otto anni e´ stato responsabile della Divisione Intermediari della Consob a Milano.

Questa volta sono un’ottantina di promotori Fideuram, un bel numero.
Avevano creato un business ad hoc per alcuni clienti: portare il denaro
in Svizzera e poi farlo rientrare con lo scudo fiscale. Difficile
pensare che tutto sia avvenuto per caso, senza un’organizzazione,
l’accordo o la tolleranza di qualcuno. Oppure bisogna concludere che
sono situazioni endemiche, strutturalmente legate al mercato
finanziario? O che sono lo specchio di come funziona il mercato dei
promotori?

Le considerazioni da fare sono tante. In primo luogo non si tratta di
uno scandalo finanziario, perché non è stato truffato nessuno (a parte,
forse, il fisco italiano). Anzi, ironizzando, si può dire che è stato
soddisfatto un bisogno della clientela. Può darsi che le commissioni
richieste (dal 5 al 20%) fossero esose. Stupiscono pure le modalità
delle operazioni: in tempi di trasferimenti elettronici, di rapporti
internazionali, ricorrere a metodologie così obsolete, come lo
«spallonaggio», non denota una grande preparazione tecnica, al di là
delle semplici considerazioni etiche.

Ma due punti devono essere particolarmente chiari: le banche
stabiliscono le loro sedi laddove è più facile intercettare il traffico
di denaro e, giustamente, dal punto di vista economico, aprono
dipendenze in Svizzera, Montecarlo, Lussemburgo, e così via. Inoltre
abilitano i collaboratori a un’attività di «segnalazione», magari pure
remunerata, che ha dei confini molto labili. Non devono poi stupirsi se
alcuni di costoro utilizzano queste informazioni in modo improprio.

Devono semmai approntare gli strumenti necessari per evitare che la
propria immagine venga coinvolta in operazioni negative. Quello dei
controlli è il punto focale della vicenda. Le verifiche di natura
formale, basate sulle «carte», sulle dichiarazioni dei soggetti
interessati, sono insufficienti. Occorrono controlli più penetranti, che utilizzino anche strumenti «informali», quali le
informazioni raccolte sul mercato o anche una vera e propria attività di
intelligence. Senza questo, ogni attività di tipo abusivo difficilmente
verrà scoperta.

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