Caro Squinzi, non ci siamo

24 Maggio 2012, di Redazione Wall Street Italia

Gian Battista Bozzo, tra i senior del giornalismo economico italiano, collabora periodicamente a Wall Street Italia con questa rubrica Quindici Righe.

Caro Squinzi, non ci siamo. Il rituale, costosissimo quanto inutile, dell’assemblea pubblica della Confindustria si è consumato anche quest’anno nel Parco della Musica progettato da Renzo Piano, ma lo spartito era logoro, inadeguato alla paurosa situazione economica e politica italiana.

In platea sempre le stesse facce, i Bersani, gli Alfano, gli Schifani e i Fini, i Passera ed i Grilli. Persone che da lustri occupano posti importantissimi nella vita pubblica nazionale e dai quali non è venuto alcun contributo al miglioramento del Paese. Se io fossi un imprenditore, mi chiederei perché invitarli ancora. Di più. Mi chiederei se questa kermesse annuale abbia ancora un senso, così come i convegni dei giovani industriali nella piazzetta di Capri o a Santa Margherita.

Nel merito, la relazione di Squinzi non aggiunge nulla alle cose che tutti già sappiamo. Lo Stato non paga i debiti contratti con le imprese, e non li pagherà nemmeno in futuro nonostante le promesse. La Pubblica amministrazione è inefficiente, anzi ostacola le imprese. Il fisco ti lascia in mutande. L’energia costa il doppio che altrove. La spending review è una bufala. La riforma del mercato del lavoro è inutile, se non addirittura dannosa per le imprese.

Interventi a favore della crescita? Non facciamo ridere, lo Stato non ha un centesimo in cassa. Si dice che molte amministrazioni non paghino neppure i contributi all’Inpdap, l’ente previdenziale del pubblico impiego che ancora utilizza la documentazione cartacea anziché i computer.

In questo quadro era necessaria, invece, una relazione di rottura. Allo Stato ed ai politici, il presidente degli industriali, che è un imprenditore vero (leader della Mapei) e di tutto rispetto, avrebbe dovuto dire soltanto: da voi non vogliamo un centesimo, ma lasciateci in pace, non ostacolateci, fateci lavorare.

Ed avrebbe dovuto annunciare: cari amici, dall’anno prossimo l’assemblea pubblica della Confindustria non si fa più. Nessun invito in carta patinata, nessun dibattito inutile, nessuna passerella per vacui politicanti. Con quel che si risparmia alimentiamo un fondo per le imprese in difficoltà. E cambiamo anche il nome della nostra associazione: diventerà l’ISI, Industriali Superstiti Italiani.