CARA ITALIA,
VUOI FARE LA FINE
DI VENEZIA?

24 Novembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – In copertina è stampata una maschera
veneziana, per far scattare anche visivamente
l’analogia: «L’Italia sta arrivando al dunque, la
sua situazione è quella della Venezia del diciottesimo
secolo, rimasta seduta troppo a lungo sui
successi del passato. La Serenissima è oggi poco
più che un’attrazione turistica, è questo il destino
dell’Italia?», scrive John Peet nell’attesissimo
survey dell’Economist presentato ieri mattina a
Milano, sotto gli stucchi di Palazzo Clerici.

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Nel rapporto speciale dedicato dal settimanale
londinese al nostro paese e intitolato un po’
enfaticamente “Addio dolce vita” , la fotografia
scattata è quella impietosa di «un lungo, lento
declino, malgrado le sue tante attrattive.
Rovesciare la tendenza richiederà
più coraggio di quanto i suoi attuali
leader politici sembrano possedere
». Riformare o morire, insomma.

In una quindicina di pagine vergate
appunto dall’european editor,
divise in sei capitoli (la ricerca del capro
espiatorio; malato strutturale; la
follia di Fazio; non si può vincere; gli
strani casi del signor Berlusconi; la croce del sud;
riformare o morire), il settimanale londinese
squaderna tutti i problemi strutturali dell’Italia,
dalla bassa crescita economica al declinante contesto
politico, economico, giudiziario e sociale.

Secondo lo studio, gli effetti del declino italiano
sono già evidenti: «Crolla lo standard di vita
per molte persone, vengono ridotte o rimandate
vacanze e posticipati acquisti importanti,
mentre i supermercati riferiscono che nell’ultima
settimana del mese cala il fatturato, segno
che molte famiglie non ce la fanno». L’analisi
dell’Economist, insomma, evidenzia non solo lo
stato economico del paese ma seziona l’intero sistema
paese, definito in deterioramento: peggioramento
degli standard scolastici («nessuna
università compresa nella classifica delle prime
90 al mondo»), il cattivo stato delle finanze
pubbliche, il deterioramento del tessuto sociale
(«la famiglia resiste ma il fatto che il 40 per
cento degli italiani tra i 30 e i 34 anni sia ancora
in casa dei genitori non è un segno felice
»), l’infelice lascito di questo governo
«nella svalutazione dell’etica pubblica
e civile, pur coraggioso nelle
riforme sul mercato
del lavoro e sulle
pensioni e in politica
estera», e una situazione
demografica
negativa, con un tasso
di natalità fra i più
bassi in Europa.

A proposito di
Europa. Nel report
il confronto con gli altri paesi
di Eurolandia è davvero impietoso,
soprattutto con la Spagna che corre a
tripla velocità rispetto a noi: la bassa crescita
economica è l’indicatore principale del declino
italiano, «siete stati quest’anno fanalino di
coda dell’area euro, addirittura peggio della
Germania, e lo sarete anche nel 2006», ha spiegato
Peet che ieri a palazzo Clerici ha dialogato
con Mario Monti, Salza e Tronchetti.

Sul piano politico, poi, nel «survey» si ricorda l’articolo del 2001,
quello su Berlusconi unfit to run Italy: «Un verdetto che resta valido.
C’erano buoni motivi per votare la coalizione di centrodestra perché il
paese aveva bisogno di riforme, di liberalizzazione e di privatizzazione,
ma molto poco di quanto promesso è stato messo in atto». Ma in realtà
nessuna delle due coalizioni «offre molte speranze per le dolorose riforme
necessarie. Se anche riuscirà a vincere Prodi troverà difficile introdurre
riforme, quanto meno perchè la sua coalizione abbraccia nove
partiti, alcuni dei quali ostacoleranno ogni cambiamento».

Sotto accusa
anche il ministro Tremonti, che incolpa euro e Cina della debolezza economica
italiana, «mentre il punto debole è il calo dell’export. La stessa
gestione della finanza pubblica, per il settimanale, è terribile: «Il governo
ha ereditato un surplus primario nel budget di quasi il 5% del Pil e
l’ha azzerato». Nemmeno il nostro capitalismo ne esce bene: il survey,
infatti mette i piedi nel piatto di imprenditori molto spesso «incapaci di
affrontare la globalizzazione e pronti a rifugiarsi nei settori protetti».

Sempre sul crinale tra politica ed economia, il settimanale bacchetta la
permanenza ai vertici della Banca d’Italia di Antonio Fazio osservando
come «la credibilità della banca centrale sia stata fatta a pezzi dall’intransigenza
del suo governatore». «Gli elettori – conclude il rapporto –
dovranno scegliere come 10 anni fa tra Berlusconi e Prodi, una cosa triste,
mentre per il futuro si prevede l’avanzamento di Fini e Veltroni».

Riformare o morire, quindi. «Nel lungo termine l’estro, l’inventiva e la
creatività degli italiani dovrebbero bastare per salvare un paese ancora
ricco in tutti i sensi; a breve però ci sono buoni motivi per essere pessimisti.
Il paese ha un bisogno disperato di riforme strutturali».

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