CAPITALISMO
DA FUSIONE

27 Febbraio 2006, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime esclusivamente il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Le recenti notizie tendono a confermare che un vento «strano» spira nei paesi occidentali. Negli Stati Uniti, molti parlamentari (sia repubblicani sia democratici) si stanno scontrando con l’amministrazione Bush sulla vendita della società britannica che gestisce alcuni dei più importanti porti americani a una società che fa capo all’Emirato arabo del Dubai.

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Strumentalmente invocano questioni di sicurezza, come era già accaduto nel caso del tentativo di scalata di una compagnia petrolifera cinese all’americana Conoco e come era accaduto nel riuscito acquisto del comparto dei computer dell’IBM da parte della cinese Lenovo. I parlamentari americani non si limitano a voler far deragliare la scalata araba, ma chiedono anche che vengano rese più severe e soprattutto sottoposte al Congresso le procedure che permettono l’acquisto di corporations americane da parte di interessi stranieri.

Al di qua dell’Atlantico, il governo francese ha varato recentemente delle norme (al vaglio dell’UE) per difendere le società transalpine da scalate ostili straniere. Altrettanto ha fatto il piccolo Lussemburgo, dove ha sede il gruppo siderurgico europeo Arcelor, che l’indiana Mittal vuole acquistare a suon di miliardi di dollari. In Italia si stanno studiando misure analoghe a quelle francesi, mentre il governo polacco sta impendendo la presa di possesso della banca polacca Pekao da parte dell’italiana Unicredito.

Questa lista potrebbe essere ancora allungata (basti pensare alla reazione francese a una possibile scalata della Suez da parte dell’italiana Enel), ma quello che conta è che molti stanno cercando di difendere (in svariati modi) quelli che considerano i loro «campioni nazionali». Queste reazioni ovviamente fanno a pugni con le leggi del mercato, secondo cui le scalate (anche se ostili) sono il frutto di una sottovalutazione della preda dovuta ad una cattiva gestione oppure a dimensioni di scala insufficienti. Quindi, la società cacciatrice svolge l’importante funzione di creare valore migliorando la gestione dell’azienda o sfruttando meglio le potenzialità inespresse della società grazie a dimensioni maggiori.

Dunque, secondo l’attuale ortodossia economica, tutto deve essere contendibile sul mercato (quindi, anche la proprietà di una società) e la discussione può unicamente riguardare il prezzo. In quest’ottica, la battaglia politica per la difesa dei «campioni nazionali» è sbagliata ed è di retroguardia. Secondo i puristi del mercato, queste considerazioni non vengono inficiate nemmeno dalle statistiche che rivelano che la stragrande maggioranza delle fusioni e delle acquisizioni si rivelano a distanza fallimentari. Non vengono nemmeno inficiate dal fatto che la presenza di centri decisionali economici sul proprio territorio è un fattore di capitale importanza per ogni iniziativa economica, come si sa bene in Ticino dove molti centri decisionali sono oltre San Gottardo.

È quindi legittimo interrogarsi su quali siano le cause di questa nuova grande ondata di fusioni e acquisizioni. Ebbene, le ragioni principali sono sostanzialmente due. Il primo motivo è che le grandi società nazionali (soprattutto in Europa) sono diventate società di medie dimensioni nell’attuale era dei mercati globali. Quindi, l’alternativa appare chiara: o crescere o morire. Questa spiegazione ne nasconde un’altra più preoccupante è che in molti settori economici si stanno imponendo cinque/sei società che sono dei global player ed attorno ad essi si sta creando il vuoto. In altri termini, nei diversi settori si assiste all’affermazione di pochi giganti che in prospettiva non assicurano che vi sia quella concorrenza necessaria per garantire la qualità migliore con i prezzi più bassi.

Questo processo è in corso nell’industria siderurgica, in quella automobilistica, in quella delle telecomunicazioni, in quella della distribuzione, dei trasporti aerei e così via. È significativo, in proposito, tener presente che la liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica in Europa porterà presto, secondo il numero uno del gruppo tedesco E.on, alla formazione di tre grandi gruppi europei che controlleranno l’intero mercato. In pratica, ciò vorrà dire che si passerà da monopoli pubblici nazionali a monopoli privati multinazionali con il rischio di trovarsi in una situazione peggiore di quella precedente.

Quindi, l’ondata di fusione ed acquisizioni è il frutto della ricerca di dimensioni di scala che però sono tali da mettere in discussione lo stesso funzionamento del mercato, come dimostra il moltiplicarsi delle scoperte di accordi illeciti sui prezzi tra le diverse società. Il secondo motivo di questa impennata di fusioni ed acquisizioni è che ci sono molti capitali in circolazione e quindi una perdita di valore dei soldi rispetto ai beni reali (materie prime, immobili, aziende, ecc.).

Infatti negli ultimi anni molte società hanno registrato utili notevoli (che spesso vengono utilizzati per programmi di riacquisto di azioni proprie) e hanno accumulato ingenti riserve di liquidità, che spesso usano per queste operazioni di acquisizione, che infatti oggi avvengono prevalentemente con pagamenti cash e non con concambi azionari, come accadeva in passato.

La fuga dal capitale liquido alla ricerca di rendimenti maggiori e soprattutto meno incerti è anche la causa della facilità con cui oggi le società di Private Equity (che sono le altre protagoniste di queste scalate) riescono a raccogliere enormi quantità di capitali dagli investitori privati. Quindi, una fuga dai capitali liquidi alla ricerca di beni reali. Tenuto conto di queste circostanze, l’ondata di acquisizione potrebbe essere vista come un segnale di malattia piuttosto che di salute dell’economia mondiale.

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