CAMBI: EURO FRENA DOPO DICHIARAZIONI N.3 BCE

14 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

I nuovi segnali di preoccupazione sul supereuro e l’ipotesi di un intervento della Bce sul mercato bloccano la corsa dell’euro. La moneta unica europea ha perso più di un centesimo sul dollaro restando per buona parte della seduta sotto quota 1,27, prima di recuperare attorno a 1,2720 (da 1,2774 degli ultimi scambi di ieri).

A frenare la divisa europea, le dichiarazioni del governatore della Banca di Francia, Christian Noyer. Il governatore, che per 4 anni è stato vicepresidente della BCE, si è detto preoccupato per gli effetti negativi sulla crescita che l’instabilità dei cambi potrebbe avere ed ha invitato le autorità monetarie europee a promuovere la stabilità. “L’eccesso di volatilità, i movimenti bruschi tra le grandi monete non sono mai una buona cosa per la crescita mondiale”, ha detto Noyer in linea con quanto già affermato dal presidente della Bce Jean-Claude Trichet.

Ma Noyer pare spingersi oltre quando precisa che un “intervento è sempre possibile”. Parole che sembrano rendere meno remota la possibilità che la Bce faccia ricorso a vendite di euro per arginarne la corsa. L’ultima volta che l’Istituto di Francoforte è intervenuto sul mercato risale al 2000 quando ordinò acquisti di euro per sostenere la valuta. Più in generale, il fatto che nelle ultime ore si siano intensificati i segnali di preoccupazione da parte di autorità politiche e monetarie di Eurolandia lascia prevedere che dal prossimo G7 in programma il 6-7 febbraio in Florida emergeranno indicazioni volte ad arginare gli effetti del crollo del dollaro.

Solo ieri il cancelliere tedesco Gerhard Schroeder e il presidente della Bundesbank e membro della Bce, Ernst Welteke hanno messo in guardia dai rischi del supereuro sulla ripresa dell’economia dell’eurozona sottolineando il ruolo che la Bce esercita sui rapporti di cambio. Lo stesso presidente della Fed, Alan Greenspan, ha riconosciuto che l’export europeo subisce una “considerevole pressione”.

Oggi, poi, anche il ministro per le Politiche Comunitarie Rocco Buttiglione ha detto di ritenere opportuno un taglio dei tassi da parte della Bce dal momento che sono “significativamente più alti di quelli del dollaro”. Del resto, l’assenza di spinte inflattive negli Usa (confermata oggi dall’andamento dei prezzi alla produzione a dicembre con l’indice core in calo dello 0,1%) consente alla Fed di proseguire nella sua strategia orientata a mantenere i tassi d’ interesse all’ 1%, ai minimi da 45 anni.

Da segnalare, poi, l’inatteso calo del deficit commerciale statunitense che, grazie al dollaro debole, è sceso a novembre a 38 miliardi di dollari (dai precedenti 41,6 mld), vale a dire al livello più basso dal mese di ottobre del 2002. In particolare l’export è aumentato del 2,9% trainato dal livello-record dei flussi diretti in Cina. L’attesa ora è per il Beige Book della Fed per il consueto quadro dell’andamento dell’economia nelle varie aree del Paese.