BUSH E I TAGLI
ALLE TASSE:
PRO E CONTRO

21 Aprile 2003, di Redazione Wall Street Italia

L’economia annaspa, dopo una serie infinita di tagli al costo del denaro e’ arrivato il momento di stimolare il moribondo sistema americano attraverso la leva fiscale. Un ritornello che sentiamo spesso ultimamente dalla Casa Bianca e che raccaglie sempre piu’ consensi anche tra i professionisti dell’investimento. Aumentare il reddito disponibile dei contribuenti e’ la strada piu’ indicata per far ripartire i consumi sui quali si basa il 75% del PIL USA.

Tagliare le tasse? Assolutamente no gridano i critici fautori dell’austerita’ del bilancio pubblico. Il disavanzo delle partite correnti e il deficit pubblico generato dai costi della guerra non permettono atti di generosita’ verso i contribuenti americani. Il rischio e’ quello di assistere ad un rialzo dei tassi immediato, ad un drenaggio di risorse dal settore privato a favore di quello pubblico e , soprattutto, di gravare le generazioni future di nuove tasse per coprire i buchi fatti oggi.

Proviamo a riassumere alcune delle motivazioni su cui si fondano il partito dei contrari e dei favorevoli.

Contrari

Gli Stati Uniti hanno attualmente un deficit delle partite correnti che si sta avvicinando al 5% del Pil. Per mantenere in equilibrio la bilancia dei pagamenti il Paese ha contato fino ad ora su un forte afflusso di investimenti finanziari esteri. Per corregere questo effetto e’ necessario riequilibrare la bilancia commerciale e rendere piu’ competitive le merci americane. La via naturale e’ un indebolimento del dollaro. E che questa sia la direzione intrapresa dal mercato lo testimonia il fatto che un crescente numero di money manager cerca di proteggere le posizioni con operazioni di hedging sul biglietto verde.

Se a fronte di questo movimento e con spese militari crescenti vengono intraprese politiche fiscali espansive, basate su un taglio delle tasse, proprio in un periodo dove il gettito tende a diminuire per la congiuntura sfavorevole, l’effetto sara’ di un rialzo dei tassi d’interesse. Infatti per finanziare il deficit esistono sostanzialmente due modi: aumentare le tasse o emettere nuovo debito. Se come sembra l’unica via rimarra’ la seconda, per compensare i creditori per il crescente sforzo finanziario sara’ necessario premiarli con maggiori interessi.

Non solo, tassi d’interesse piu’ alti potrebbero rendere il dollaro piu’ forte e non risolvere il problema della bilancia commerciale. Inoltre deficit crescenti tenderanno a creare un effetto di spiazzamento con preziose risorse finanziarie che saranno dirottate dal settore privato a quello pubblico. Per questo motivo i nostalgici dell’era Clinton ricordano uno dei periodi piu’ favorevoli dell’economia con una crescita degli investimenti privati senza precedenti, accompagnato da una serie di surplus di bilancio.

Il discorso ovviamente non e’ tanto semplice e non potrebbe essere liquidato cosi’ in poche righe. Tuttavia lo stesso Greenspan, che pure era preoccupato per l’utilizzo dei surplus fino al 2002, e’ ora molto scettico su una eventuale manovra fiscale. Per il Governatore si rischia che lo stimolo all’economia arrivi in ritardo, non sortisca l’effetto desiderato e interrompa un circolo virtuoso che ha fatto degli Stati Uniti l’economia piu’ efficiente al mondo.

I favorevoli

Tra i piu’ accaniti sponsor della riduzione delle tasse c’e’ ovviamente l’inquilino della Casa Bianca. Al di la’ delle motivazioni economiche, chiedere meno meno soldi ai contribuenti e’ certamente una mossa azzeccata in vista delle elezioni del 2004. Tuttavia le file dei sostenitori sono ingrossate anche da personaggi dell’economia non interessati ai risultati di breve periodo ma, piuttosto convinti della validita’ della scelta in questo momento storico.

Tagliare le tasse adesso e’ un investimento sul futuro e una mossa necessaria per il presente. Stimolare i consumi ed aumentare il reddito disponibile e’ assolutamente fondamentale. Se l’economia ricomincera’ a marciare a passo sostenuto il gettito fiscale aumentera’ automaticamente grazie alla maggiore ricchezza prodotta.

Per fare un calcolo approssimativo, se il Pil americano dovesse tornare a crescere intorno al 5% nominale, in tre anni si aumenterebbe la ricchezza prodotta di circa $1.500 miliardi. Considerando che la pressione fiscale e’ intorno al 18% del Pil questo vuol dire che il quarto anno il sistema riceverebbe $270 miliardi in piu’ dai contribuenti.

Ma nel frattempo il debito non tarpera’ le ali all’economia a Stelle e Strisce? Non necessariamente e’ la risposta di chi confronta il bilancio americano con quello di altri Paesi industrializzati. Il Pil americano oggi vale intorno agli $11.000 miliardi, il rapporto deficit/Pil alla fine del 2002 era del 2,8% e il debito accumulato e’ circa il 36% della richezza prodotta. Una buona fetta dei Paesi che fanno parte dell’Unione Europea (Italia in prima fila) potrebbe impallidire davanti a questi numeri.

E i tassi d’interesse? Un costo del denaro piu’ alto rendera’ vano il lavoro di Alan Greenspan e non permettera’ all’economia di decollare. Ma siamo proprio sicuri di questo?

L’evidenza empirica dimostra che oggi i tassi d’interesse sono piu’ funzione delle aspettative d’inflazione e delle opportunita’ alternative sul mercato dei capitali che dell’entita del debito pubblico. Il Giappone ha un debito pari al 140% del Pil eppure, ha un livello dei tassi tra i piu’ bassi al mondo e non sembra per il momento trovare molte difficolta’ a finanziarsi.

Anche in questo caso l’analisi non e’ cosi’ semplice. Tuttavia queste poche osservazioni bastano per dimostrare come da una parte e dall’altra ci siano motivazioni valide. Non sara’ possibile prendere una strada specifica senza correre dei rischi. Nel frattempo gli investitori in Borsa incrociano le dita e sperano che qualsiasi decisione verra’ presa, i listini sappiano apprezzarla e cambino finalmente direzione.