BUSH, BIN LADEN
E IL PETROLIO (II)

2 Gennaio 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Dietro lo pseudonimo Sbancor si cela un noto banchiere italiano. Il primo articolo di questa serie BUSH, BIN LADEN E IL PETROLIO (I)
e’ stato pubblicato alla fine di dicembre.

(WSI) – “Follow the money” – Segui il denaro diceva Deep Throath (Gola Profonda) ai due giornalisti che incriminarono il Presidente Nixon per lo scandalo Watergate. Ma per seguire questo flusso di denaro non bastano due intraprendenti cronisti del “Washington Post”. Dal 1979 la casa regnante dei Saud lancia la più grossa offensiva di propaganda religiosa mai vista sulla faccia del pianeta: 70 miliardi di dollari è il “budget” iniziale.

Nel 1979 due fatti erano intervenuti a modificare gli assetti del Medio-Oriente: la rivoluzione iraniana aveva creato una teocrazia sciita che sembrava in grado di combattere il “Grande Satana”, gli Stati Uniti d’America. Sempre nel 1979 un gruppo di militanti sciiti si impossessò per alcune ore della Grande Moschea della Mecca, il luogo santo dell’Islam dove è conservata la Ka’aba, la pietra nera. I Principi Sauditi si risvegliarono dal loro ozio fatto di ville sulla costa azzurra, Ferrari, Roll’s Royce e Rolex tempestati di diamanti. Gli “eretici” sciiti erano alle porte, l’Iran di Khoimeni si espandeva fino a Beirut dove nasceva il Partito di Dio, gli Hezbollah. Tutti i regimi mediorientali tremavano sotto la minaccia della Shia. A Istambul le donne si vestivano “all’iraniana”, Chador e cappotti lunghi grigi. A partire dagli anni ’80, con la guerra in Afghanistan, il flusso di denaro aumenta. I risultati si vedono: 1.500 moschee, 210 centri islamici, 202 collegi e circa 2000 scuole realizzate in quegli anni solo nei paesi non-islamici.

Le organizzazioni “di carità” incanalano flussi continui di valuta verso tutte le organizzazioni radicali islamiche, dall’Algeria al Sudan, dall’Indonesia alle Filippine.

Incontrammo Ben Bella ad Algeri: era appena iniziata la “mattanza algerina”, che è costata la vita ad oltre 300.000 persone. Gli chiedemmo chi secondo lui finanziasse gli estremisti islamici. “Ci rispose: “I Saud, cioè gli americani”.

Riyadh e Washington insieme fornirono 3,5 miliardi di dollari ai “mujaddin” che combattevano in Afghanistan. Durante la guerra in Bosnia i Saud misero a disposizione dei gruppi integralisti circa 150 milioni di dollari. Lo stesso fu fatto in Cecenia.

Ora è difficile credere che questa politica estera Saudita possa essere durata circa 25 anni senza che gli Americani ne sapessero nulla. Ma è proprio quello che il “rapporto al Congresso sul 9/11” ci vuol far credere. Più realistico pensare che in questo fiume di dollari, di petro-dollari, nuotassero molti pesci dell’amministrazione U.S.A. Di alcuni si ha diretta notizia, come dell’ex Direttore della CIA Richard Helmes, coinvolto nello scandalo BCCI come risulta dal “Rapporto Kerry”. Di altra si ha evidenza dai libri soci di alcune società ben introdotte in Medioriente come il “Carlyle Group” o la “Halliburton”. Quindi Bush padre e Cheney, Frank Carlucci e James Baker III.

Diversi agenti Cia hanno raccontato come per tutti gli anni ’90 qualsiasi inchiesta sul terrorismo islamico che coinvolgesse la famiglia reale Saudita venisse immediatamente fermata dai livelli gerarchici più alti. (cfr. The Saudi Connection “How Billions in oil money spawned a global terror network”. Stessa storia per il Pakistan e per il suo famigerato servizio segreto: l’I.S.I.

All’interno della Casa Reale Saud il “prediletto” di Re Fahd è Abdul Aziz, detto “Azouzi” che in arabo significa “Caro” a detenere la leadership nei finanziamenti agli integralisti. “Caro” girava con una Harley Davidson dentro i palazzi sauditi, travolgendo servi e schiavi. “Caro” è un po’ lento di cervello, viziato, inaffidabile. “Caro” ha speso 4,6 milardi di dollari per un palazzo. “Caro” ha ricostruito la “Mecca” in scala e paga attori perche recitino la parte dei “fedeli 24 ore su 24. Ha ricostruito anche l’Alhambra Medina e una mezza dozzina di siti islamici. “Caro” è pazzo da legare. Ma l’indovino di Re Fahd disse che “Azousi” avrebbe portato fortuna e lunga vita al Re. E ormai Fahd è ridotto a un vegetale. Defeca in pubblico e può essere mostrato solo da lontano alle cerimonie del regno. Recentemente gli uomini di Ghedaffi hanno cercato di eliminarlo. Inutilmente.

Regna Abdullah, il reggente uomo di costumi severi, della tribù dei Rashid. Uomo che viveva nel deserto amava i datteri ed il latte di capra. Ma intorno ci sono Salman, Sultan e Nayef. La “guerra di successione saudita” è già iniziata. E qualcuno pensa che porterà alla fine della “Casa dei Saud”.

Dai finanziatori agli operativi. Dall’Arabia Saudita al Pakistan: sulle tracce di Bin Laden.

Il reddito procapite nell’Arabia Saudita è passato dai 28.600 dollari del 1981 ai 6.800 del 2001. Nel 1981 era ancora in corso la guerra fra Iraq ed Iran che ha tenuto per anni alto il prezzo del petrolio. Il 9/11 2001 avviene l’attacco alle “Twin Towers”. L’Arabia Saudita subito dopo l’11 settembre invia negli USA oltre 9 milioni di barili di petrolio, scongiurando un inflazione devastante sui prezzi delle merci americane. Nel 2003 il P.I.L. dell’Arabia Saudita è cresciuto del 7,2%. E anche per il 2004 ed il 2005 si prevedono incrementi del P.I.L. superiori al 6%.

L’alleato saudita paga ed è pagato. Chi paga e chi è pagato? “That is the question”.

Esiste una sezione speciale della CIA. Si chiama Illicit Transactions Group (ITG). Cerca di trovare i canali che finanziano i terroristi, ed Al Qaeda in particolare. In Bosnia nell’ottobre del 2001 le forze della Nato fanno un’irruzione dell’Alta Commissione Saudita per gli Aiuti in Bosnia, fondata dal Principe Salman. Trovano foto degli attentati alle ambasciate USA in Kenia e Tanziana, prima e dopo il bombardamento, trovano foto del Word Trade Center e dell’incrociatore “Cole”, affondato da un commando di Al Qaeda. Ma c’è di più: $130.000 sono stati versati da Haifa moglie dell’ambasciatore saudita negli U.S.A., Principe Bandar, a due degli attentatori delle “Twin Towers”. Altri 100.000 $ sarebbero stati versati secondo il “Times of India” direttamente dal generale capo dell’I.S.I., il servizio segreto pakistano a Mohammed Atta. Il generale stava a Washington durante l’11 settembre e si incontrò con alti esponenti dell’Amministrazione Bush. Fra cui Richard Armitage. Il Generale ora è in pensione. Presumibilmente i suoi conti in banca no.

Tutte le indagini concernenti il flusso di fondi che portano ad Al Qaeda sono state bloccate. Ahmed Idris Nasreddin e Youssef M. Nada, indicati dopo l’11 settembre come due delle principali fonti finanziarie di Al Qaeda sono ancora a piede libero. Nada possiede ancora un albergo a Milano. Tutte le indagini sulle fonti finanziarie del terrorismo indicano un unico grande “sponsor”: la “famiglia Saud”. Ma questo non sembra interessare a nessuno, tranne che a Michael Moore.

La IIRO, controllata dal Gran Mufti di Riyadh, come la Muslim Word League ed altre centinaia di associazioni “caritatevoli” continuano a finanziare l’estremismo islamico in Bosnia, Kossovo, Checenia, Algeria, Sudan, Indonesia, Filippine, Thailandia Malesia ecc.

In Macedonia il fratello di Zawahiri, lo sceicco egiziano “numero due” di Al Qaeda ha agito indisturbato fino all’ 11 settembre. Guidava i ribelli di etnia albanese, mussulmani, sostenuti dal Kossovo Liberation Army (KLA). Ha avuto ospitalità in una base di una consociata della “Halliburton”.

A volte navigare su “Internet” non è solo piacevole. Ma anche interessante. E’ così che ho scoperto South Asia Analysis Group, un sito legato all’”intelligence” dell’India.

Ora gli indiani il problema del “fondamentalismo islamico”, come dire, ce l’hanno. In casa ed alle frontiere. E a volte sembrano decisamente sconcertati dal comportamento degli Americani. Come quando gli USA si fanno scappare Osama da Tora Bora. A loro risulta che sia stato ospitato e curato in Pakistan da ex membri dell’I.S.I. (il servizio segreto pakistano). Agli Americani no.

Non solo, agli indiani risulta anche che il capo della banda di rapitori di alcuni ingegneri cinesi in Afghanistan sia Abdullah Mahsud, un capo talebano arrestato durante l’offensiva americana del 2001-2002, deportato a Guantanamo e poi rilasciato. Attualmente è operativo nell’area del Sud Waziristan.

Ma ciò che manda decisamente “ai matti” i poveri indiani è la questione delle cassette audio e video di Osama. Si tratta di ben 30 messaggi, dal 9/11/2001 recapitati tutti alla sede di Al Jazeera ad Islamabad. Ora – dicono gli indiani – come è possibile che trenta invii fatti da persone che presumibilmente sono in contatto diretto con Osama Bin Laden, che non usa altra forma di comunicazione con il mondo esterno, non siano stati soggetti neanche ad una “intercettazione” da parte della CIA, dell’FBI o dei servizi segreti pakistani (ISI), che non trascurano, peraltro, di interrogare chiunque, per caso, entri nell’ambasciata indiana a Islamabad?

Gli indiani si ritengono parte importante, e non a torto, della “guerra al terrorismo islamico”. Ma sono assolutamente sconcertati dal comportamento degli U.S.A.

I quali stanno chiudendo l’anno in bellezza con la fornitura di F/16 (che possono trasportare armi nucleari), batterie di missili anti tank e anti arereo, sistemi radar per la marina e batterie di modernissimi cannoni “Vulcan” proprio all’esercito pakistano del Gen. Musharraf.

(continua)

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