BUSH, BIN LADEN
E IL PETROLIO (I)

25 Dicembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

*Dietro lo pseudonimo Sbancor si cela un noto banchiere italiano.

(WSI) – Se fosse ancora vivo, Plutarco non avrebbe avuto esitazioni a scrivere le “Vite Parallele” di Bush e Bin Laden. Come in una antica leggenda l’uno infatti non fa che inverare i fantasmi dell’altro, in un gioco di specchi e porte aperte e chiuse degne di una commedia attica. Eppure Plutarco, ultimo dei grandi sacerdoti ellenici, avrebbe avuto qualche difficoltà a capire la “religiosità” dei due protagonisti.

Ad esempio nessuno ha finora notato la comune avversione verso l’alcool che accomuna Bush, cristiano rinato, e Bin Laden adepto wahabbita. E ve lo dice chi dell’alcool ha lunga e non pentita esperienza. Ad entrambi manca quello spirito dionisiaco e panico, che solo una lunga ed accorta distillazione può dare. Entrambi troppo attaccati al proprio “io astemio” per poter liberamente delirare, con le innumerevoli forme che l’essere può prendere, saggiamente diluito appunto, in una miscela alcolica. Vero è che non c’è più pericoloso alcolizzato dell’astemio, sempre pronto – senza neppure la giustificazione dell’ubriachezza – a prendere per verità i suoi deliri.

Insomma è sapienza volgare, ma non per questo meno attinente, il dire che un ottimo Martini o Alerxander o, se più vi piace un Bloody Mary, avrebbe fatto del gran bene ai due forsennati protagonisti della III° o IV mondiale guerra che, con insulsa vanità, si propone di insanguinare il già provato pianeta.

Fuggiti dai concreti piaceri del vitigno, i nostri, (si scusi il termine) eroi sembrano prediligere il petrolio, ancorché il vino o i distillati, ad oggetto delle proprie smisurate brame. Entrambi con un unico e coerente obiettivo: farne aumentare il prezzo.

E di petrolio dunque si parli, visto che non abbiamo di meglio. L’oro nero, sommamente inquinante e a differenza dell’oro, di vischioso ed insalubre aspetto, attraversa una delle sue cicliche fasi di scarsezza. E non perché non ve ne sia abbastanza sulla terra, anzi sotto la terra. Finirà ben prima il genere umano del petrolio, se non pone fine alla dissennatezza di usarlo come principale fonte di energia.

Sul petrolio si dicono molte sciocchezze. Modelli matematico-statistici che ne prevedono la fine entro pochi anni, congiure di palazzo della famiglia Saud, apocalittici scenari sui consumi cinesi. Ripeto: molto probabilmente sarà il petrolio a mettere fine al genere umano, ma non per la sua scarsità, semmai per la sua abbondanza e per il suo uso scriteriato. Il fatto è che le riserve mondiali di petrolio sono oggi un multiplo di quelle che erano negli anni ’70, quando già gli apocalittici del Club di Roma volevano convincermi ad andare in bicicletta. Riaffermo: la bicicletta è sicuramente salubre, ma con il petrolio non ha nulla a che vedere.

Ed allora, come diceva il banchiere Mattioli, facciamo due conti. La domanda mondiale di petrolio nel II° trimestre 2004 è stata 80,90 milioni di barili/giorno, contro i 79,77 del 2003. Un po’più di 1 milione di barili di domanda. Circa 1 milione di barili ne ha assorbiti la Cina, che è passata dai 5,55 del 2003 ai 6,57 del II° trimestre 2004. La domanda cinese ha “fatto” il mercato nonostante che il suo “peso”, in termini di incremento di domanda sia pari all’1,25% del mercato.

Troppo poco per spiegare gli incrementi di prezzo.

Ed allora cos’è che spinge in alto i “prezzi del greggio”?

Da economista risponderei:

1) il grado di utilizzo degli impianti, che è superiore al 96%: troppo alto. I mancati investimenti dovuti al “basso” prezzo del petrolio degli anni ’90 fanno sentire il loro effetto con un “gap” temporale di 5/10 anni, che è assolutamente “normale” nell’industria petrolifera. 2) La guerra “irachena”: il cui effetto è però relativo. Nei primi nove mesi del 2004 infatti la produzione si è stabilizzata su 2,4 milioni di barili giorno, nonostante gli attentati. E vero che l’Iraq può superare i 4 milioni di barili giorno, ma è comunque sopra la media degli 1,3 del 2003, anno di guerra. Gli attentati per ora hanno inciso soprattutto sul trasporto via autobotte e sulle interruzioni delle pipelines, più raramente sulla produzione. 3) La contesa sulla “Yukos” fra Putin e la mafia russa, dove Putin rivendica tasse non pagate dal colosso petrolifero per un ammontare tale da farlo fallire. La Russia infatti è il secondo produttore mondiale di petrolio e la Yukos è la più grande compagnia petrolifera del paese. Ora ri-nazionalizzata, con un colpo di mano giusto prima della fine dell’anno. 4) Le crisi in Venezuela e Nigeria, che assommate alle precedenti hanno un influenza maggiore del peso relativo dei due paesi sullo scacchiere internazionale.

Questa congiuntura pone l’Arabia Saudita, primo produttore al mondo di petrolio, e paese più ricco di riserve accertate, cioè disponibili, in una condizione di arbitro del mercato mondiale. 9.500 milioni di barili giorno esclusi i condensati. E possono arrivare a 12 milioni di barili, in caso di crisi.

E i Saud sono il vero mistero. Chi dagli anni ’70 abbia seguito le sorti della dinastia, sa che le strategie saudite sono almeno doppie, quando sono a corto di idee. Unica provincia dell’Impero che può dialogare direttamente con il sovrano, l’Arabia Saudita può disorientare anche gli analisti più accorti. I legami d’interesse e i conflitti con l’imperatore, i rapporti fra la Casa dei Bush e la Casa dei Saud costituiscono la vera chiave interpretativa degli ultimi 30 anni di Storia. (Si veda in proposito l’ottimo libro di Robert Bear – ex agente CIA – “Sleeping with the Devil”, ora tradotto anche in italiano).

Ho incontrato dei Sauditi a uno di quei convegni internazionali che fanno la gioia dei banchieri. Solerti promettevano petrolio a non finire. Il balletto intorno alle cifre delle riserve di petrolio saudite era impressionante. Un dato però risultava certo: in un orizzonte di tempo di cinque-dieci anni i giacimenti di petrolio saudita rappresenteranno l’unica vera “valvola” sul prezzo. Soli i sauditi infatti possono aumentare immediatamente la produzione fino a due milioni di barili al giorno. E due milioni di barili al giorno sono la differenza fra un mercato del greggio “corto” o lungo. Fra 30 dollari barile e 150 dollari al barile. Gli americani lo sanno. I sauditi anche. Bin-Laden pure.

Il vero problema è che, all’interno degli oltre 50.000 principi che formano la casa reale dei Saud, è difficilissimo distinguere i filo-occidentali dai seguaci di Osama Bin Laden. E il motivo è semplice, per quanto sconcertante: sono le stesse persone.

Leggere anche il seguito: BUSH, BIN LADEN E IL PETROLIO (II)

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