Bund e Treasury: se diventano “giapponesi” sono guai seri

7 Settembre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Certo, potrebbe trattarsi solo di un numero, di una barriera psicologica dei mercati, ma il fatto che i titoli a 10 anni di Stati Uniti e Germania siano scivolati al di sotto del 2% nei giorni scorsi lancia un segnale importante. Gli unici titoli governativi con rendimenti sotto tale soglia sono infatti solo quelli giapponesi, se prendiamo come riferimento le grandi economie occidentali.

Gli yield del paese del Sol Levante, come ricorda un articolo del Financial Times, sono al di sotto del 2% ormai dal 1997, ad eccezione di brevi periodi nel 1999 e nel 2006. A parte questi casi, insomma, i rendimenti dei bond nipponici scambiano ai minimi storici ormai da ben 14 anni. E il fenomeno è stato accompagnato da un collasso incredibile dell’indice azionario Nikkei 225, che al momento scambia a meno di un quarto il valore record testato nel 1989. Il calo dei rendimenti dei bond giapponesi, di fatto, si è tradotto nel corso degli anni in una sempre crescente sfiducia verso i fondamentali dell’economia del Giappone, provocando un impatto anche sull’azionario.

A questo punto, con i rendimenti dei Treasury che ieri hanno testato i minimi dal 1950 e anche i Bund ai minimi storici, e considerando che l’azionario globale prosegue in generale il trend ribassista dell’estate, l’interrogativo sorge spontaneo: esiste la possibilità che anche i bond di Germania e Stati Uniti vengano visti dagli investitori sempre più simili a quelli “giapponesi”, lasciando presagire così la continuazione del trend negativo dell’azionario?

Confrontare i rendimenti dei bond e i ritorni dei titoli azionari è uno dei parametri di valutazione più utilizzati per prendere importanti decisioni di allocazione degli asset.

Stando ai dati raccolti dal Ftse, i ritorni degli indici Ftse che si riferiscono agli Stati Uniti, al Regno Unito e all’Eurozona sono al momento rispettivamente al 2%, al 3,5% e al 4,5%. Per contro, i rendimenti dei bond a 10 anni sono per gli Stati Uniti all’1,95%, per il Regno Unito al 2,3% e per la Germania all’1,81%, secondo i dati di Tradeweb.

“Il livello raggiunto dai rendimenti dei bond da soli non stanno dicendo che l’azionario sia una trappola”, ha detto al Financial Times Mislav Matejka, strategist del mercato valutario di JPMorgan. Per Matejka, infatti, la differenza cruciale che paesi come Stati Uniti e Germania hanno rispetto al Giappone è che le società occidentali, nel loro complesso, sono “forti e generano profitti”, diversamente da quanto accadde nel paese orientale negli anni ’90.

Ma altri sono più pessimisti, sottolineando che la performance dei rendimenti dei bond ha spesso preceduto quella dell’azionario nei periodi di crisi. “Ogni volta che abbiamo registrato una divergenza tra il trend del mercato azionario e quello dei Treasury, i bond hanno avuto sempre ragione, e anche adesso sembra essere il caso”, ha detto Jack Ablin, responsabile degli investimenti per Harris Private Bank. “Ai livelli attuali l’indice S&P500 sta prezzando un calo degli utili di circa il 20%, ma in caso di recessione, credo che le perdite possano essere più consistenti”.

D’altronde, gli Stati Uniti per un verso stanno proprio ripercorrendo il “copione giapponese”.

“Gli Stati Uniti hanno seguito il Giappone nel crollo immobiliare e ora stanno vivendo anche una generica minore propensione al rischio, che si concretizza nella situazione che stiamo vivendo, con le banche riluttanti a erogare prestiti impedendo così l’espansione dei business”, ha avvertito David Ader, analista di CRT Capital.

Ader ha anche aggiunto che gli Stati Uniti hanno problemi demografici e politici come in Giappone – come il prossimo ritiro in pensione dei baby boomers -, e per questo ritiene che i rendimenti dei Treasury a 10 anni potrebbero arrivare a scivolare anche all’1,65%-1,75%, se l’economia Usa crescesse a un ritmo di appena l’1%.

E Matejka sottolinea. “E’ molto ragionevole credere che il potenziale di crescita nei paesi industrializzati sarà inferiore a quello degli ultimi 20 anni. Di conseguenza, i ritorni della maggior parte delle classe degli asset dovrebbero essere inferiori”.