BUFERA CORSERA, IL PATTO GIOCA LA CARTA HEDGE FUND

25 Maggio 2005, di Redazione Wall Street Italia

Infuria la battaglia sul Corriere della Sera. Le azioni della holding Rcs ieri sono cadute del 6,38% a quota 5,96 euro con volumi vorticosi: in una sola seduta gli operatori si sono strappati di mano 31,6 milioni di titoli (triplicando le medie già elevatissime dell’ultimo mese), pari al 4,3% del capitale del gruppo editoriale. Si è trattato, secondo fonti attendibili di mercato, dell’offensiva degli hedge fund, ovvero di mani esperte mobilitate per abbattere le quotazioni.

Una manovra ispirata molto probabilmente dal Patto di sindacato per tagliare le gambe agli scalatori ma che ha finito per esporre un’altra importante fetta del flottante Rcs agli artigli di chi sta rastrellando, offrendogli anche la possibilità di comprare a prezzi più bassi. Il meccanismo era già stato messo in pratica alla vigilia dell’assemblea del 30 aprile, quando si pensava che oltre a Stefano Ricucci (che ha poi ufficializzato il possesso del 13,5% e l’intenzione di salire ancora) potessero uscire allo scoperto altri azionisti extra-Patto. L’hedge ribassista prende in prestito i titoli (gli unici a disporne in così ingente quantità sono proprio i soci del Patto), li scarica a valanga sul mercato e appena le quotazioni crollano li ricompra per ridarli al titolare, lucrando sulla differenza grazie ai volumi elevati.

Ma il giochino è ad alto rischio perché a un certo punto quei titoli devono tornare al titolare e, con il flottante reale in rapido esaurimento, c’è il rischio di rimanere «scoperti» e di pagare cifre altissime per procurarseli. Tra l’altro, ieri si vociferava di prestiti a commissioni assai elevate (fino al 4%) rispetto alla norma.
Nonostante le rassicurazioni sulla solidità del Patto, i contatti sono febbrili: si cerca una soluzione che eviti la destabilizzazione gestionale. E qualcuno avrebbe avanzato l’idea di chiedere alle autorità di vigilanza una verifica del flottante.

Ma né alla Borsa spa né in Consob ravvisano i presupposti per un delisting forzato (con Opa obbligatoria) o per la ricostituzione delle azioni in circolazione: l’elevato volume di scambi, per quanto compresi di hedge o dell’utilizzo di derivati, dimostra al contrario una forte liquidità del titolo. Inoltre, chiedere una conta delle azioni in circolazione significherebbe sospendere temporaneamente Rcs dal listino con un danno per il mercato senza poi arrivare ad avere una fotografia fedele alla realtà considerato che molti scambi transitano anche dall’estero.

Ha preso perciò a circolare con maggiore insistenza, seppure senza effettivi riscontri, l’idea che l’unica arma a disposizione per chiudere la partita sia il lancio di un’offerta pubblica d’acquisto da parte del Patto. Nei colloqui resta alta l’attenzione sull’anello debole della catena, quel 10,189% di Rcs in mano alla Fiat. L’amministratore delegato del Lingotto, Sergio Marchionne, ieri ha liquidato la questione sottolineando che «la vicenda Rcs non ha nulla a che fare con le auto. E per noi adesso la cosa più importante è cercare di vendere le auto». Dal governo, intanto, si registra la voce del ministro del Welfare, Roberto Maroni: «Non faccio il tifo per l’Opa, ma certo è meglio una situazione in cui c’è qualcuno che dà la direzione di marcia, rispetto a quella attuale».

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