BRUSCA FRENATA DELL’ ECONOMIA USA

28 Gennaio 2006, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – L´economia americana frena di colpo e getta un´ombra sulle prospettive della crescita mondiale. Il Pil degli Stati Uniti nel quarto trimestre del 2005 è aumentato solo dell´1,1%, poco più di un quarto rispetto al ritmo di crescita del trimestre precedente.

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E´ una gelata che pochi si aspettavano, visto che il «consenso» nelle previsioni degli economisti era per una crescita del 2,5% nell´ultimo trimestre dell´anno. E´ dalla fine del 2002 che l´America non registrava un dato così basso, che riduce la crescita complessiva del 2005 al 3,5% contro il 4,2% del 2004. La causa principale di questo rallentamento sta nel comportamento dei consumatori americani, la cui spesa si è rattrappita all´1,1%, l´aumento più modesto dal 2001.

I dati americani divulgati ieri pomeriggio sono balzati di prepotenza al centro dell´attenzione del World Economic Forum a Davos. Vista dal summit del capitalismo globale, la frenata dei consumi può essere l´avvisaglia che il 2006 riserva altre sorprese negative, una serie di «incidenti» che possono sfociare su conseguenze più gravi. La banca Merrill Lynch ha portato al vertice un´analisi che le statistiche sul Pil hanno reso improvvisamente profetica: secondo gli economisti Richard Bernstein e David Rosenberg, il 2006 si era aperto con delle «aspettative così esageratamente ottimistiche sui consumi negli Stati Uniti, da esporsi a delusioni: questo rischia di essere l´anno in cui il consumatore americano non ce la fa più a sostenere il peso della crescita mondiale». Lo stesso rapporto Merrill Lynch ricorda che è stato sottovalutato il segnale dell´appiattimento della curva dei rendimenti dei buoni del Tesoro tra il lungo e il breve termine: «E´ un fenomeno che in passato ha previsto con una precisione del 100% una recessione dei profitti».

A Davos il chief economist della Morgan Stanley, Stephen Roach, ha spiegato l´origine della frenata dei consumi: «Il boom del settore immobiliare negli Stati Uniti è ormai giunto al termine, e questo elimina la fonte principale di denaro facile», cioè il rifinanziamento dei mutui-casa che aveva inondato di liquidità molte famiglie americane. «A questo si aggiunge – ha detto Roach – che l´aumento del prezzo della benzina comincia a intaccare il potere d´acquisto e i primi segnali di questo impoverimento si sono intuiti subito dopo l´uragano Katrina». Anche la situazione del mercato del lavoro americano contribuisce alla cautela nella spesa delle famiglie. Nel giro di due mesi la General Motors ha annunciato 30.000 licenziamenti, poi la Ford ha fatto altrettanto. Il senatore repubblicano John MacCain ieri ha Davos ha ricordato che «anche negli anni della crescita più robusta il potere d´acquisto della famiglia media americana è rimasto fermo». La bolla immobiliare aveva consentito di vivere al di sopra dei propri mezzi.

Secondo Roach la fine della crescita dei consumatori americani può scatenare una serie di ripercussioni. La Fed cesserà presto di aumentare i tassi d´interesse, determinando aspettative di un indebolimento del dollaro. Questo a sua volta può indurre maggiore cautela nel comportamento delle banche centrali asiatiche – Cina e Giappone in testa – che finora «hanno finanziato la dissipatezza dei consumatori americani nonostante l´accumularsi di un gigantesco deficit con l´estero» ormai pari al 6% del Pil Usa.

Ma allo stesso tempo, il rallentamento nella crescita degli Stati Uniti fa pesare un´ipoteca sull´altra grande locomotiva globale che è la Cina. Il vicegovernatore della banca centrale di Pechino, Min Zhu, ha spiegato che in base all´ultima revisione dei dati sul Pil cinese è chiara la tendenza al rafforzamento dei consumi e della domanda interna. Progressivamente la Cina si appresta a «trainarsi» da sola, e questo è un cambiamento salutare per il mondo intero. Ma per ora le esportazioni continuano a essere un volano importante del suo sviluppo, e il 23% del made in China va negli Stati Uniti.

L´economista Laura Tyson, già responsabile del commercio nell´Amministrazione Clinton, ha aggiunto a questo quadro due possibili sviluppi negativi: il protezionismo e lo choc energetico. «A differenza di noialtri riuniti qui a Davos – ha detto la Tyson – la maggioranza delle nostre opinioni pubbliche non ha affatto una visione positiva della globalizzazione, e di fronte a nuove difficoltà economiche possono diventare irresistibili le fughe in avanti del protezionismo, spezzando il circolo virtuoso America-Cina che ha trainato la crescita. Sul fronte dell´energia, aumentano pericolosamente le rigidità sia sul fronte della domanda, perché Cina e India stanno accaparrandosi giacimenti di petrolio e gas in giro per il mondo, sia dal lato dell´offerta per l´ostilità di paesi come l´Iran».

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