Bruegel: “competitività Italia penalizzata da contrattazione collettiva”

8 Luglio 2016, di Alberto Battaglia

Il dibattito sui problemi economici dell’Italia, da sempre, trova nella produttività stagnante, accompagnata a costi del lavoro crescenti, uno degli argomenti più gettonati. Secondo molti economisti, infatti, sono queste le ragioni alla base della perdita di competitività che affligge il nostro Paese da anni.

Secondo Alessio Terzi, affiliate fellow presso il think-tank Bruegel, una delle possibili spiegazioni di questo fenomeno risiede nella contrattazione centralizzata: i contratti collettivi, insomma, stabiliscono paletti che si dimostrano inefficienti a tracciare una crescita dei salari commisurata a quella della produttività.

Terzi, nell’arco dell’analisi pubblicata sul sito di Bruegel, consiglia di decentralizzare a livello aziendale la contrattazione per cercare di contenere gli effetti perversi attribuiti al sistema attuale. In Italia, ricorda l’autore, il 97% dei contratti del settore privato sono coperti da contrattazione collettiva, e, di fatto “i tribunali del lavoro considerano le basi salariali dei contratti collettivi come il benchmark per il salario minimi esteso nella sua validità a tutti i lavoratori”, anche quelli non iscritti al sindacato che li ha negoziati. Il risultato “è uno dei sistemi più centralizzati di contrattazione salariale fra le economie sviluppate”.

 

Ciononostante questo elemento da solo non basta per spiegare la perdita di competitività: infatti “molte economie assai competitive” hanno livelli di contrattazione centralizzata simili a quelli dell’Italia.

Cosa cambia allora, fra il sistema italiano e, ad esempio, quello tedesco? “La Germania è riuscita a mantenere i salari più in linea con la produttività perché i sindacati hanno scelto responsabilmente di ritirare le proprie richieste di compensazione al fine di salvaguardare la competitività del Paese”, fatto avvenuto perché, “i rappresentanti dei lavoratori partecipano attivamente all’amministrazione delle imprese, incentivando un clima di mutua responsabilità. Questo in Italia non è avvenuto”.

Ai precedenti fattori si aggiunge un ulteriore dato critico: in Italia la produttività cresce in modo assai disomogeneo nelle diverse parti dello Stivale; ciononostante la centralizzazione impedisce che i costi si armonizzino con la crescita di produttività. Risultato: nelle isole, dal ’95, il costo lavorativo per unità prodotta (Clup) è cresciuto del 66%, contro il 48% del Nord. Anche se la competitività non dipende solo dai prezzi, ammette Terzi, le politiche dovrebbero, “almeno nel breve termine, far sì che l’Italia mantenga la sua competitività relativa ai prezzi”. Parte di questo processo di aggiustamento dovrebbe essere (come già fatto in Spagna da Mariano Rajoy) la riforma della contrattazione collettiva.