Bossi era comunista

5 Dicembre 2010, di Redazione Wall Street Italia

“Aveva negato di essere stato iscritto al Pci. Aveva escluso che il figlio prendesse soldi dalle Coop padane. Aveva smentito gli affari poco limpidi del partito. Un libro-inchiesta rivela: era tutto vero”.

«Il Bossi, nemico giurato del clientelismo dei “terroni”, ha sistemato il fratello Franco e il figlio Riccardo (avuto dalla prima moglie) al Parlamento europeo, come assistenti degli onorevoli. […] Degno delle migliori monarchie assolute prerisorgimentali, verrebbe da dire».

Lo chiamavano Barnard, come il famoso cardiochirurgo, perché, per fare colpo su un’olandesina, girava indossando il camice, facendosi passare per medico. Molti anni dopo, avrebbe stupito addirittura i dittatori, addormentandosi sulla sedia mentre, in un privatissimo incontro, Miloševic gli raccontava infuriato dei bombardamenti americani.

È la vera storia di Umberto Bossi, capo assoluto della Lega Nord, raccontata da un intellettuale che per quindici anni ha creduto nelle battaglie del senatùr, seguendo un fallimento dietro l’altro, scoprendo bugie a ripetizione, fino a rendersi conto che la Lega altro non è se non un’azienda rigorosamente a disposizione del proprio leader.

“(Arriva) in libreria “UMBERTO MAGNO – La vera storia dell’imperatore della Padania”. Autore di questo libro inchiesta è Leonardo Facco, giornalista ed editore, nonché amministratore delegato del Movimento Libertario.

Facco ha conosciuto la Lega (e Bossi) da molto vicino ed ha lavorato per quattro anni al quotidiano “la Padania”. Con più di un documento inedito e le testimonianze di importanti esponenti del leghismo del passato – da importanti dirigenti di partito a ex ministri – l’autore svela il vero volto di Umberto Bossi, padre padrone del Carroccio e sponda indispensabile dell’attuale capo del governo.

Facco parte dagli “albori della Lega”, allorquando un signore senza arte né parte (definito, vocabolario alla mano, il cialtrone) riesce a coagulare attorno all’idea autonomista – non senza screzi e fatti poco chiari – milioni di persone pronte a dare il loro consenso ad un progetto politico che non solo non è mai stato realizzato, ma che è continuamente cambiato e fallito
Bossi è la Lega e la Lega è Bossi secondo Facco, anche oggi, nonostante la malattia abbia ridotto il senatùr all’ombra di quel personaggio movimentista del passato recente.

Per dimostrarlo, l’autore racconta fatti, episodi, ricordi personali, con tanto di documentazione. Sono quasi 400 le note bigliografiche. “Bossi – dice l’autore – è il responsabile principale della trasformazione della Lega in un soggetto politico partitocratico, dove agli scandali si uniscono le truffe perpetrate ai danni, in primis, dei militanti e simpatizzanti. I crac delle “Cooperative Padane”, del Villaggio in Croazia e della banca padana rappresentano l’epitome del modo di fare politica del “lumbard”, circondato da sempre di yes-men (and women) in carriera. E che carriere!
Bossi odiava i soldi pubblici ed i boiardi di Stato? Oggi, il Carroccio è un’idrovora assetata di denari dei contribuenti e lottizza tutto ciò che è lottizzabile.

Il libro (edito da Aliberti e prenotabile già da ora in tutte le librerie) è zeppo di fatti inediti, mai conosciuti e/o raccontati: dalla strana busta paga del figlio di Umberto Bossi, alla laurea mai presa dal “capo” (questo il suo nomignolo da sempre); dall’odio per i libici di questi giorni alla missione dei suoi in Libia per incontrare Gheddafi. Dai tempi in cui elogiava “Mani pulite” alla sequela di condanne incassate dai leghisti odierni. Di molti di questi fatti ci vengono rivelati particolari sconosciuti, tenuti nascosti all’opinione pubblica e non solo.

Un capitolo, infine, è dedicato alla panzana del Bossi che “ama i figli e la famiglia tradizionale”, slogan divenuto programma politico alla fine degli Anni Novanta.

Per la prima volta, a quasi trent’anni dalla nascita della Lega Lombarda, viene pubblicata una vera e propria radiografia completa di questo fenomeno politico, che al grido di “basta Roma basta Tasse” ha permesso a Umberto Bossi di calare sulla capitale per sedersi a banchettare con il peggio della casta italiana”.

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La storia della Lega, da Pontida a Roma

di Anita Benassi

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Un libro ricostruisce e analizza il pensiero del Carroccio, fotografando le isterie e le continue contraddizioni di un partito che a parole distrugge tutto e nei fatti si accomoda al potere.

Roberto Maroni che per la Festa della Repubblica – rigorosamente celebrata a Varese – preferisce ascoltare “La gatta” di Gino Paoli anziché l’Inno di Mameli. Umberto Bossi che adotta gli automatismi di Roma ladrona e piazza il figlio Riccardo, appassionato di motori e aspirante concorrente dell’Isola dei Famosi, a Bruxelles come assistente parlamentare. E ancora il cumulo delle cariche degli amministratori del Carroccio, tra cui spicca – ma è in buona compagnia – il sindaco di Varallo, Gianluca Buonanno che è deputato dal 2008, sindaco di Varallo, vicesindaco a Borgosesia e consigliere regionale del Piemonte. Fatti e cronache che leghisti preferirebbero occultare.

“Il libro che la Lega Nord non ti farebbe mai leggere” di Eleonora Bianchini (NewtonCompton) è un viaggio nelle contraddizioni della galassia leghista, dalla concezione delle istituzioni alla truffa della banca Credieuronord fino ai diritti violati delle minoranze, dagli omosessuali ai bambini. Il volume è uno spaccato di real politik dell’unico partito sulla scena attuale che si riconosce ancora, senza correnti apparenti, sotto le ali di un unico leader incontrastato, Umberto Bossi, ancora osannato dai suoi. E’ per lui che tutti gli anni affollano Pontida e conducono la sacra ampolla del Po dalle sorgenti del Monviso fino alla Laguna veneta, per procrastinare il rito pagano e fantastico dell’esistenza del Nord “del fare”. E la mitologia del dio Po procede di pari passo con la fantasia istituzionale di uno stato che non c’è. E’ la Padania, origine di ogni bene e ricchezza, ben più e retta dello stato centralista romano di cui i leghisti però, zitti zitti, si godono la vita, le feste e la bellezza.

Il desiderio di mettere “al cesso il Tricolore”, manifestato da Bossi a Venezia negli anni caldi del celodurismo, corrisponde a un’esplicita volontà di ridicolizzare lo Stato e le sue istituzioni: il 2 giugno è più lutto che festa nazionale, una celebrazione che i ministri in verde sono invitati soprassedere. I 150 anni della Repubblica comportano soltanto spese inutili, la nazionale italiana è da boicottare in diretta su Radio Padania, e Va’ pensiero è l’inno più degno (anche se rimane oscuro cosa c’entri “la nostalgia degli Ebrei esiliati a Babilonia e i rimandi al fiume Giordano con l’identità della Padania”).

Grazie alla sua penetrazione nel tessuto sociale fino alla Toscana e alle Marche la Lega si è rafforzata come partito di governo oltre che di lotta, destinato a ricoprire incarichi istituzionali di primissimo piano. La secessione è stata (apparentemente?) sostituita dal federalismo, che si rivela una delle regioni principali per cui gli elettori votano Bossi. Eppure, quello che al momento propongono, spiega Bianchini, è “l’utopia di una devolution che difficilmente sarà a vantaggio del cittadino”.

Perfettamente inserita nel gioco della lottizzazione, reclama (e ottiene) i suoi posti al sole in Rai, si insinua nella nuova battaglia delle fondazioni bancarie attraverso la conquista della regione Piemonte con Roberto Cota e del Veneto di Luca Zaia, per insinuarsi in Compagnia San Paolo (Banca Intesa) e la Cariverona (Unicredit). Strategie e tatticismi che fanno entrare il partito di Bossi nel gotha dei favoritismi più contraddittori, in cui emerge anche il finanziamento ad hoc della Scuola Bosina di Varese, istituto “padano” nato per volere della moglie del Senatùr che in nome dei dialetti e della tradizione locale si accaparra cospiscui finanziamenti pubblici.

Se al potere la Lega arriva attraverso le modalità tipiche di chi critica, si conferma partito di lotta solleticando gli istinti più discriminatori. Per questo il libro dedica um’ampia sezione ai diritti contro le minoranze. La litania delle violenze contro gli immigrati è in crescendo tra il reale e il virtuale. Borghezio, ad esempio, non si meraviglia se va a fuoco “qualche palandrana del *BLIP*” e Renzo Bossi su Facebook progetta “Rimbalza il clandestino” per affondare le navi degli immigrati. Nessuna tenerezza nemmeno nei confronti dei bambini: la mensa scolastica di Adro è stato teatro di discriminazione tra bambini paganti e famiglie insolventi, e la propaganda è entrata nella scuola pubblica per volontà del sindaco Oscar Lancini (che, però, per i figli sceglie le scuole dei carmelitani). L’idea di emancipazione femminile è lontana dal dna del partito e il machismo di cui è intriso ha ispirato anche un film porno, “Donne padane”, in cui le protagoniste sono “purosangue del Nord, attive e pragmatiche”.

Un bignami del partito per osservare sulla base dei fatti la corrispondenza dell’ideale e del reale, che significa anche ambizione al federalismo e sua realizzazione. La devolution infatti è la leva per conquistare i voti del Nord produttivo anche se, con tutta probabilità, rimarrà una chimera. E la base non invoca il federalismo. Bianchini, infatti, ha trascorso due giorni a Pontida 2009 e racconta che, tra i fiumi di alcol sotto le tende del Veneto e il copricapo vichingo dell’Emilia, l’unico coro è “secessione”. Che avverrà senza una chiamata alle armi, semplicemente di fatto, perché “la Lega può essere letta come un pericoloso fenomeno di disgregazione e separatismo, in uno scenario ‘jugoslavo’ che mira a fare del Nord una piccola Svizzera disinteressata alla deriva del Sud Italia”. Prepariamoci a 150 anni di Repubblica – anche – sotto il Sole delle Alpi.

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