BORSE: LEGATE
AL DOLLARO A
DOPPIO FILO

21 Marzo 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Il Dipartimento del Commercio Usa ha reso noto recentemente che il deficit commerciale statunitense nel mese di gennaio ha segnato un nuovo record negativo, salendo a quota 58.3 miliardi di dollari dai 55.7 miliardi del mese precedente. Il deprezzamento subito dal dollaro fino ad ora non sembra quindi essere stato sufficiente per migliorare la bilancia con l’estero degli Stati Uniti, che per il 2004 ha accumulato un deficit di 660 miliardi, ossia il 6% circa del PIL americano.

A fronte di questi dati non deve stupire se si sono levate molte voci allarmate riguardo la futura stabilità della moneta americana, che potrebbe avvicinarsi ad una fase di debolezza ancora più accentuata di quella vissuta nell’ultimo triennio. Le cassandre (gli speculatori dai nomi noti che stanno accumulando posizioni al ribasso sul dollaro) tuttavia questa volta potrebbero rimanere deluse. Il saldo negativo per il momento è stato infatti coperto da un flusso costante, ed abbondante, di capitali esteri, che a gennaio 2005 hanno raggiunto la cifra di 91.5 miliardi di dollari, una crescita impressionante dai 60.7 miliardi di dicembre.

Sembrerebbe quindi che gli Stati Uniti per ora riescano ad attrarre una liquidità più che sufficiente a finanziarie il deficit commerciale, in barba a quelli che scommettono su di un crollo del biglietto verde. Questi capitali sono in larga misura provenienti da quegli stessi paesi che hanno visto la loro quota di esportazioni aumentare nei confronti del gigante Usa: Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan fanno di tutto per mantenere stabile il cambio della loro moneta nei confronti del dollaro per poter così continuare ad esportare negli Stati Uniti, a differenza dei paesi dell’Euro dove il cambio contro Dollaro è andato incontro ad un costante deprezzamento, dannoso per i nostri esportatori.

E’ poco probabile che questi paesi cambino la loro politica, almeno nel breve termine, non solo per motivi legati allo scambio di merci, ma anche perchè detengono ormai un ammontare di attività in dollari così elevato che un deprezzamento della moneta americana troppo ampio significherebbe dover affrontare perdite finanziarie enormi. Nonostante i capitali in ingresso siano bastanti a finanziare il deficit commerciale, è tuttavia probabile che a medio termine uno sbilancio di questo tipo comporti degli effetti significativi sul livello dei tassi di interesse: se gli Usa importano più di quello che esportano è anche perchè i consumatori americani si indebitano per acquistare beni e servizi, favoriti in questo dal basso livello dei tassi reali.

Ed i mercati obbligazionari sembrano aver percepito il pericolo, dal momento che, soprattutto con le scadenza più lontane, hanno abbandonato ogni velleità di rialzo per dirigere con decisione al ribasso, come dimostra l’andamento del future sul decennale Usa, passato dai massimi di inizio febbraio a quota 113,50 circa ai recenti minimi di 108,50 circa. Ma qual è quindi il destino del dollaro nei confronti dell’euro? Una risposta a questa domanda è importante anche per capire quale potrebbe essere la direzione che le Borse intendono intraprendere nei prossimi mesi, dal momento che il grafico del dollaro nei confronti dell’euro e quelli dei principali listini seguono dai minimi del marzo 2003 un andamento parallelo.

Ebbene, l’impressione è che la moneta americana possa resistere alla pressioni che la vogliono riportare oltre i massimi di fine dicembre 2004 a 1,3670 circa e che possa tentare di riguadagnare area 1,27, con l’intento, in caso di violazione di questi minimi, di andare a testare i supporti di area 1,2450, già massimi del luglio 2004. La ragione alla base di queste aspettative è legata al fatto che con il picco di dicembre il grafico del cambio ha effettuato il test di una importante trend line, quella proveniente (utilizzando la serie storica ricavata dall’Ecu, cui l’Euro si è sostituito) dal massimo del 1992 e passante per il massimo del 1995, resistenza attualmente a 1,355 circa.

Fintanto che questo ostacolo non verrà superato il rischio che i massimi di area 1,37 siano destinati a rimanere tali per un periodo anche lungo è elevato. Sarebbe la discesa al di sotto di area 1,30 a dare corpo a questi timori, prospettando una rottura anche dei minimi di febbraio a 1,2730, con conseguente approfondimento verso il supporto citato di area 1,2450 almeno. La realizzazione di uno scenario di questo tipo avrebbe un effetto negativo per le borse, se la relazione tra cambio ed azioni registrata nell’ultimo biennio rimarrà stabile.

L’S&P500, l’indice che meglio rappresenta la condizione dei principali listini azionari, si trova attualmente all’interno di una fase laterale, con base a 1160 circa e limite superiore tra 1220 e 1230. Un trading range simile a quello attuale l’indice lo aveva disegnato anche nel periodo tra gennaio e marzo del 2004. Allora i prezzi erano usciti dalla fase laterale verso il basso, in concomitanza con un analogo movimento del cambio euro dollaro, passato dal top di gennaio a 1,29 ai minimi di aprile a 1,17.

Ora sarebbe sufficiente una rottura decisa dei 1185 punti per anticipare una fase di calo dello S&P500 a correzione della salita dai minimi di 1060 dello scorso agosto, con obiettivi in base ai ritracciamenti di Fibonacci posti in area 1125/45, quota dalla quale per ora è lecito prevedere, sempre che i prezzi si spingano in quella direzione, una ripresa dei corsi.

La rottura di area 1,355 sarebbe invece un primo segnale forte in favore dell’avvio di una nuova fase di deprezzamento del dollaro, che con la conferma del superamento del top di 1,3670 lascerebbe spazio al test di quota 1,40 almeno. E’ molto probabile che in parallelo ad un segnale di questo tipo anche lo S&P500 potrebbe decidere di rompere gli indugi e lanciarsi verso i 1250/60 punti, prima resistenza critica di medio termine, allontanando almeno temporaneamente il timore che domina ora sui mercati che dopo 6 mesi di rialzi le borse debbano andare incontro ad una correzione.

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