BORSE FERME, IN ATTESA DI CHIAREZZA

28 Giugno 2004, di Redazione Wall Street Italia

In giro per i mercati, adesso, ci sono addirittura quelli che cominciano a vedere un po’ di rosa. O, meglio, a sperare in un po’ di rosa: nell’ultimo trimestre dell’anno, dicono, le cose potrebbero andare un po’ meglio e, forse, ci sarà un aumentino, del 5 o magari addirittura del 10 per cento. Ma sono speranze o piccoli sogni

Alle spalle di tutto ciò c’è un semestre assolutamente inutile, con le Borse ferme, bloccate, costrette a girare su se stesse. Un giorno si manda su l’hi-tech, il giorno dopo i bancari, poi gli alimentari. Ma alla fine tutto torna dove si trovava prima. Che le cose siano andate così, fino a oggi, lo dimostrano i numeri. Il Nasdaq in sei mesi ha messo a segno un aumento dello 0,6 per cento. Il Dow Jones è addirittura andato indietro, sia pure solo dello 0,04 per cento (un niente). Lo Standard & Poor’s 500 è quello che si è dimostrato più vivo. Ma comunque in sei mesi è salito di appena il 2,6 per cento. Non proprio un rialzo da brindisi.

In Europa l’indice Msci è andato un po’ meglio, con una crescita del 3,2 per cento. Ma, se si vanno a vedere i singoli mercati, ci si accorge che le Borse, prese una per una, non sono poi state così brillanti. Londra è rimasta al palo, Francoforte è andata su dell’1 per cento e Helsinki è piombata all’indietro del 20 per cento.
Uniche due eccezioni europee interessanti: il Cac di Parigi (che è salito del 5,5 per cento) e piazza Affari, che bene o male ha messo insieme una crescita del 6 per cento.

Ma, nel complesso, come si è detto prima, Borse fiacche. In Asia la piazza di Tokyo ha messo insieme una crescita del 10 per cento, ma è rimasta sola. Le altre piazze, cioè, non l’hanno seguita. Anzi, mediamente sono andate di peste, con crolli fra il 15 e il 20 per cento.
Il dato complessivo, comunque, è quello della stagnazione (indici di New York, i più importanti).

Ci si può interrogare perchè le cose siano andate così. Anche se la risposta è già abbastanza chiara: troppe incertezze.

1 – In America si è vissuta prima la lunghissima stagione in cui ci si è chiesti continuamente quanto era grande la ripresa e quando Greenspan avrebbe rialzato il costo del denaro. E questa fase (se vogliamo) dura ancora oggi. Poi ci si è chiesti se davvero le aziende americane avevano davanti a sé una stagione d’oro: e si è risposto che i momenti migliori erano quelli alle spalle. Difficile che in futuro i profitti salgano come nell’ultimo anno. Ma, se non salgono i profitti, perché dovrebbero salire i listini?

2 – Queste incertezze giravano sulla Borse e intanto ci si interrogava sul possibile esito delle elezioni presidenziali di novembre. Molti sono infatti convinti che in caso di sconfitta di Bush e di vittoria di Kerry, in America (e quindi nel mondo) cambierà un po’ tutto. Si avrà, intanto, una politica economica meno arrischiata. E anche, si spera, una politica estera meno conflittuale.

3 – Poi sono arrivate le incertezze sul petrolio, derivate a loro volta dalle tensioni internazionali e dai conflitti nell’area araba. Gli esperti si sprecano nel fare previsioni, ma è del tutto evidente che nel prezzo del petrolio un ruolo centrale è giocato dalle bombe e dagli attentati. E su questo nessuno ha informazioni precise o anche solo vagamente attendibili. Si vive alla giornata. Con i mercati che hanno paura e che stanno quindi alla finestra.

4 – Infine, tutti sanno che nel 2004 c’è un po’ di ripresa, ma ormai è diventato anche chiaro che questa stessa ripresa (che qui in Italia quasi non si è ancora vista) nel 2005 abbasserà le ali e si metterà a volare più piano.

Probabilmente è anche per questo che le grandi banche internazionali raccomandano molta prudenza negli investimenti in Borsa. Non è aria da buttare soldi sui listini, meglio stare un po’ quieti.

E è qui, però, che si inserisce il ragionamento degli ottimisti. In sostanza, dicono, che cosa sta accadendo? L’America sta rallentando. La Cina anche. E questo è bene perché quelle economie rischiavano di esplodere. Intanto, l’Europa sta prendendo un po’ di velocità. E quindi nel 2005 dovremmo avere America e Cina che corrono ancora abbastanza forte e l’Europa che segue, con il suo passo un po’ da vecchia zitella. Ma avremo, insomma, tutte le economie del mondo in movimento e nessuno in recessione. Perché non essere un po’ ottimisti, allora?

Già, perché? Ma probabilmente per le stesse ragioni per cui non si è stati ottimisti fino a oggi. Nel mondo abbiamo, se si vuole vedere l’altra faccia della medaglia, due grandi economie (America e Cina) che devono cercare di realizzare un buon soft-landing, cioè un atterraggio morbido. E non si tratta di un’impresa che riesce sempre. Qualche volta, atterrando, si rompe il carrello. O un’ala.

Dall’altra parte abbiamo un’Europa che va, ma veramente pianissimo, e che spera di trovare una buona crescita. Ma anche in questo caso non è che l’orizzonte sia pulitissimo, senza nubi. E, su tutto, abbiamo l’ombra lunga del terrorismo e del petrolio. Ammettiamolo: abbiamo vissuto momenti migliori.

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