BORSE: E’ TORNATO
L’ ORSO?

24 Maggio 2006, di Redazione Wall Street Italia

*Alfonso Tuor e’ il direttore del Corriere del Ticino, il piu’ importante quotidiano svizzero in lingua italiana. Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Mentre continua il movimento al ribasso dei mercati azionari è legittimo domandarsi se l’attuale (e soprattutto sorprendente) caduta dei listini azionari è una semplice correzione, che sarà seguita da un nuovo movimento al rialzo, oppure se è il ritorno del “bear market” (mercato dell’orso) dell’inizio di questo decennio.

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La stragrande maggioranza degli analisti ritengono che si tratti di una semplice pausa ribassista, che potrebbe durare ancora alcuni giorni, ma che non rimette assolutamente in discussione il trend rialzista di lungo periodo. A sostegno di questa tesi ricordano che gli utili aziendali continuano a salire e che la ripresa economica si sta estendendo anche all’Europa e al Giappone. Queste previsioni si basano sull’ipotesi che sia l’attuale ciclo economico, sia quello dei mercati finanziari corrispondano a quelli tradizionali e che non siamo invece in presenza di un ciclo del tutto anomalo, “figlio” del crollo delle borse dell’inizio del decennio e delle successive politiche fortemente espansive seguite dai principali paesi industrializzati.

Molti segnali inducono a ritenere che quest’ipotesi è errata e che molto probabilmente sono prossimi una nuova fase ribassista, un rallentamento della crescita economica più rapida di ogni previsione e, nel giro di un anno, il ritorno dello spettro della deflazione.

Questa tesi non si fonda sull’analisi tecnica. Di transenna, si può però ricordare che le borse hanno smesso di salire proprio quando stavano avvicinandosi ai massi storici del 2000, per cui il rally dei listini azionari iniziato nel marzo del 2003 può essere letto come un rimbalzo in un mercato ribassista di lungo periodo. Questa tesi si fonda piuttosto sull’analisi delle cause di questo periodo eccezionale dei mercati finanziari, contraddistinto dal rialzo dei corsi di tutti gli strumenti di investimento (dalle azioni ai prezzi delle materie prime fino ai prezzi degli immobili) e dalla sostanziale tenuta dei corsi delle obbligazioni.

Questo periodo «felice» è stato originato dalla politica monetaria fortemente espansiva seguita dalle banche centrali dei principali paesi industrializzati con l’obiettivo di scongiurare il pericolo della caduta dell’economia internazionale in una spirale deflazionistica dopo il crollo dei mercati finanziari dell’inizio di questo decennio. La liquidità abbondante e a basso costo iniettata dalle banche centrali nel sistema economico ha indubbiamente allontanato lo spettro della deflazione e ha rilanciato la crescita economica, ma, mantenendo il costo del denaro artificialmente basso, ha creato nuovi fenomeni speculativi ed ha ampliato gli squilibri di cui soffre l’economia mondiale.

Questi effetti perversi sono sotto gli occhi di tutti. Sono il boom dei prezzi del mercato immobiliare negli Stati Uniti e nella maggior parte dei paesi europei, l’esplosione del mercato degli strumenti derivati e soprattutto dei derivati sui crediti (grazie ai quali il rischio di insolvenza del debitore viene trasferito da chi ha elargito il credito ad altri soggetti economici), il forte aumento dell’indebitamento delle famiglie (un fenomeno che non riguarda più unicamente le famiglie americane, ma anche quelle europee), il forte rincaro delle materie prime e via dicendo.

Questi fenomeni “perversi” hanno contribuito ad ampliare il più importante e pericoloso squilibrio dell’economia mondiale che è il crescente disavanzo estero degli Stati Uniti. In pratica, si è superata la crisi determinata dal crollo delle borse dell’inizio decennio creando nuove bolle finanziarie. E non a caso l’attuale correzione dei mercati finanziari avviene all’improvviso, senza alcun segno premonitore, e si manifesta all’inizio con una caduta del valore del dollaro ed in seguito con un ribasso delle borse dovuto al timore di nuovi rialzi dei tassi americani.

E infatti dollaro, da un canto, e aspettative inflazionistiche e tassi di interesse, dall’altro, sono oggi le corna del dilemma della Federal Reserve. Apparentemente la banca centrale statunitense deve infatti decidere se il rialzo dell’indice dei prezzi è semplicemente un fenomeno temporaneo, come sembra indicare il mercato dei capitali (dove i rendimenti dei bonds decennali americani sono scesi a poco più del 5%) oppure se è un sintomo della crescita di aspettative inflazionistiche che debbono essere debellate con ulteriori aumenti del costo del denaro.

In realtà, la Federal Reserve non appare avere grande spazio di manovra. Non aumentare i tassi vorrebbe dire esporsi al rischio di una nuova caduta del dollaro che potrebbe ridurre l’afflusso dei capitali esteri necessari per finanziare il disavanzo estero americano e quindi correre il rischio di un aumento dei tassi di mercato. D’altro canto, aumentare i tassi vorrebbe dire stabilizzare il dollaro, ma correre il rischio di accelerare i tempi dell’esplosione delle bolle finanziarie create durante questi anni e quindi provocare una frenata dell’economia. E’ chiaro che la Federal Reserve tenterà di evitare questa alternativa attraverso un buon dosaggio delle sue mosse monetarie.

Ma la riconosciuta abilità dei governatori della Federal Reserve può solo rimandare l’appuntamento con la verità, che è costituito dallo squilibrio dei conti con l’estero degli Stati Uniti e dalle numerose bolle finanziarie formatesi in questi anni. Per questi motivi è difficile ipotizzare che si sia realmente usciti dal «bear market» di lungo periodo iniziato nel marzo del 2000.

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