BORSE APPESE A UN FILO TENUTO STRETTO DALLA FED

28 Luglio 2003, di Redazione Wall Street Italia

Passano le settimane e i mesi, ma gli interrogativi sono sempre gli stessi: c’è la ripresa, sarà forte? La risposta, come è noto, non esiste. Ma oggi (grazie a un paio di analisi molto sofisticate, pubblicate da Wall Street Italia, ndr) è possibile capirci qualcosa di più.

La più grande economia del mondo (quella americana) si trova esattamente dentro la logica del comma 22: se i mercati puntano forte sulla ripresa, l’economia rischia di andare a rotoli prima di vederla, se i mercati si mettono di traverso e cominciano a credere al contrario, cioè alla deflazione, l’economia americana va a rotoli lo stesso. E quindi la cosa più saggia da fare, per i mercati, è stare fermi, immobili. Ma i mercati sono cavalli selvaggi, e dirgli che cosa devono fare o non devono fare è impossibile.

Chi ci sta provando è la banca centrale americana (la Federal Reserve), che nello sforzo di convincere tutti a stare fermi sta tentando di tenere su sia il mercato obbligazionario che quello azionario. Sta tentando insomma di dire che il diavolo e l’acqua santa sono buone cose tutte e due. E che uno, se vuole, può andare a spasso con il primo e bagnarsi con la seconda. Solo che il filo sul quale si muove la Federal Reserve è molto sottile e il rischio che, alla fine, tutto vada davvero a rotoli è abbastanza reale.

Ma vediamo come si è arrivati a infilarsi in questo vicolo cieco. La teoria più semplice è quella delle tre bolle. Si dice che oggi in America ci sono tre bolle speculative: quella sui bond (che hanno rendimenti ancora abbastanza alti), quella sugli immobili, e quella sull’azionario. Se scoppia la prima bolla, si dice, e la cosa viene data abbastanza probabile, poi come in un gioco di birilli scoppiano anche le altre due.

In realtà, le cose sono forse un po’ più complesso. Oggi i rendimenti a lungo termine, in America, scontano una modesta ripresa dell’economia di quel paese. Ma, se la gente dovesse convincersi che la ripresa c’è, dietro l’angolo, e è forte, allora diventerebbe interessante abbandonare i bond (le obbligazioni) e gettarsi su qualcosa di più stimolante (azioni, ad esempio). Solo che questo farebbe scendere il prezzo dei bond, ma ne farebbe salire il rendimento. E questo farebbe salire a sua volta il costo dei mutui per le case (provocando il crollo di questo mercato) e anche il costo degli investimenti (che quindi rallenterebbero invece di scattare in avanti). Insomma, se i mercati si mettessero davvero a credere nella ripresa, questo sarebbe il modo migliore per allontanarla nel tempo e per vedere, magari, il suo contrario.

E ecco allora che la Fed fa pratica di moderato ottimismo, una volta dice il pericolo deflazione esiste e una volta dice che non c’è (questo è Greenspan, la parte del cattivo spetta a Ben Bernanke, che qualcuno dice sarà il successore di Greenspan).

Se invece i mercati si convincono che la ripresa, anche questa volta, non ci sarà o che sarà irrilevante, allora diventa interessante correre verso i bond e lasciar perdere l’azionario, cioè Wall Street. Ma un eventuale crollo di Wall Street finirebbe per creare problemi alle imprese, ai consumi e quindi alla ripresa.
Insomma, da qualunque parte la si giri ci sono pericoli evidenti e potenzialmente molto gravi. E l’unica via percorribile (ma i mercati fanno quello che vogliono) è appunto quella di stare fermi: cioè di non credere troppo alla ripresa, ma nemmeno nel suo contrario (la deflazione).
Qualunque spostamento sensibile da questa posizione di mezzo (testimoniata per ora da mercati azionari che tengono e da mercati obbligazionari che anch’essi tengono) può far precipitare il convoglio americano dal sottilissimo filo sul quale sta viaggiando e provocare un disastro che a quel punto sarebbe di dimensioni planetarie.

Ma allora siamo costretti a rimanere in questa specie di terra di nessuno per l’eternità? Bloccati dal fatto che se ci si muove si va incontro al possibile disastro? No, esiste una via d’uscita, anche se potrà sembrare poco interessante agli interventisti in economia: e è quella di aspettare, aspettare e ancora aspettare.
Abbiamo appena visto che, se la Federal Reserve spinge troppo il pedale della ripresa, rischia di far scoppiare la bolla dei bond con conseguenze molto gravi. Se invece frena va incontro a guai di altro tipo.

La conclusione è che meno fa, meglio è. E quindi la cosa più saggia da fare è aspettare. Ma aspettare che cosa? Che dal fondo dell’economia americana arrivi, finalmente, la ripresa, per vie naturali e indolori. Se la ripresa arriva (e meglio sarebbe una ripresa moderata e giudiziosa), allora poco a poco tutte le variabili potrebbero andare a posto. E anche questa volta potremmo dire di averla scampata.
Ma non è detto. Bush deve andare verso le elezioni per il secondo mandato (novembre 2004) e ha fretta. Sui mercati c’è chi dice che a questo punto una forte svalutazione del dollaro è inevitabile, proprio per dare una scossa all’economia e riconfermare Bush alla Casa Bianca per altri quattro anni.

Ma una scossa all’economia, nella situazione in cui ci troviamo e che ho appena descritto, potrebbe avere conseguenze disastrose. Insomma, siamo come prigionieri su un’isola. Prigionieri della tenuta di nervi della Federal Reserve e della fretta di Bush.

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