BORSA USA SOTTOVALUTATA DEL 20%?

8 Maggio 2006, di Redazione Wall Street Italia

Il contenuto di questo articolo esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – IL RITORNO DEI BOND Gli investitori italiani in obbligazioni americane hanno risentito di una combinazione sfavorevole di tassi d’interesse al rialzo e dollaro al ribasso. Il risultato? I fondi obbligazionari specializzati sull’area dollaro hanno perso il 6,6% negli ultimi tre anni e il 10,6% negli ultimi cinque. E questo prima di prendere in considerazione l’inflazione e varie spese assortite.

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C’è poi un altro effetto perverso nel trend all’insù dei rendimenti obbligazionari: essi iniziano a fare concorrenza all’azionario. I detentori di disponibilità finanziarie sanno che possono prendere il 5,1% sicuro dai titoli federali decennali e qualcosa di simile dalla liquidità e si domandano, di conseguenza, se Wall Street sia in grado di offrire di più e di meglio. Insomma, inflazione e tassi d’interesse maggiori rendono l’America societaria meno appetibile. Ecco allora i due problemi di fronte ai quali si trovano i risparmiatori: primo, cosa fare dei titoli del debito Usa in portafoglio? Secondo, vale ancora la pena di acquistare azioni statunitensi? Vediamo di orizzontarci.

IL POTENZIALE DI WALL STREET. «Sono un risparmiatore – ci spiega Bill Ford, ex presidente della Federal Reserve di Atlanta – Come molti anziani benestanti, una fetta importante del mio portafoglio è in buoni del Tesoro e fondi monetari. Quando sento che le cedole salgono non posso che rallegrarmene e come me credo che si comporti una buona parte dei miei coetanei. Soprattutto i rendimenti dei fondi monetari sono schizzati dall’1-2% di un paio di anni fa all’attuale 5 per cento. Un bel salto, direi. Un salto che è in grado di esercitare una notevole influenza sulle decisioni d’investimento degli americani. C’è la possibilità che essi decidano di limitare l’esposizione sull’azionario in favore di impieghi a interesse fisso».

Un po’ tutti gli osservatori si sono accorti della tendenza in atto descritta dal professor Ford, ma non necessariamente si stracciano le vesti. Fra questi, per esempio, spicca Ed Yardeni, uno degli analisti più ascoltati dai mercati. «È vero – sostiene – che i tassi d’interesse sono aumentati di valore. Tuttavia non al punto da mettere in crisi l’azionario. Infatti nel confronto fra Borsa e titoli del debito, il mercato azionario newyorchese risulta ancora sottovalutato di oltre il 20%». Yardeni tenta poi di ridimensionare altre due ossessioni del mercato, ossia il prezzo del petrolio alle stelle e la possibilità di un patatrac nel mercato immobiliare.

Per quanto riguarda il petrolio, dice che non si stupirebbe se la quotazione svoltasse all’indietro verso i 55-65 dollari al barile invece dei quasi 75 attuali: «Secondo i dati di febbraio – scrive in un resoconto – la domanda di greggio sta incominciando a flettere sotto il peso dei prezzi stratosferici. Le uniche eccezioni significative sono naturalmente Cina e India. Esclusi questi due giganti, la richiesta ha toccato il picco in agosto e successivamente ha subìto una battuta d’arresto. Includendo Cina e India, la domanda è stazionaria o leggermente calante. Perciò propendo per una correzione del greggio fin sotto i 65 dollari al barile».

Incoraggianti anche le considerazioni sul settore delle costruzioni: invece di pronosticare un collasso, come molti pensano, Yardeni ipotizza una tenuta sostanziale del mercato immobiliare nel quale la rivalutazione degli stipendi e i flussi migratori controbilanceranno il rincaro del costo del denaro. Alla domanda su quale possa essere l’obiettivo di fine anno per il Dow Jones, la risposta indica in 12.000 punti un traguardo ragionevole. Cioè poco più del 5%, in fondo non troppo lontano da quanto Bill Ford si aspetta dal suo giardinetto di impieghi a reddito fisso.

IN BILICO FRA TASSI E DOLLARO. Come accennato in precedenza, gli italiani che detengono obbligazioni americane sono scivolati in una spirale negativa in cui la frana del biglietto verde e il deprezzamento dei titoli federali hanno creato un dannoso effetto combinato: sui cinque anni, la perdita ha superato il 20% quando si considerano l’inflazione e le spese collaterali. E per il futuro? Conviene comprare, vendere o tenere?

La parola ai professionisti: se prevalesse l’opinione di consenso, converrebbe vendere in quanto generalmente si ritiene che le emissioni governative e societarie debbano cedere ulteriormente (cioè che i tassi debbano lievitare) e si ritiene pure che il dollaro sia una valuta strutturalmente debole, capace di lasciare sul campo altri due o tre centesimi entro la fine del 2006. In uno scenario del genere, l’investitore italiano continuerebbe ad accusare un doppio nocumento, sul cambio e sui titoli in portafoglio, cioè il peggio del peggio.

Come se non bastasse, anche l’opinione minoritaria delinea uno scenario controverso sui bond. Ad esempio, Paul Kasriel, capo economista della Northern Trust, una primaria banca con sede a Chicago, propende per un aumento di valore del reddito fisso. Kasriel si aspetta infatti una frenata brusca dell’economia Usa nella seconda parte del 2006 e di conseguenza una discesa dei rendimenti. Benissimo, si dirà, perché in questo caso c’è da guadagnare a stare sull’obbligazionario. Eppure non è necessariamente così. Kasriel punta sì sul rialzo dei titoli federali, ma al tempo stesso scommette su una caduta del dollaro con effetti negativi per i soggetti esteri: «È vero – conferma a Borsa & Finanza – il guadagno sui titoli rischia di essere falcidiato dalla perdita valutaria». Insomma un bel pasticcio, dal quale conviene stare lontani, almeno a sentire il parere dei guru del settore.

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