BORSA USA, DEBITI
E NONNO ALAN

26 Gennaio 2005, di Redazione Wall Street Italia

*Michele Pezzinga e’ lo strategist di CentroSim. I suoi commenti non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) – Il timido rimbalzo di Wall Street – dopo molte sedute consecutive in calo, trainato dai semiconduttori e da alcuni farmaceutici su qualche risultato trimestrale migliore del previsto – non sembra rischiarare più di tanto lo scenario a breve.

A renderlo complicato contribuiscono un dollaro più forte del previsto, che spesso rivediamo sotto quota 1.30 contro euro, e un greggio che punta invece di nuovo al rialzo, sia pure in assenza dei temuti tagli alla produzione da parte dell’OPEC. Il rafforzamento a sorpresa del dollaro, non giustificato da miglioramenti dei conti USA con l’estero o da attese di rivalutazione del cambio cinese, difficilmente può essere spiegato sulla base del crescente differenziale sui tassi a breve, destinato ad ampliarsi con una FED pronta a muovere ancora al rialzo i tassi ed una BCE invece ancora a lungo immobile.

Ad incidere in misura straordinaria sembrerebbo semmai le agevolazioni fiscali varate dall’Amministrazione Bush per il rimpatrio dei capitali, che prevedono nel 2005 una finestra di tassazione ridotta (al 5,25% rispetto all’aliquota ordinaria del 35%) per quelli che vengono poi reinvestiti o spesi per ricerca e sviluppo all’interno (non possono essere però utilizzati per pagare extra-dividendi o finanziare buy-backs).

Alcune importanti società hanno già dichiarato di voler usufruire dell’agevolazione – tra quelle farmaceutiche, ad esempio, Johnson & Johnson ha previsto rimpatri per 11 mld di dollari, Schering-Plough per 9,4 mld e Pfizer addirittura per 38 mld – ma è difficile avere un conto preciso di quanti capitali effettivamente potranno rientrare, a fronte di un potenziale complessivo stimato in addirittura 500 mld circa (Bank of America), di cui 418 mld (secondo Morgan Stanley) per le sole società appartenenti all’S&P 500. In ogni caso, si tratterà di importi in grado di condizionare, sia pure solo una tantum, il flusso complessivo di capitali verso gli USA e quindi l’andamento a breve del dollaro.

Sulla risalita del greggio, visto l’andamento così altalenante delle quotazioni negli ultimi sei mesi, è inutile azzardare previsioni; in ogni caso ai prezzi attuali l’energia contribuirà a raffreddare le previsioni di crescita delle economie occidentali per il 2005, pur senza avere effetti drammatici sui tassi d’inflazione attesi. Un altro stimolo per il bond market, dunque, e solo per il settore petrolifero sulle Borse.

Novità più significative potrebbero invece giungere dalla Cina, che ha visto il PIL dell’ultimo trimestre 2004 crescere a tassi ancora molto elevati (il 10,1% annualizzato e il 9,5% anno su anno), stabilizzandosi su questi ritmi (il 9,4% è la crescita media dell’anno) dopo gli sbalzi registrati tra il primo ed il secondo trimestre 2004 (una crescita “eccessiva”, di oltre il 16%, nel primo, cui era seguita una brusca frenata, +1,5% soltanto, nel secondo). Per il 2005 è previsto un lieve rallentamento, attorno all’8/8,5%, grazie anche a probabili nuovi interventi restrittivi sui tassi, dopo un primo rialzo di una trentina di punti base già realizzato lo scorso ottobre. Pur contraddetta da alcune indicazioni recenti, dalle vendite di auto (+17,2% nel mese di dicembre) alla produzione di acciaio (+2,7% nello stesso mese), una lieve decelerazione congiunturale sembrerebbe già in atto e le Autorità cinesi la favoriranno anche nel 2005.

Almeno per ora, comunque, non si vede l’esigenza di una nuova stretta: la cresci ta degli investimenti, pur mantenendosi su ritmi molto elevati in dicembre (+21,3% su base annua) è infatti apparsa in netta decelerazione rispetto al 28% di settembre, mentre l’inflazione al consumo è scesa dalla punta del 5,3% di agosto al 2,4% di dicembre. Tanto meno si sta pensando ad un aggiustamento del cambio, l’ipotesi auspicata dalle Autorità USA per i suoi presunti effetti benefici sulla loro disastrata bilancia commerciale. Anche con il renmimbi legato al dollaro, una Cina in crescita “controllata” rappresenta una buona notizia
per gli scenari globali.

Il vero punto critico rimane quindi come la Federal Reserve guidata da Alan Greenspan riuscirà a raffreddare i consumi delle famiglie americane senza mettere a rischio il valore delle attività da loro possedute, e a fronte delle quali continuano ad indebitarsi. Quanto a noi, fintanto che il bund continuerà a rendere meno del 3,60% sulla scadenza decennale, il solito effetto liquidità rimarrà in azione, contenendo la possibile, oramai quasi auspicata correzione degli indici.

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