BORSA SCHIZOIDE: DALLA CAPITOLAZIONE AL BOOM

4 Agosto 2009, di Redazione Wall Street Italia
*Questo documento e’ stato preparato da Maurizio Milano, resp. Analisi Tecnica Gruppo Banca Sella ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

(WSI) – Le emozioni non mancano. Abbiamo vissuto, nel giro di una decina di mesi, uno dei peggiori bear market della storia borsistica (dall’inizio di ottobre 2008 ai minimi del 6-9 marzo 2009), seguito da uno dei rally più decisi che si siano mai visti, tutt’ora in corso. E non dobbiamo neppure stupircene, perché i due fenomeni sono strettamente correlati.

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La “capitolazione” dello scorso autunno, culminata con l’affondo ribassista del primo bimestre 2009, era il riflesso borsistico della paura – addirittura panico – di un’implosione generalizzata del sistema finanziario, con conseguenze difficili da prevedere. I continui piani di intervento degli ultimi mesi adottati dalle autorità politiche e monetarie hanno contribuito non solo a ridare liquidità al sistema – con politiche monetarie molto aggressive, convenzionali e non – ma soprattutto a ristabilire una fiducia crescente, che ha diradato quasi del tutto i timori di collassi generalizzati. Il fatto che il mercato si trovi ora a fronteggiare “soltanto” una brutta recessione economica diviene quindi, e paradossalmente, fonte di sollievo. E questo spiega anche la reazione entusiastica delle Borse di fronte a dati economici certamente negativi, ma meno del previsto.

Diamo un’occhiata ai numeri prendendo come riferimento l’indice azionario più importante, lo S&P500. Dai livelli di fine settembre-inizio ottobre a ridosso di 1100-1200, l’indice è letteralmente “precipitato”, in due ondate successive (ottobre-novembre e gennaio-febbraio) fino a toccare un minimo 2009 a 667 il 6 marzo, con una perdita del 43%. Pensiamo che durante la crisi borsistica precedente, quella del 2000-2002, l’indice aveva ceduto il 50% in 31 mesi di discese.

Ma, come sappiamo, la Bolla della cosiddetta New Economy minacciava alcuni comparti specifici, come la tecnologia, i media e le telecomunicazioni, mentre la crisi iniziata con lo scoppio dei mutui sub-prime nell’estate 2007 è di natura finanziaria e minacciava (parliamo al passato anche per scaramanzia) di fare tracollare il sistema finanziario che non è un settore come gli altri bensì l’infrastruttura di tutto il sistema economico. E se crollano le fondamenta sappiamo che le case non stanno in piedi. Il mercato aveva davvero “esagerato” nel pessimismo e dopo 5 mesi di rialzi possiamo finalmente confermare l’impressione che avevamo avuto ad inizio marzo.

Il rimbalzo dai minimi, in meno di 5 mesi, è stato di circa il 50%, ed ha riportato l’indice a ridosso di quota 1000, in territorio ampiamente positivo da inizio anno (circa +10,7%). Non male, viene da dire. Anche se rimaniamo ancora il 32% al di sotto dei livelli di inizio 2008 ed un 15% circa al di sotto dei livelli di fine settembre-inizio ottobre. Per un investitore europeo bisogna poi tenere conto del deprezzamento del dollaro, che rimane una caratteristica costante di tutte le fasi di recupero della Borsa statunitense. Chi non può coprirsi dovrà quindi mettere in conto di “cedere” una parte del rialzo borsistico per l’effetto valutario negativo. Se si vuole evitarlo si potrebbe comunque puntare sull’azionario europeo, che rimane strettamente correlato con quello statunitense e dovrebbe quindi seguirlo nella salita.

La ridiscesa della volatilità implicita, col Vix tornato sui livelli di inizio settembre 2008 a ridosso di 23-26 – precedenti al fallimento di Lehman che aveva dato il fuoco alle micce spingendo il Vix a toccare un massimo storico a 81,48 il 20.11 – conferma il clima di rasserenamento del mercato. Il segnale è confermato dal calo dei CDS (credit default swaps) – che misurano il rischio di default (fallimento) di società quotate o addirittura di Stati nazionali –, che sono anch’essi ridiscesi sui livelli pre-Lehman.

Quando finirà la festa? Confermiamo ancora una volta che i livelli degli indici azionari di fine settembre-inizio ottobre 2008 rappresentano l’obiettivo “naturale” del bear market rally in corso (1100-1200 per lo S&P500; 2200 per il Nasdaq; 10350-11000 per il Dow Jones Industrial; 3000 per il DJEurostoxx50; 25000-26500 per il FtseMib; 11000/750 per il Nikkei225). Sul mercato c’è liquidità in abbondanza: molti gestori sono ancora decisamente sottopesati rispetto ai benchmark di riferimento, e gli investitori retail non hanno finora creduto fino in fondo alla forza del rialzo in corso – o non hanno comunque osato seguirla – e sono rimasti sottoinvestiti.

Questa liquidità “parcheggiata” dovrebbe quindi alimentare l’ultima ondata del rally in corso, in un crescendo di euforia auto-alimentantesi. A quel punto, scacciate le paure dei mesi passati come un brutto ricordo ed attirati da previsioni di bull market stabili all’orizzonte, anche i più restii potrebbero finalmente cedere alle lusinghe del mercato. In ottica contrarian, quello sarà forse il momento migliore per vendere.

La strategia che veniamo consigliando da marzo rimane perciò quella di essere investiti aggressivamente sull’azionario, pronti però ad alleggerire in modo consistente all’avvicinarsi degli obiettivi sopraindicati. Un portafoglio di asset tattica (con un orizzonte quindi di alcuni mesi), con un peso dell’azionario molto elevato, investendo direttamente sugli indici e su alcuni settori ad elevata volatilità, come il settore bancario, l’assicurativo, l’auto e la tecnologia. Pronti a ridurre sia il peso che la volatilità di portafoglio, spostandosi su settori più difensivi come le utilities e l’alimentare, man mano che gli obiettivi si avvicineranno.

Se poi la correzione che seguirà – verosimilmente – al raggiungimento degli obiettivi indicati non sarà superiore al 15-20%, potremo concludere che il bear market sarà davvero terminato e che inizierà probabilmente una fase laterale di riaccumulazione, che si preannuncia comunque piuttosto lunga. Si potranno allora ipotizzare portafogli più “strategici”, dando un peso crescente ad aree geografiche caratterizzate da elevata crescita demografica – e quindi economica – come la Cina, l’India, il Brasile, la Russia. Tra i settori interessanti, con orizzonti pluriennali ci dovrebbero essere tutti quelli legati al tema “energia”, con particolare riferimento alle nuove fonti alternative. Qualche sorpresa positiva dovrebbe arrivare poi dal settore automobilistico, per l’implementazione di nuovi motori.

Spingere lo sguardo più in là al momento è davvero impossibile. Una cosa sola è certa: la gestione del rischio sarà sempre di più il cuore dell’attività di investimento.

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