BORSA NOIOSA? CAMBIERA’ PRESTO

26 Gennaio 2007, di Redazione Wall Street Italia

*Questo documento e’ stato preparato da Alessandro Fugnoli, strategist di Abaxbank ed e’ rivolto esclusivamente ad investitori istituzionali ovvero ad operatori qualificati, così come definiti nell’art. 31 del Regolamento Consob n° 11522 del 1° luglio 1998 e successive modifiche ed integrazioni. Le analisi qui pubblicate non implicano responsabilita’ alcuna per Wall Street Italia, che notoriamente non svolge alcuna attivita’ di trading e pubblica tali indicazioni a puro scopo informativo. Si prega di leggere, a questo proposito, il disclaimer ufficiale di WSI.

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(WSI) –
Ogni trimestre, nelle tre settimane dedicate alla comunicazione dei risultati societari, il mercato azionario si muove poco, almeno nei primi 10-15 giorni. Mentre le azioni singole reagiscono anche violentemente, gli indici reagiscono poco. Nessuno, giustamente, vuole mettersi aggressivamente al rialzo o al ribasso quando di lì a poche ore o minuti qualche altra importante società comunicherà gli utili, cambiando magari di segno l’umore generale.

Solo quando comincia a profilarsi un risultato complessivo, quando cioè almeno metà delle società hanno reso piena confessione dei loro fatti e misfatti, solo allora il mercato si incammina, se è il caso, nell’una o nell’altra direzione.

Non è detto che questa volta sia il caso. Il primo quinto di società americane (in Europa siamo anche più indietro) ha prodotto risultati certamente molto buoni (con il consueto e rituale centesimo in più rispetto alle stime) ma non strabilianti e non significativamente superiori a quanto il mercato in cuor suo si aspettasse come dovuto.

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La nostra scommessa è che fra qualche giorno usciremo dal range strettissimo delle ultime settimane e vedremo oscillazioni più ampie, ma senza che questo significhi una direzione precisa.

C’è infatti un sostanziale equilibrio tra lo scenario complessivamente positivo da una parte e i sette mesi di rialzo ininterrotto che ci portiamo sulle spalle e il sentiment iper-rialzista dall’altra. C’è una fisiologia, anche nei bull market più feroci, per cui pause e consolidamenti sono un elemento di forza, più che di debolezza.

C’è poi un elemento d’incertezza macro, sia pure all’interno di un quadro benigno. L’incertezza non è tanto sul comportamento della Fed e sul suo presunto attivismo nell’abbassare i tassi (a questo pensano i bond nella loro lentissima deriva), quanto sulle motivazioni di un eventuale prolungarsi dei livelli attuali.

Ci può infatti essere un motivo nobile per non abbassare i tassi, ovvero un rallentamento dell’espansione meno pronunciato di quanto già incorporato nelle attese del mercato, e ce ne può essere un altro molto meno apprezzabile, ovvero un permanere eventuale dell’inflazione core su un plateau più alto dei limiti ufficiosi di inflation targeting, con la prospettiva, in caso di riaccelerazione della crescita nel secondo semestre, di salire ulteriormente.

Sarà dunque l’inflazione core il dato da guardare con più attenzione nei prossimi tre mesi, in un contesto in cui le materie prime, da mesi in pesante ribasso, potrebbero anche dare vita a un modesto e temporaneo recupero proprio in questa fase così delicata.

Poiché occorrerà aspettare almeno un trimestre per capire con che velocità l’inflazione core sta scendendo, se l’azionario vorrà nel frattempo avventurarsi troppo in alto lo farà a proprio rischio e pericolo. Uno scenario spiacevole sarebbe quello di un rialzo delle borse fino a primavera bruscamente interrotto dal profilarsi dello spettro (o dalla realtà) di un rialzo dai tassi motivato dal persistere dell’inflazione. Non è lo scenario più probabile (gli diamo un 20 per cento di possibilità), ma va tenuto in conto prima di sbilanciarsi troppo aggressivamente. Più probabile (e desiderabile) è un aumento di volatilità con un tono di fondo leggermente positivo. Un esito di questo tipo decongestionerebbe il mercato e placherebbe, senza spegnerle, le sue pulsioni rialziste.

Quanto alle esogene, si manterranno a distanza di sicurezza. Il profilarsi di una guerra civile in Libano, con il rischio che Hezbollah si faccia stato a che l’Iran arrivi in questo modo a confinare direttamente con Israele, non promette nulla di buono per il medio termine ma nel breve, cioè per quest’anno, resterà un problema circoscritto.

Quanto al petrolio, qualsiasi cosa succeda sotto i 65 dollari potrà creare qualche intralcio temporaneo nelle fasi in cui il prezzo sale, ma non sarà tale da mettere in discussione il quadro di fondo dell’espansione. Lo stesso problema libanese, con l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti schierati da una parte e l’Iran dall’altra, cementa l’alleanza tra sauditi e America anche sul petrolio, con effetti calmieratori sul prezzo.

Tirando le somme, essere sottopesati di azionario ci pare più rischioso che essere sovrappesati, ma essere neutrali resta l’opzione preferibile. Parliamo di una neutralità attiva, propensa al trading, alla vendita di put e a muoversi tra il sovrappesato e il neutrale.

In questo momento i mercati azionari sono coccolati da tutti. Dai sauditi che rassicurano sul petrolio. Dai giapponesi che promettono altro combustibile per il carry trading con una politica di rialzo dei tassi al limite dell’invisibile. Dai cambi che si mantengono tranquilli e non creano problemi. Dai bond che si tengono nell’ombra evitando in tutti i modi di presentarsi come alternativa attraente. Il buon umore è più che comprensibile. Purché non ci si monti la testa.

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