BORSA, MEGLIO SCALARE
DUE MARCE

18 Aprile 2007, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) –
Forse ci vuole un esame di coscienza: sappiamo fare davvero il nostro mestiere di gestori? Pietro Giuliani , amministratore delegato di Azimut sgr e gestore italiano di lungo corso, davanti ai numeri che provano quanto pochi siano i fondi in grado di fare nettamente meglio del portafoglio «medio» delle famiglie italiane, mette sul tavolo interrogativi quasi inquietanti. Certo lo fa senza pudori perché i suoi prodotti non fanno mica brutta figura: sui 26 promossi ben 6 sono della sua scuderia.

Allora è meglio far da soli?
«Non mi faccia dire cose sconvenienti: è sempre meglio scegliere un bravo gestore. Certo se in cinque anni l’investitore medio ha fatto meglio dell’85% dei money manager paragonabili viene da chiedersi se la ragione della crisi dei fondi non sia da attribuire anche ad una non troppo sviluppata capacità di far bene questo mestiere».

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Che cosa intende dire?
«I fondi italiani continuano, con poche eccezioni, a perdere sottoscrittori. Anche in marzo la raccolta netta è stata pesantemente negativa e non solo per i prodotti di diritto italiano ma anche per i round trip, gli estero vestiti confezionati dai gestori italiani per dribblare le penalizzazioni fiscali. Gli esteri veri invece raccolgono ancora».

Perché accade?
«Sul banco degli imputati abbiamo messo il Fisco sfavorevole, ma la frenata dei roundtrip conferma che il problema è falso. O comunque abbastanza relativo. Poi abbiamo detto che è colpa della distribuzione, perché le banche preferiscono collocare altri prodotti meno trasparenti. Questo è senz’altro dimostrabile. Ma se le performance non sono soddisfacenti – e questi numeri insinuano più di un dubbio – bisogna avere il coraggio di chiedersi se non ci sia anche un problema di scarsa qualità dei prodotti».

I fo ndi esteri vincono perché sono obiettiva mente migliori? O solo perché hanno stretto buoni accordi di distribuzione?
«Le performance in molti casi ci sono, è inutile negarlo. Il marketing ha fatto il resto. Certo anche per i fondi esteri la prova del nove arriverà quando i mercati gireranno, quando gli azionari dei grandi gestori mondiali, che oggi hanno dato molte soddisfazioni a chi li ha comprati, dovranno affrontare la prova del ribasso. A quel punto solo se avranno un portafoglio correttamente diversificato potranno resistere all’urto. E torniamo al problema principale: per far funzionare bene il sistema servono buone performance e lavoro di squadra nell’interesse del cliente tra fabbriche e reti di distribuzione».

Lei vede vicina una correzione?
«No. Non vedo crolli a breve termine. Ma sostengo da tempo che in Borsa è ora di scalare una marcia. Un portafoglio flessibile che può andare da zero a 100 in azioni, oggi deve fermarsi a 70. Sono quattro anni che i mercati salgono senza (quasi) soluzione di continuità. Non si può dimenticare mai questo fattore. La nostra scelta di trasformare la gran parte dei fondi della casa in flessibili, cioè in portafogli che lasciano mano libera al gestore di muoversi tra i vari asset, è un tentativo programmato di arrivare attrezzati al cambio di stagione. Che, come al solito, non è mai prevedibile con certezza».

E che cosa si può dire di Piazza Affari? Oggi quasi tutti i titoli principali da Enel a Telecom alle banche, sono al centro di grandi nuove manovre….
«Nel breve termine avere in tasca i titoli del risiko e le prede di acquisizioni può essere strategico. Ma non mi sentirei di consigliare a tutti di mettersi in tasca Telecom o qualche altra società da qui ai prossimi cinque anni. Chi può dire come andrà a finire la partita?»

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