BOND STRUTTURATI, COSTI FINO AL 10%

21 Giugno 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Gli italiani restano il popolo dei bond-people, anche se quel «bond» non vuol dire più solo Bot, Btp o titoli aziendali ma anche e sempre di più obbligazioni «strutturate». Strumenti di investimento emessi dalle banche che si presentano dietro l’accattivante formula del «capitale garantito» e che non risparmiano spesso un nome che fa sognare il risparmiatore, come Bnl Himalaya 2006 World Index, Banca Intesa 2008 Golden goal, Credito emiliano Doppiocentro 2005, Unicredit 2010 Amort. Oppure più tranquillizzante, come Sanpaolo Imi Concerto 2005 o ancora Capitalia MixBancoPosta 2008.

Ma che in realtà sono dei prodotti molto complessi che uniscono il mondo delle obbligazioni zero coupon con quello dei mercati azionari attraverso strumenti derivati e complessi algoritmi. Formule che anche quando vengono pubblicate nei prospetti informativi (obbligatori solo con la quotazione in Borsa) rimangono spesso difficili da capire per molti.

La stessa Consob ha deciso di dedicare all’argomento una parte del suo sito (www.consob.it) in cui spiega che si tratta di prodotti con problemi di «scarsa liquidità». Spesso se si vuole vendere prima della scadenza l’acquirente «unico» non è altro che lo stesso emittente che ha venduto il titolo. Una posizione che in sostanza permette alla banca di decidere il prezzo.

LA CONSOB – E’ sempre la Consob, inoltre, a mettere in allerta chi viene attratto da rendimenti «appetibili» che altro non sono se non un «premio sul rischio che si affronta con l’obbligazione strutturata». In pratica si sta puntando sul rialzo del mercato azionario o dei tassi. Ma con una probabilità molto bassa di vincere e un costo alto. Tuttavia gli italiani sembrano non mostrare troppa prudenza nell’acquisto. Il totale dei titoli custoditi dalle banche per i propri clienti, dai Bot alle obbligazioni corporate, ha superato la soglia dei 1.600 miliardi di euro. Più dell’intero prodotto lordo italiano (pari a circa 1.300 miliardi), la ricchezza generata in 365 giorni dall’intero sistema. Ma in questa montagna di titoli, lievita sempre di più la quota delle obbligazioni, anche a discapito del vecchio titolo di Stato.

Secondo gli ultimi dati dell’Abi, nel mese di marzo le obbligazioni strutturate bancarie hanno fatto registrare un balzo del 6,9%, battute solo da quelle aziendali che, nonostante i crac Cirio, Giacomelli e Parmalat (proprio in questi giorni restano con il fiato sospeso gli obbligazionisti del gruppo Fin.part, in attesa di una soluzione che allontani il pericolo di insolvenza per le scadenze di luglio) sono cresciute dell’8,7%. Bot e Cct a confronto hanno avuto una crescita esigua: del 2,5%.

I CONTRATTI – Ma cosa c’è dietro un’obbligazione strutturata? Domenico Bacci, del Siti, li definisce strumenti «esoterici», titoli dove «il rischio connesso all’acquisto rimane incomprensibile per il piccolo risparmiatore». Il prospetto può variare dalle due alle 80 pagine (come nel caso dei prodotti Bnl), ma sia il meccanismo dei rendimenti (questi titoli offrono generalmente un minimo garantito oltre a una quota variabile legata o all’andamento di un paniere di azioni o all’inflazione) sia la struttura dei costi è talmente complessa da rendere spesso un esercizio insormontabile la lettura.

La stessa Banca d’Italia è intervenuta da circa un anno richiedendo l’indicazione del «costo implicito», che può arrivare a toccare anche il 10% senza che ciò emerga in superficie. Un esempio può aiutare a capire: il titolo viene venduto a 100, come fosse un qualunque titolo di Stato. Ma questo valore ingloba una commissione di commercializzazione che si aggira tra l’8 e il 10% nella maggior parte delle emissioni quotate. Il risultato è che il mercato sconta immediatamente quel valore facendo crollare il prezzo a 92-90.

«Inoltre – spiega Alessandro Pedone dell’Aduc – questi prodotti rischiano di diventare sempre più complicati con una lievitazione ulteriore del rischio come può succedere con le obbligazioni strutturate legate alle cartolarizzazioni. Con i nuovi regolamenti le emissioni devono anche riportare quale percentuale della commissione è legata alla componente zero coupon e quale dipende invece dalla componente derivata. Il risultato? Su 100 euro circa 3 restano legati come costo all’obbligazione, mentre 7 sono il prezzo della scommessa sul derivato. Un gioco in cui la probabilità di vincere da parte del risparmiatore, cioè di ottenere il rendimento massimo, è pari a una su dieci».

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