BOND, DANNATI BOND.
OBBLIGAZIONI
E RISCHI

29 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Supranational, government agencies, corporate, straight, convertible, strips, bullet, tigers, cats, lions, cougars, gators, eagles, dogs, rats, zero, capped, cap & floor e per finire junks. Queste sono solo alcune delle denominazioni riconducibili alle svariate tipologie di obbligazioni in circolazione, anche se i termini anglosassoni non tutti traducibili perché espressi in forma di acronimo, dimostrano che parecchia applicazione matematica, unita ad una notevole dose di estro artistico, hanno arricchito le modalità d’incontro fra domanda di risorse e la gestione della liquidità nei mercati finanziari sviluppati.

Ovviamente questa fantasia scaturisce negli uffici dei merchant banker piuttosto che nei lead manager, i quali alla solita ricerca del pane quotidiano, fees e provvigioni di intermediazione, perseguono l’usuale obiettivo del competitive advantage dettato dalla Business Intelligence, elaborando di conseguenza qualunque metodo che meglio delinei i bisogni oltre che le necessità dei clienti.

Appare quindi opportuno sottolineare come lo scopo primario del prestito obbligazionario, sia quello di soddisfare una lecita richiesta di denaro e pertanto molte entità sovragovernative, oltre che stati sovrani risultano emittenti costanti, nel mentre al contrario le imprese o corporation possono selezionare fra il debito e l’aumento di capitale. In ragionevole contropartita il risparmio esiste robusto e in linea di principio sempre ben disposto ad investire a reddito fisso.

Fatti recenti hanno riconfermato che le certezze assolute non sono di questo mondo, visto che in assunto generico tutti i bond sono soggetti ad un possibile default e molte delle compagnie quotate possono fallire. Il giudizio sostanziale di solvibilità, che dovrebbe rappresentare la sintesi per la sicurezza dell’investimento, viene santificato dalle agenzie di rating, S&P, Moody e Fitch, considerate qualificate e famose per il tramite delle note simbologie di AAA, A+, BAA, BBB e cosi via, laddove il giudizio corrente di mercato rimane evidenziato dal rendimento a maturità, quale funzione implicita del prezzo quotidiano.

Pur tuttavia, al sistema di Business Intelligence degli emittenti deve rispondere specularmente quello dei compratori, perché come ovvio l’emissione si preoccupa unicamente degli interessi di una sola delle parti coinvolte e dei profitti risultanti per i numerosi consulenti addetti ai vari compiti di collocamento. In via teorica una corporate dovrebbe decidere il lancio di bond per sopperire ad un temporaneo gap finanziario, ma sempre con lo scopo di migliorare il ritorno economico a favore degli azionisti.

Ad esempio la realizzazione di un nuovo stabilimento produttivo costa sicuramente meno se pagato a pronta cassa e dove entrasse in funzione producendo profitti, questi potranno essere utilizzabili anche ad accantonare capitale ed interessi per il servizio e rimborso del debito.
Le emissioni riservate invece alla gestione di una ristrutturazione, sottolineano fondamentalmente due motivazioni di cui una puramente finanziaria, perché quando scendono i tassi di riferimento è logico anticipare il rimborso della vecchia obbligazione per eventualmente riemetterne un’altra meno onerosa, l’altra appalesa riformulazioni dovute a fattori esterni contingenti.

Una contrazione economica allunga i tempi necessari ad accantonare il capitale da restituire, costringendo allora la società a rimborsare il debito esistente e contestualmente tentando per una scadenza più lunga, sperando che l’intoppo sia considerato temporaneo e che le agenzie preposte non abbassino il rating. Tutto sommato il sottoscrittore privato non deve ritenersi a tutti i costi un esperto, bensì dovrebbe ottemperare al dovere di essere per lo meno attento e curioso, visto che storicamente nessuno si è mai rovinato nel vendere troppo presto, tenendo a freno la propria avidità.

Evidentemente un corporate bond qualifica automaticamente il proprio rendimento, perché in finale costa meno o paga cedola maggiore, dato che a tutti gli effetti soffre di una rischiosità elevata rispetto ad un buono del tesoro di un paese sovrano che gode di dignitosa valutazione e non certo perché l’azienda intenda compiere generosa beneficenza. Inoltre la valutazione all’atto della emissione condiziona l’importo delle cedole, ma anche la durata e il prezzo iniziale, dal momento che il mercato rifiuta effetti non competitivi.

Il government bond identifica come sempre il metro standard di giudizio, vale a dire la misura professionale di una emissione, che si esprime in punti base suppletivi nei confronti di un treasury con la stessa data di scadenza. Quando lo spread tende ad aumentare durante la vita dell’obbligazione e se gli operatori professionisti implicitamente forniscono segnali su serie perplessità inerenti la capacità di rimborso a scadenza di quell’emittente, il bond oggetto dell’analisi semplicemente perde il suo competitive advantage, in ossequio ai principi di Business Intelligence che obbligano a liberarsi rapidamente dei prodotti che non godono di adeguato appeal.

In conclusione gli emittenti che generano abitualmente una buona catena del valore, usufruiscono di migliori condizioni e le banche d’investimento fanno a gara per ottenere l’incarico di consulenza, accettando ben volentieri di ridurre le proprie considerevoli fees, lasciando naturalmente alla trasparenza del mercato la conferma quotidiana nell’assegnazione del prezzo corretto. Ignorare questo rigoroso giudizio a favore di calcoli vitalizi alla ricerca di rendite strumentalmente confacenti ai desideri personali di spesa appare un atteggiamento assurdo, perché alla fine di ogni storia il sistema finanziario globale ha sempre ragione.

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