Bolla tecnologici? Forse, ma non c’è da preoccuparsi

27 Aprile 2018, di Daniele Chicca

Tecnologici in fase di bolla? Si, ma se non si è esposti pesantemente nel settore non c’è nulla da temere per l’azionario in generale. È quanto lascia intendere la società di asset allocation Research Affiliates, che in un report si sminuisce il panico da bolla di asset finanziari, parlando di come “forse i prezzi in fase di bolla possono essere considerati perfettamente ragionevoli, almeno finché accettiamo una volatilità curiosamente elevata”.

Secondo gli analisti del gruppo fondato nel 2002 in California, delle piccole bolle si formano ogni giorno. Si tratta semplicemente di saper stare alla larga: “il mercato crea in continuazione micro bolle di asset, casi isolati di valutazioni estremamente esagerate, che richiedono una serie di eventi positivi inaspettati per poter giustificare i prezzi” raggiunti. È il caso per esempi di Tesla e Netflix al momento.

Più difficile è sapere quando si forma una bolla in un grande mercato e per questo il gestore offre una serie di analisi storiche interessanti. A parte le considerazioni sulle valutazioni di mercato “tirate” in singoli comparti, lo studio affronta anche questioni che aiutare a sapere come ci si dovrebbe comportare oggi con il rigonfiamento dei prezzi dei titoli tecnologici, i cosiddetti FAANG.

Grazie alle indicazioni statistiche di Research Affiliates, più che indovinare quando la fase rialzista di mercato ha raggiunto il suo apice – cosa notoriamente ostica – si può tentare di capire cosa costituisce veramente una bolla e imparare a interpretare correttamente gli allarmi talvolta eccessivi degli esperti di mercato.

Delle micro bolle si sono formate sui mercati

Il “segreto” è guardare alla performance dei titoli entrati in una presunta bolla dieci anni dopo. Se per esempio si scopre che nel 2000 era un periodo pessimo per comprare titoli hi-tech, allora si può affermare con certezza che quella vissuta è stata una bolla dot-com.

Stando all’analisi del gestore Usa, molto dipende anche dal settore che pesa maggiormente sull’indice generale. Per esempio, nei primi Anni 2000 le dieci principali blue chip tecnologiche degli Stati Uniti rappresentavano il 25% della capitalizzazione complessiva dell’S&P 500. Si trattava di Microsoft, Cisco, Intel, IBM, AOL, Oracle, Dell, Sun, Qualcomm e HP. Nessuno di questi titoli ha rispettato le aspettative di mercato, che erano molto alte.

Nei 18 anni successivi, infatti, nessuna delle azioni sopra citate è stata in grado di fare meglio del mercato generale e la capitalizzazione di riflesso si è ridotta. In cinque hanno prodotto ritorni da investimento positivi (+3,2% di media l’anno) ma con un livello molto più  basso di quello dell’indice allargato, mentre le prove di altri due sono state un fiasco completo. Presi i cinque titoli che hanno registrato computi negativi, si scopre che è stata in media del -7,2% ogni anno, il 12,6% in meno della performance dell’S&P 500.

Rob Arnott e Shane Shepard di Research Affiliates sostengono che Netflix e Tesla siano le micro bolle di oggi, due casi che illustrano bene la veridicità del fenomeno:

“Chi compra questi titoli pensa che quell che sta facendo sia razionale. Sembra improbabile che tutte le auto saranno elettriche tra una decina di anni e che Tesla produrrà una percentuale significativa di queste vetture, ma gli investitori sono comunque attirati dall’azienda” e dalle sue potenzialità, sebbene non ci sia nulla di razionale dietro alle loro decisioni. “Ci sarà sempre una schiera di persone che dirà: questa non è una bolla!“.

Anche se si tratta di una bolla, tuttavia, non c’è da preoccuparsi per l’andamento del mercato in generale. Solo il futuro dirà chi ha ragione, ma su certi settori conviene andare con i piedi di piombo. Il discorso è rivolto a chi detiene criptovalute e token legati alla tecnologia blockchain.

I trader che stanno investendo in questo settore dalle grandissime potenzialità dovrebbero essere però consapevoli dei rischi che corrono. Basti pensare all’esempio della bolla del mercato azionario del Zimbabwe, osservano sul blog del Financial Times, Alphaville: “la Borsa ha cessato di esistere dopo che il suo valore è crollato del 98% in una settimana” (vedi grafico sopra riportato).

Alla luce di queste considerazioni la domanda che viene spontaneo porsi è: a Wall Street si è formata o si sta formando una bolla? Analizzando i dati di Google Trends per il termine “bolla di mercato” si ottiene questo grafico:

Il picco è stato toccato a giugno del 2005, quando si parlava di bolla dei prezzi immobiliari. Allora L’Economist scriveva che “il valore totale delle proprietà immobiliari residenziali nelle economie industrializzati è salito di più di 30 mila miliardi di dollari negli ultimi cinque anni, attestandosi a 70 mila miliardi di dollari, un incremento che equivale al 100% dei PIL dei paesi analizzati messi insieme.

“Non solo le bolle dei prezzi delle case precedenti impallidiscono davanti a queste cifre, ma questa bolla è più grande anche della bolla del mercato azionario globale a fine Anni 90 (che ha visto un aumento dell’80% del Pil in cinque anni di tempo) così come della bolla dI Wall Street a fine Anni 20 (55% del PIL). In altre parole, siamo di fronte alla più grande bolla della storia“.

A lungo termine meglio stare alla larga dai tecnologici

Oggi come oggi l’incremento delle ricerche della parola “bolla di mercato” sul motore di ricerca Google è il più marcato dal 2006, con il Canada che è il paese dove la gente sembra essere più interessata, evidentemente per via della crisi di Home Capital Group scoppiata in maggio.

Un altro metodo che può tornare utile per capire se ci troviamo in una bolla di mercato è quello di analizzare l’uso che fanno i media del termine. Nel 2003 l’uso della frase “bolla di mercato” ha raggiunto i massimi di sempre, basandosi sulle ricerche nell’archivio Factiva, probabilmente per via della bolla dot com da poco conclusasi. Si rileva un picco anche nel 2015, quando i timori sulle condizioni dell’economia e del credito in Cina hanno attanagliato le menti degli investitori, portando a un boom dell’attività di trading in quel mercato ad agosto.

Ma tentare di prevedere la fine di un mercato rialzista o lo scoppio di una bolla è da sempre molto difficile, e numerosi sono gli esperti il cui tentativo è fallito, anche miseramente. Research Affiliates, tuttavia, fa una considerazione interessante sull’influenza che il comparto big tech ha sul resto del mercato.

“Alla fine di gennaio 2018, le sette principali azioni per capitalizzazione erano tutti gruppi tecnologici: Alphabet, Apple, Microsoft, Facebook, Amazon, Tencent e Alibaba. Mai prima d’ora un settore ha dominato così l’indice delle blue chip. All’apice del boom dei tecnologici, quattro delle prime sette aziende per capitalizzazione di mercato erano dell’universo hi-tech, mentre all’apice della bola del petrolio, cinque dei sette gruppi più capitalizzati erano del settore energetico. Solo la bolla del mercato giapponese alla fine del 1989 ha visto un dominio simile dei tecnologici rispetto alla capitalizzazione di mercato globale”.

Ragionando in un’ottica a lungo termine, si può intuire che i sette colossi sopra citati non saranno in vetta alla classifica della capitalizzazione di mercato tra dieci anni.

“La storica insegna che soltanto due titoli della top 10 dei gruppi maggiormente capitalizzati rimangono dov’erano dieci anni fa. E tra i due sopravvissuti figura sempre la numero uno, sebbene questa non abbia mai mantenuto la posizione in vetta al ranking. La seconda della graduatoria ha una chance su due di battere il mercato. Se la storia si dovesse ripetere, allora significa che nove dei dieci titoli più capitalizzati faranno peggio del mercato nei prossimi 10 anni, e solo una ha il 50% di possibilità di fare meglio”.