BIVIO DEL FISCO
SFIDA DEL VOTO

21 Novembre 2004, di Redazione Wall Street Italia

(WSI) – Correre alle elezioni anticipate, uno contro tutti, per vendicarsi degli alleati che non lo seguono nella riduzione delle tasse? Non si può dire che Silvio Berlusconi non conosca l’arte di stupire. Il suo gesto assomiglia a un atto estremo di chiarimento, e sappiamo quanto abbia bisogno di cose limpide il nostro sistema politico. Scuotere le tende, eliminare la polvere e imporre un linguaggio meno reticente, insieme a comportamenti meno ambigui: potrebbe essere, impossibile negarlo, una missione in grado di meritare l’applauso anche di coloro che non esitano a criticare il Berlusconi politico e le sue scelte.

Tanto più che nei grandi Paesi europei (Gran Bretagna, Francia) è sovente il capo dell’esecutivo a decidere il momento in cui mettersi in gioco, sciogliendo le Camere. Con una differenza fondamentale. Problemi costituzionali a parte, in quei Paesi il leader della maggioranza scioglie il Parlamento quando gli sembra a portata di mano la vittoria. Nel nostro caso, viceversa, la percezione è opposta; siamo al «muoia Sansone con tutti i filistei», perché un centrodestra che oggi si recasse al voto in ordine sparso, senza un’alleanza precostituita, non avrebbe scampo con l’attuale legge elettorale.

Diverso sarebbe il caso se le elezioni venissero dopo una riforma in senso proporzionale. In quel caso, andar da soli avrebbe forse un senso. Ma al punto in cui siamo quante probabilità esistono che il Parlamento, questo Parlamento minacciato di scioglimento, sia in grado di introdurre un modello proporzionale? Poche. Ancor meno se si volesse, come sarebbe doveroso, una riforma condivisa dall’opposizione.

Ciò non toglie che il presidente del Consiglio abbia il diritto di giudicare esaurita la sua stessa maggioranza e di minacciarla di ghigliottina elettorale. Certo, sappiamo bene dove porterebbe uno scontro su queste basi: verso forme sempre più radicalizzate di populismo, verso una campagna di timbro anti-europeo, giocata contro i vincoli vessatori, o supposti tali, del Patto di stabilità. L’esatto contrario di quanto serve in questo momento al Paese, dove c’è bisogno di serietà e serenità, non di un supplemento di nevrosi.

D’altra parte, il rigore non ha mai portato popolarità. Lo sapeva bene ai suoi tempi Alcide De Gasperi, uno statista che aveva un principio: «Mai da soli». A testimoniare la costante ricerca di un raccordo con gli alleati, anche quando avrebbe avuto tutti i numeri per farne a meno.

Ora si sceglie un’altra strada e forse è bene così, forse nell’era del bipolarismo all’italiana quello che serve è una maggiore trasparenza. Ma restano due considerazioni. La prima è che il taglio delle tasse era, sì, un impegno elettorale della Casa delle Libertà, ma da quella primavera del 2001 il mondo è cambiato e le risorse si sono ridotte al lumicino.

Va rispettata in Berlusconi la caparbietà con cui tiene il punto, fino a cercare il plebiscito su se stesso, ma sarebbe meglio verificare prima dov’è la copertura finanziaria. Del resto, se un po’ di soldi si trovano, perché non destinarli piuttosto alle imprese, sempre sotto forma di sgravi fiscali, con l’obiettivo di dare una scossa alla produzione e alle nostre esportazioni? Sarebbe senza dubbio utile.

Seconda considerazione. Dopo la caduta di Tremonti, si era parlato di «termidoro» berlusconiano, di una nuova era in cui si normalizzavano i rapporti e i traguardi. La nomina di Domenico Siniscalco rispondeva a questa logica. Adesso invece si torna alla fase radicale. Perché allora aver rinunciato a Tremonti, che era molto più a suo agio nelle acrobazie? L’incoerenza è normale in politica, ma oltre una certa soglia può essere troppo rischiosa.

Copyright © Corriere della Sera per Wall Street Italia, Inc. Riproduzione vietata. All rights reserved