Bitcoin, cosa c’è dietro il successo delle criptovalute in Venezuela

16 Aprile 2019, di Redazione Wall Street Italia

Di Vincenzo Caccioppoli

La scorsa settimana in Venezuela, secondo Coindance, un sito che monitora le transazioni in criptovalute, gli scambi tra bitcoin e bolivar venezuelani hanno superato i 6 milioni di euro. Una cifra che da sé dice poco o nulla, ma a dire molto invece è il confronto che si può fare col passato. A ottobre del 2018, in fatti, i bolivar scambiati in criptovalute erano meno della metà. Poi a gennaio il salto: da una settimana all’altra gli scambi hanno toccato quota 1.700 bitcoin, segno secondo gli analisti che la madre di tutte le criptovalute è entrata prepotentemente nell’economica venezuelana.

Per salvarla, dice qualcuno, visto la crisi scoppiata tra il governo del presidente Nicolas Maduro e Juan Guaidò, alla guida dell’assemblea parlamentare, che si è autoproclamato presidente ad interim lo scorso 23 gennaio. on sono pochi i venezuelani che hanno scelto di puntare sul bitcoin per tentare di salvaguardare il loro capitale dall’inflazione. Non per niente il paese si è classificato secondo in tutto il mondo per volume di attività su Local bitcoins, dopo la Russia. Ma in Venezuela la spinta verso le criptovalute più che alla speculazione sembra attenere alla sopravvivenza. Il governo non monitora le transazioni in criptovalute, ma qualsiasi movimento di denaro superiore ai 50 dollari può portare a un congelamento del conto.

Ma i bitcoin forniscono anche un altro servizio al Venezuela: la possibilità di ricevere soldi dall’estero. Sistemi come PayPal e simili non possono essere usati, perché i controlli sui cambi consentono alle banche venezuelane di utilizzare solo la valuta locale. I metodi di rimessa come Western Union, funzionano se si conosce il commerciante, altrimenti si rischia di essere truffati sul cambio (in Venezuela c’è quello ufficiale e quello del mercato nero). E poi il governo cerca di chiudere intermediari di questo genere da anni.

L’utilizzo del Bitcoin permette alla popolazione, straziata dalla crisi del Venezuela, di ricevere valuta virtuale che viene poi utilizzata per comprare i beni assolutamente necessari, come anche i medicinali. Proprio per far fronte alle esigenze della popolazione, molte società venezuelane hanno iniziato ad accettare pagamenti in Bitcoin riconoscendo l’alta volatilità del bolivar, ma soprattutto il suo essere senza valore. La valuta digitale insomma può rappresentare una valida alternativa alla iperinflazione della moneta locale, ed inoltre può rappresentare anche una possibilità di far arrivare aiuti umanitari in quel paese ormai allo stremo.

Secondi quanto riporta The Cryptonomist, una rivista specializzata del settore criptovalute, il mese scorso un progetto chiamato Bitcoin Interest e’ riuscito, proprio grazie all’ utilizzo della più famosa valuta digitale, ad acquistare 12,6 tonnellate di cibo per le popolazioni del Venezuela, riuscendo ad aggirare così tutti i controlli che vengono fatte dalle autorità venezuelane. Tutti i precedenti tentativi di inviare cibo e aiuti nel Venezuela, infatti, hanno incontrato enormi resistenze e per aggirare il problema il team di BCI ha messo a punto un piano con un abitante locale per inviargli bitcoin in modo che lui stesso, direttamente sul territorio, potesse acquistare tutto ciò che riusciva da mercati e negozi locali.

Sono infatti riusciti a trovare venditori locali che hanno accettato di ricevere pagamenti in bitcoin, oltretutto offrendo notevoli sconti sugli articoli. In questo modo hanno acquistato cinque tonnellate di pollo e sette tonnellate e mezzo di riso e farina di mais.

In totale quindi sono state acquistate 12,5 tonnellate di cibo da rivenditori locali pagandoli con i bitcoin inviati dal team BCI, dopodichè Carlos, così pare si chiami il referente del posto, ha trovato due grossi camion per consegnare il cibo. Grazie ad un gruppo di volontari che ha lavorato gratuitamente, questi prodotti sono stati poi consegnati ai concittadini di Carlos.

Purtroppo si sono verificati dei problemi con l’esercito locale e la polizia, che hanno fermato i camion temendo che il cibo provenisse dal governo degli Stati Uniti. Tuttavia Carlos ha potuto provare l’acquisto effettuato in loco, pertanto dopo essere stati trattenuti per ore, alla fine sono stati lasciati andare. Ma non sembra essere solo il Bitcoin a riscuotere un certo successo presso i venezuelani.

Anche il dash una altra criptovaluta, infatti, pare abbia preso sempre più piede nel paese. Dal 2018 ad oggi circa 2800 commercianti infatti pare accettino come forma di pagamento questa valuta digitale. Insomma le criptovalute, considerate da molti come una semplice creazione destinata a scomparire come neve al sole in breve tempo, una volta la bolla speculativa sarà esplosa, potrebbero invece rappresentare una valida alternativa alle monete tradizionali, proprio per le economie in gravi crisi di liquidità e con problemi di iperinflazione, come quelli che sta soffrendo il Venezuela in questi ultimi anni.

Non è un caso che in un’ altro paese sudamericano in nota crisi economica e da tempo con problemi di iperinflazione, esista un progetto per l’apertura, entro i prossimi tre anni, da parte di Odissey Group, società americana specializzata, di circa 4000 sportelli bancomat per bitcoin, segno che anche in quel paese l’adozione della criptovalute sta avendo parecchia presa anche presso la gente comune.

Per contattare l’autore: vcaccioppoli@gmail.com