BERTOLASO DEVE VINCERE

31 Maggio 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Guido Bertolaso, il sottosegretario ai rifiuti, può vincere o perdere la guerra in Campania. Il Bestiario gli augura di vincere, però non può escludere che l’esito della battaglia sia la sconfitta. Ma se Bertolaso perde, che cosa accadrà? Non è difficile immaginarlo. Per cominciare, a uscire con le ossa rotte sarà il governo di centro-destra. L’immagine di un Silvio Berlusconi decisionista andrà in pezzi. Benché dotato di una larga maggioranza, il Cavaliere avrà vita dura in Parlamento e sui media. Sembrerà un cane che affoga e le opposizioni lo bastoneranno.

È augurabile che questo avvenga? Io penso di no. L’Italia resterà senza guida. Nessuna scelta (pensiamo al nucleare) potrà essere fatta. E forse il governo cadrà proprio mentre il paese è afflitto da mille guai che hanno bisogno di cure immediate. A quel punto, si terranno nuove elezioni e il centro-destra tornerà a vincere con un margine ancora più ampio. Il perché è chiaro: gli elettori del Centro-nord, disgustati per quel che è accaduto a Napoli, voteranno in modo massiccio per un altro governo di centro-destra. Guidato da un leader ritenuto più duro del Cavaliere e con un programma ben più ferreo. Allora sì che vedremo il trionfo dell’Uomo Forte, con tutte le conseguenze del caso.

Il secondo sconfitto sarà il Partito Democratico. Agli occhi dei suoi elettori, risulterà insopportabile il contrasto fra un D’Alema che per Napoli predica la mano dolce e un Veltroni che, sia pure in modo volpino, si dice d’accordo con la mano dura. La sinistra riformista si ritroverà con meno parlamentari di oggi. E forse si spaccherà. Senza nessun vantaggio per la sinistra antagonista che seguiterà a restare fuori dalle Camere.

Passiamo ai vincitori. Il primo risulterà la camorra. La sconfitta di Bertolaso sarà l’apoteosi del potere criminale in Campania. I camorristi decideranno quali discariche aprire e dove. E in che modo lucrare sempre di più sul traffico dei rifiuti. Per far rispettare la loro legge, i camorristi non avranno bisogno della polizia o dell’esercito. Faranno tutto da soli, rafforzando un dominio illegale con le armi. E ammazzando chi osa ribellarsi.

La camorra si imporrà anche alle bande antagoniste che sono già arrivate a Napoli nell’illusione di vincere. Alla protesta delle popolazioni si sta sovrapponendo un magma confuso di centri sociali, di no-global, di No Tav, di No Dal Molin, insieme agli irregolari delle frange più lunatiche e violente. A Napoli si è stabilito persino un anziano reduce di Autonomia Operaia: Oreste Scalzone, un nonnetto in marcia con cappellaccio e zaino sulle spalle.

Sono le avanguardie di un ribellismo sempre più diffuso dappertutto nel paese. Mandare al tappeto Bertolaso, ossia Berlusconi, rappresenterà il loro D-Day, il loro sbarco in Normandia. E l’inizio di una guerriglia più vasta. Potranno gridare alla vittoria della sovversione, anche se diventeranno succubi della camorra.

Tra vincitori e vinti emergerà il dramma di Napoli e di altri centri campani, sempre più soffocati da montagne di spazzatura che nessuno riuscirà a smaltire. L’estate aprirà le porte di un inferno che oggi non sappiamo immaginare. Anche se è una storia che, in parte, abbiamo già visto. Sul finire dell’agosto 1973, all’epoca del quarto governo Rumor, il colera si diffuse a Napoli, quindi a Bari e in altri centri del Mezzogiorno, per poi sbarcare in Sardegna. I morti furono una trentina. Pochi, in fondo, se si tiene conto del degrado igienico-sanitario di molte città del Sud.

Il 7 settembre arrivò a Napoli il presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Lo portarono in ospedale a visitare i colerosi. Ricordo che Leone procedeva rapido per le corsie, intabarrato in un camicione da chirurgo. E nascondendo dietro la schiena la mano destra che faceva le corna. A chi toccherà fare gli scongiuri se a Napoli, nel 2008, accadrà qualcosa di simile o di più grave? Al presidente Giorgio Napolitano?

Auguriamoci di no. Tuttavia a Napoli e dintorni va in scenauna farsa tragica che, nei movimenti scomposti dei suoi attori, riassume l’intero disastro italiano. Ormai è chiaro: siamo una nazione dove l’autorità democratica è scomparsa. E dove intere regioni, per colpa del loro ceto politico, non hanno saputo prepararsi a un futuro che è già qui. Ce lo dice un dato spesso ignorato: la distribuzione geografica dei termovalorizzatori, indispensabili per non morire di spazzatura.

In Italia sono 52. Di questi, 12 stanno in Lombardia, 9 in Emilia-Romagna, 8 in Toscana, 6 in Veneto, 5 fra il Trentino e il Friuli Venezia Giulia. Nel Lazio sono 2, in Calabria, in Puglia e in Sicilia 1 per regione. In Campania nessuno, come in Liguria. Per questo bisogna gridare: vai avanti, Bertolaso! E che Iddio ti assista.

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