BERLUSCONI VUOLE PIU’ CONTROLLO SULL’ECONOMIA

25 Ottobre 2009, di Redazione Wall Street Italia

Il giorno dopo il gelo è tutt’altro che diminuito. La tregua armata siglata ieri ad Arcore tra il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, alla presenza dei leghisti Umberto Bossi e Roberto Calderoli, resta fragile.

E’ stato sì (per ora) chiuso il caso Irap, con l’accordo che si farà perché è nel programma di governo, ma solo quando saranno trovate le risorse e comunque non nell’immediato. C’è però anche l’insofferenza del premier che non vuole perdere la barra della stabilità del governo e delle riforme da fare (giustizia in primis), ma allo stesso tempo non può lasciare che passi l’idea di un suo ‘commissariamento’ da parte di quello che ormai in molti nel Pdl definiscono senza remore il “quinto ministro della Lega”. Se puo’ interessarti, in borsa si puo’ guadagnare con titoli aggressivi in fase di continuazione del rialzo e difensivi in caso di volatilita’ e calo degli indici, basta accedere alla sezione INSIDER. Se non sei abbonato, fallo ora: costa solo 0.77 euro al giorno, provalo ora!

Il Cavaliere vuole avere più margine di manovra nelle decisioni di politica economica, anche perché alle porte ci sono le Regionali e vuole dare un segnale che allontani dalle sue spalle le nubi della crisi. E se questa è l’ottica, si capisce bene perché per oggi lunedi’ il presidente del Consiglio abbia convocato i tre coordinatori del partito: Denis Verdini, Ignazio la Russa e Sandro Bondi. Una riunione che consentirà di discutere dell’esito del vertice di Arcore ma anche di dare una veste ‘collegiale’ e ‘di democrazia interna’ a qualsiasi decisione che sarà presa.

Insomma, come spiega un esponente del governo, un modo per Berlusconi per tirarsi fuori dalla logica dello scontro personale. Basti pensare che la stessa richiesta di vicepremierato che sarebbe stata avanzata da Tremonti (il condizionale resta d’obbligo) è destinata di fatto a morire non appena viene sottoposta al giudizio collettivo. Lo dimostra la bocciatura che è arrivata oggi dal ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, che con frasi al miele definisce il responsabile di via XX settembre “il migliore ministro dell’Economia in Europa” ma spiega anche che proprio per questo non ha bisogno di alcun “gallone”. E non è l’unico.

Anche il ministro per le Infrastrutture, Altero Matteoli, sottolinea che il governo “ha bisogno di trovare soluzioni, non di aumentare le poltrone”. A blindare il responsabile dell’Economia, anche oggi, è il ministro leghista Roberto Calderoli. Se qualcuno pensa di sostituirlo con un tecnico si ricordi – dice – che “i tecnici in Parlamento durano come un gatto sull’Aurelia”. Siniscalco docet. Non solo. Perché l’esponente del Carroccio mette anche in guardia da chi può ipotizzare che alla fine non resti che la soluzione delle elezioni anticipate. Il vero rischio, sostiene, piuttosto è quello di un “governicchio”.

“C’è qualcuno – spiega intervistato a ‘In Mezz’ora’ – che parte con le elezioni anticipate, e non si capisce perché visto che il governo le cose le sta facendo e le sta facendo bene, poi si inventa un governo di unità nazionale per traghettare il Paese non si sa dove”. Berlusconi, è il messaggio, ci pensi bene.

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di Ugo Magri

Il tiro alla fune continua, la corda rischia di spezzarsi. Da una parte Tremonti, dall’altra Berlusconi. Uno dei due dovrà abbassare le penne. Tre ore di discussione nella reggia di Arcore, alla fine un grande gelo. Già, perché fonti vicine al premier raccontano di un Cavaliere ai limiti della pazienza.

L’errore capitale di Tremonti, sostengono, è di essersi presentato all’appuntamento con il premier «accompagnato dai suoi guardaspalle»: vale a dire insieme con Bossi e Calderoli. I quali in un primo momento non erano affatto previsti, il chiarimento doveva essere a tu per tu tra i due Indispensabili, Silvio e Giulio da soli, senza Umberto e Roberto.

Invece eccoli pure loro intorno al tavolo nella veste di sponsor, a parteggiare per il ministro dell’Economia, a dargli conforto politico. La scena va vista nell’ottica di Berlusconi. E’ la prima volta (forse l’ultima) che un «suo» ministro gli oppone resistenza facendo leva su Bossi. Tanto da farsene riassorbire e da diventare, ai suoi occhi, il quarto ministro del Carroccio.

Nella mente irata del Cavaliere, Tremonti sta commettendo lo stesso peccato di superbia dell’Arcangelo che osò sfidare il Padreterno: il ministro dell’Economia si rivolta al presidente del Consiglio fino a rivendicare per sé un ruolo di contrappeso. Per la precisione da vice-presidente del Consiglio, se si dà retta al tam-tam che vuole Fini e l’intera nomenklatura Pdl fuori dei gangheri per questa richiesta in grado di rovesciare tutte le gerarchie celesti, che sarebbe stata avanzata (ma Tremonti nega) nel bel mezzo del pranzo.

Berlusconi pare si sia ben guardato dal rispondere sì o no, limitandosi a prendere tempo e a compiere alcuni sondaggi dentro il partito, dall’esito scontatissimo: non c’è un solo gerarca favorevole alla promozione di Tremonti.

Berlusconi, si stracciano le vesti i fedelissimi, «se stavolta cede viene commissariato da Tremonti e dalla Lega, che gli impongono la linea». Nel vertice, il ministro dell’Economia è stato categorico: «Non esiste una strada diversa da quella che io sostengo», il rigore in chiave europea di cui si fa paladino «è senza alternative», dunque vietato insistere su tagli dell’Irap.

Addio colpo d’ala in vista delle prossime Regionali. Sarà il Tesoro a decidere il come e il quando. «Non ce lo possiamo permettere, mancano i soldi, trovateli voi se siete in grado», è il semaforo rosso del super-ministro. La nota serale di Bonaiuti, che del premier è portavoce, rappresenta il «fixing» più onesto della giornata, il punto d’equilibrio molto provvisorio che è stato raggiunto. Visto il «niet» di Tremonti, prima si faranno le riforme a costo zero, cominciando da quelle della Costituzione, quindi semmai sarà la volta delle tasse e dell’Irap demandate alla seconda parte della legislatura.

Però si tratta di una fragile tregua, «potrebbe saltare da un momento all’altro», avvertono le fonti meglio al corrente. Risulta che Berlusconi si sia documentato, ieri mattina, sui 4 miliardi di euro improvvisamente «mollati» da Tremonti e da Calderoli alle Regioni, con grande soddisfazione di Errani e dei governatori di sinistra. «Ma allora i soldi ci sono!», risulta abbia tradito il suo sconcerto il premier: sulle richieste della Lega, che vanno nella direzione del federalismo, i denari saltano sempre fuori.

I rubinetti si chiudono, viceversa, quando a battere di cassa sono altri ministri come la Gelmini (in stretto contatto con Draghi, l’anti-Tremonti) che si è vista bloccare la riforma universitaria. Quel che è peggio, non c’è una lira neppure per il presidente del Consiglio, il quale vorrebbe marcare il «cambio di fase», dalla crisi nera alla ripresa annunciata, con un po’ di ossigeno per le imprese. Verso sera, l’aria nel governo è irrespirabile. Chi parla con Capo, scuote la testa: «Comunque vada a finire, il suo rapporto con Tremonti ormai è al lumicino».

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di Francesco De Dominicis

Da una parte la filosofia del ministro Tremonti: utilizzo col contagocce delle risorse finanziarie e massima attenzione alla tenuta dei conti pubblici. Dall’altra i tentativi dei vari ministri di sfondare il rigore del responsabile dell’Economia. Viaggiano sostanzialmente su questo doppio binario i motivi che hanno scatenato lo scontro fra il ministro Giulio Tremonti e un pezzo di governo.

Anche se c’è la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ma la sparata dell’ultim’ora di Silvio Berlusconi sull’Irap non c’entra nulla. Perché il primo inquilino di via Venti Settembre è sostanzialmente in linea con la promessa di abolizione lanciata giovedì dal presidente del Consiglio. E ieri, in qualche modo, durante il summit con i governatori regionali, Tremonti avrebbe avallato il piano del Cavaliere per spazzare via l’odiata imposta sulle attività produttive.

Il ministro ha solo stabilito un percorso a tappe, con la riduzione del balzello che dovrebbe prendere il via insieme con l’attuazione progressiva del federalismo tributario. Una prospettiva di legislatura, dunque, come ha indicato ieri sera, nel tentativo di mediare, il sottosegretario Gianni Letta.

La vera origine della lite è lo scudo fiscale. Ad agitare le acque, in particolare, ci sarebbero forti dissensi sulla gestione del tesoretto in arrivo entro il 15 dicembre grazie al rimpatrio di capitali dall’estero. In ballo ci sono fino a 5 miliardi di euro. Vale a dire il gettito derivante dal pagamento dell’imposta forfetaria del 5% chiesta dal Tesoro per ripulire il denaro e le attività patrimoniali detenute illecitamente fuori dei nostri confini.

Il pallino, finora, su questa partita l’ha sempre avuto Tremonti. Che aveva annunciato di voler dirottare quel denaro in un fondo speciale da creare a palazzo Chigi. Poi l’inversione di marcia, dettata dai tecnici di via Venti Settembre e dal testo dello stesso decreto: i soldi vanno in un capitolo di spesa gestito dal ministero dell’Economia. Una passo indietro che, a conti fatti, lega le mani al premier, il quale non avrà più a disposizione denaro fresco da spendere senza passare per il ministro.

Non è esclusa una correzione per riassegnare a palazzo Chigi il tesoretto e per stabilire che tutte le risorse potranno essere usate nel 2010, anno di elezioni e di campagne elettorali in cui cercare consensi con qualche spesa-spot.

Il resto viene dopo. Gli strappi dei ministri sulla costruzione della legge Finanziaria. Poi l’assalto alla diligenza, in qualche modo favorito dall’ira di Berlusconi sui troppi «no» di Tremonti a nuove spese, che avrebbero voluto portare la manovra per il 2010 a 35 miliardi di euro. Infine la campagna anti-Irap.

Ma la difesa delle esigenze di bilancio resta una prerogativa intoccabile per il primo inquilino di via Venti Settembre. Che nelle scorse settimane, tra altro, ha trovato una sponda di peso a Bruxelles e nel richiamo della commissione Ue a non allargare i cordoni della borsa. E da lì, Tremonti non si scosta.

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