Berlusconi al Quirinale: un teso faccia a faccia, elezioni dietro l’angolo

12 Febbraio 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – Nell’incontro di ieri con il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il Presidente della Repubblica “ha insistito su motivi di preoccupazione, che debbono essere comuni, sull’asprezza raggiunta dai contrasti istituzionali e politici, e sulla necessità di un sforzo di contenimento delle attuali tensioni in assenza del quale sarebbe a rischio la stessa continuità della legislatura”. E’ quanto si legge in una nota diffusa dal Quirinale. Parole che confermano le voci che descrivevano un presidente della Repubblica preoccupato per i continui conflitti istituzionali.

Napolitano, poi, smentisce che, nel faccia a faccia, il Cavaliere abbia evocato la piazza nel caso di condanna. E, in merito alla ‘temperatura’ del colloquio il Quirinale – smentendo alcune ricostruzioni di stampa definite fantasiose – conferma che l’incontro “ha in effetti visto il serio confronto tra rispettivi punti di vista e argomenti”.

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Napolitano al Cavaliere: basta liti o nessuno si salverà

di Marzio Breda

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

(WSI) – Bada che a questo punto l’allarme non è più soltanto mio, è dell’intera opinione pubblica italiana. Ricorda che da un conflitto politico-istituzionale di questa asprezza non si salva nessuno. E si aprirà un baratro. Hai, come tutti, il diritto di difenderti, ma per farlo ci sono le strade previste dall’ordinamento, con strumenti e sedi precise, che possono arrivare fino alla Corte costituzionale: sceglile subito, dato che ti dici sicuro di poterti scagionare, e abbandona la scorciatoia distruttiva dello scontro senza quartiere. Sono di questo tenore gli avvertimenti che Giorgio Napolitano oppone a Silvio Berlusconi, dopo aver ascoltato i suoi sfoghi da «vittima di una persecuzione giudiziaria». Riflessioni ferme, quelle del capo dello Stato. Pronunciate con il tono di chi, in una fase delicatissima e ormai al limite della gestibilità, tanto da mettere in torsione lo stesso sistema democratico, rinuncia a platonici appelli e lancia invece l’estremo richiamo alla responsabilità. Indicando un argine che non può essere varcato.

Il Cavaliere, come sempre quando è alle strette, annuisce e si affanna ad assicurare che condivide, che è d’accordo, che si comporterà di conseguenza. Promette dunque che non farà strappi o colpi di mano, e che non ricorrerà alla decretazione d’urgenza. Ma di fatto tiene il punto e insiste: non rinuncerà a cambiare la «malagiustizia» e a tutelarsi, con ogni mezzo possibile. Si può riassumere così, con i caratteri di una prova di forza nella quale ognuno resta gelidamente fermo nelle proprie posizioni, il faccia a faccia di ieri pomeriggio tra presidente della Repubblica e premier.

Colloquio durato quasi un’ora e mezza e definito «franco» (il che, nel gergo quirinalizio, equivale a «teso, duro»), chiesto da Palazzo Chigi per cercare una sponda – se non proprio amica, almeno non ostile – in questi giorni di guerra contro tutti. L’incontro segue lo schema delle ultime esternazioni pubbliche dei due interlocutori. Berlusconi recita il cahier de doleance collaudato in tanti video-messaggi. Denuncia d’essere il politico «più processato della storia e però mai condannato». Recrimina d’essere «ingiustamente aggredito» dalla Procura di Milano con metodi da Germania Est. Contesta d’essere spiato dentro la sua stessa casa e additato come una persona amorale per delle «semplici feste» alle quali partecipavano amici e familiari, mentre, essendo uomo «di buon cuore», ai suoi ospiti ha fatto solo «del bene». In definitiva, lui è una vittima delle toghe «politicizzate». Ecco perché non accetta la giustizia di «rito ambrosiano».

Napolitano ascolta lo sfogo con pazienza. Poi, quando il Cavaliere prende fiato, parla lui e spiega le ragioni della sua «preoccupazione e inquietudine» per un insopportabile muro contro muro che non risparmia alcuna istituzione e sconcerta gli italiani. E, quanto all’ansia di difendersi del premier, ripete ciò che ha detto poche ore prima al comitato di presidenza del Csm (e subito trasmesso alle agenzie di stampa, come un monito preventivo a Palazzo Chigi): «Nella Costituzione e nella legge possono essere trovati i riferimenti di principio e i canali normativi e procedurali per far valere insieme le ragioni della legalità nel loro necessario rigore e le garanzie del giusto processo». Aggiungendo che «fuori da questo quadro, ci sono soltanto le tentazioni di conflitti istituzionali e strappi mediatici che non possono condurre, per nessuno, a conclusioni di verità e di giustizia».

Questo è il limite invalicabile, per il capo dello Stato. Se si intende sollevare una questione di competenza, il «giudice terzo» c’è. Mentre non serve ed è anzi sbagliato, come ha ammesso anche Pecorella, ex avvocato di Berlusconi, investire del problema il Parlamento. O rovesciarne i termini sull’opinione pubblica con un diluvio di interviste e interventi in tv. Quanto ai provvedimenti sulla giustizia di cui il Cavaliere gli fa cenno (immunità parlamentare?, processo breve?, intercettazioni?), Giorgio Napolitano non si sbilancia. Valuterà nel merito, quando le riforme gli arriveranno sul tavolo. Il che, dato il puntiglio che mette sempre nell’analizzare le leggi, può esser stato colto come la promessa che non farà sconti.

Il premier incassa e cerca di cambiare registro, come forse lo sollecita Gianni Letta, mediatore instancabile che lo accompagna. Dagli aspetti politicamente e istituzionalmente scabrosi del «caso Ruby», sposta il discorso sul tema della governabilità e sulla sua voglia di «rilanciare l’azione del governo». Si fa rassicurante, adesso. Dice: ho i numeri per affrontare le emergenze dell’economia e anche per andare oltre l’ordinaria amministrazione, facendo le riforme. Il presidente annuisce e congeda l’ospite con un sospiroso richiamo alla «responsabilità». Il big-bang tra poteri dello Stato è forse scansato, per un altro po’.

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TMNews – E’ uno dei colloqui più lunghi tra premier e Capo dello Stato. Silvio Berlusconi resta per oltre un’ora al Quirinale e parla a lungo a Giorgio Napolitano illustrandogli nel dettaglio le sue difficoltà e preoccupazioni per quello che considera un attacco personale da parte della ‘lobby antiberlusconiana’.

Non può bastare forse un faccia a faccia ad allontanare la diffidenza reciproca, eredità di tanti incontri e scontri del passato, anche recentissimo. Ma di certo, gli accenti usati dal premier non sono quelli dell’ufficio di presidenza del Pdl. Merito anche del ‘training’ del solito Gianni Letta, il presidente del Consiglio si presenta da Napolitano con l’intenzione di far capire che da parte sua non c’è nessuna aria di sfida nè intenzione di scontro.

Dunque, nessuna volontà di fare ‘forzature’. E tuttavia il Cavaliere su un punto è stato chiaro: la maggioranza ha i numeri alla Camera per andare avanti e altri se ne aggiungeranno, e quindi ha il ‘dovere’ di fare le riforme. Il ché, per Berlusconi, vuol dire soprattutto riforme sulla giustizia e in primo luogo processo breve e intercettazioni. Perchè, per il Cavaliere, tutto questo fango che sta finendo sui giornali non è solo un problema del presidente del Consiglio, ma di tutto il Paese e della sua immagine all’estero.

Napolitano ascolta pazientemente, anche le promesse sentite più volte e spesso smentite dalle prese di posizione successive. Il colloquio è franco ma, comunque, venato da una certa freddezza. Un paio d’ore prima dell’arrivo di Berlusconi Napolitano coglie l’occasione di un incontro con il comitato di presidenza del Csm per ribadire – anche questa cosa già detta dal presidente – che “tentazioni di conflitti istituzionali” e di “strappi mediatici” non servono a nessuno e tanto meno portano a “verità e giustizia”. Napolitano è convinto e lo ribadisce al premier che dentro l’ordinamento vigente, regolato dalla Costituzione e dalle leggi, vi siano tutte le garanzie per avere un ‘giusto processo’ dove si possono fare valere le proprie ragioni. Sia quelle di merito che procedurali, comprese quelle in materia di competenza dei giudici.

Secondo alcune fonti era stato il sottosegretario Gianni Letta a chiedere ieri, nei canali ufficiali dopo l’incidente diplomatico del giorno precedente, il colloquio per il premier.

Fatto sta che:

1) Berlusconi stamattina ha mandato in piazza il Pdl davanti al Tribunale di Milano per dimostrare contro i giudici (Magistratura: terzo potere costituzionale) nonostante la manifestazione sia stao un flop, con la partecipazione di poche decine di persone; inoltre ha parlato ieri di “golpe” orchestrato da una minoranza intellettuale boriosa contro di lui che lo pone sotto accusa con “inchieste in stile Germania comunista” per farlo cadere. Il Quirinale, irritato per la strategia di guerra e sfascio nelle istituzioni, e’ arrivato perfino ad un passo dall’annullare l’appuntamento di oggi al Colle.

2) Berlusconi l’altro giorno dopo l’incriminazione – l’accusa e’ di concussione e prostituzione minorile – da parte dei pm della Procura di Milano, ha detto: “Che schifo, denuncio lo stato”. Altro segnale di estremo degrado e collasso della tenuta istituzionale del paese. Mai un presidente del Consiglio nella storia politica italiana si era espresso finora in questi termini.

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(WSI) – Dà ordine di riempire la piazza di fronte al tribunale di Milano contro i «golpisti». Inveisce, in un’intervista al Foglio, contro «una magistratura da Germania comunista». Silvio Berlusconi si chiude nella war room di palazzo Grazioli con tutti i direttori delle testate a lui vicine. La controffensiva è durissima. Suona come un “me ne frego” del Quirinale.

E pure di quelli che hanno tentato un estrema ricucitura col Colle. Già, perché dopo che erano trapelate indiscrezioni sull’intenzione di presentare un decreto legge sulle intercettazioni, le colombe si sono affrettate a smentire la notizia, con l’obiettivo di evitare frizioni col Quirinale. Gianni Letta, a margine della commemorazione sulle foibe, ieri mattina ha avvicinato il capo dello Stato: «Le assicuro – ha scandito – che è stato un equivoco, un complicato e maledetto equivoco, non c’è nessun decreto sulle intercettazioni».

A supporto della tesi proprio Letta chiede a Fabrizio Cicchitto una dichiarazione ufficiale, per chiudere il caso: «Non mi risulta – afferma il capogruppo del Pdl – nessuna iniziativa per un decreto legge, tanto meno di un decreto da presentare da parte del premier al capo dello Stato. È solo un polverone». Un errore di comunicazione, nulla di più, è la parola d’ordine. Pure il guardasigilli Alfano giura che è così.

Ecco che Letta, sgombrato il campo dal casus belli col Colle, tenta la grande operazione diplomatica, chiedendo al capo dello Stato un’incontro col premier, per riattivare comunicazioni interrotte da tempo. Richiesta accolta – del resto gli incontri istituzionali non si scelgono – proprio perché non c’è nessun provvedimento d’urgenza da discutere. Incrociate le agende, il faccia a faccia viene fissato per oggi.

Epperò Berlusconi non è Letta. E sceglie di salire da Napolitano sulla scia di uno scontro che accende ovunque. Chiuso a palazzo Grazioli con gli uomini della sua corazzata mediatica brucia scientificamente le manovre distensive del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, e di tutte le colombe, da Alfano a Frattini. Arrivano Ferrara, Sallusti, e pure il direttore di Videonews delle reti Mediaset Claudio Brachino. Con Giuliano Ferrara Berlusconi scrive un’intervista, per avvolgere nel velluto il pugno di ferro contro i giudici. Certo, il premier definisce Napolitano un «galantuomo», e premette che parla di golpe in senso «morale».

Ma la linea è durissima. Sulle inchieste: «Non si comprende come a Milano e Napoli scelgano insieme i tempi e i modi per trasformare in scandalo internazionale inchieste farsesche degne della caccia spionistica alle “vite degli altri” che si faceva nella Germania comunista». E pure sui giudici: «Non ce la faranno a mettere a segno il loro golpe, perché sono convinto di trovare un giudice a Berlino e perché in una democrazia, in ultima istanza il popolo elettore e il parlamento sono i titolari della sovranità politica».

Quando poi Alessandro Sallusti esce da palazzo Grazioli, sull’home page del Giornale compare, giusto il tempo di una telefonata, il testo della chiamata alle armi, senza velluto però: «Dopo una notte di riflessione va in soffitta la linea morbida uscita dall’ufficio di presidenza del Pdl. Domani (oggi, ndr) attesi migliaia di sostenitori del premier davanti al palazzo di giustizia di Milano per protestare davanti a un così evidente tentativo di golpe contro quella parte della magistratura che vuole sovvertire il voto popolare».

Al coordinatore della Lombardia, il senatore Mario Mantovani, l’ordine di chiamare a raccolta gli iscritti. Alla zarina Daniela Santanchè, cui il Cavaliere ha affidato il compito di coordinare la task force delle mobilitazioni, quello di chiamare i ministri e di organizzare la conferenza stampa anti-pm: «La verità – dice a microfoni spenti un ministro che ha partecipato all’ufficio di presidenza – è che alla fine del braccio di ferro hanno vinto i falchi. Letta ha smussato il documento che Berlusconi voleva più duro, con l’annuncio di un decreto, ma il giorno dopo il presidente ha optato per lo scontro istituzionale».

Piazza contro toghe, governo contro magistratura. Di provvedimenti in parlamento se ne parlerà dopo che lunedì il gip ordinerà il rito immediato. L’unica certezza è che il premier impegnerà direttamente il governo nel sollevare il conflitto di attribuzioni, senza passare per l’ufficio di presidenza della Camera, dove è decisivo il voto di Fini: «Spetta al governo – spiega una fonte vicina al dossier – perché Berlusconi ha telefonato in questura in veste di presidente del Consiglio preoccupato per un incidente con Mubarak, visto che pensava che Ruby fosse la nipote».

Altro tassello di mosaico che rappresenta uno sfregio al capo dello Stato. Che, ancora ieri, ha espresso la sua ferma preoccupazione per un montante scontro istituzionale. Messe in fila le mosse del premier, quella che Napolitano avvertiva come una distanza si è tramutata in insofferenza, anche in rabbia. Tanto che dopo, aver letto il testo dell’intervista a Ferrara, il capo dello Stato ha manifestato la volontà di annullare l’incontro. Trattenuta, solo perché a quel punto sarebbe diventato un caso: «è stato confermato solo per carità di patria». Di fronte a una escalation che ancora una volta proverà a fermare.

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Roma, 11 feb. (TMNews) – “Tentazioni di conflitti istituzionali” e di “strappi mediatici” non servono a nessuno e tanto meno portano a “verità e giustizia”. Sono le parole con il il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano è tornato a scongiurare l’acuirsi dello scontro istituzionale ricevendo al Quirinale il Comitato di Presidenza e una rappresentanza del Csm.

L’incontro, spiega una nota del Colle, era fissato per la consultazione da tempo richiestagli su questioni specifiche di ordinamento dei lavori del plenum del Consiglio. Il presidente ha convenuto sui criteri già adottati in quanto coerenti con il tendenziale superamento di tradizionali rigidità nei rapporti tra i componenti del Consiglio per effetto delle diverse appartenenze elettive. Successivamente il Capo dello Stato si è intrattenuto con il vice presidente e i componenti di diritto del Comitato di Presidenza del Csm che gli hanno espresso la preoccupazione e l’inquietudine del Consiglio e della magistratura per l’aspro conflitto istituzionale in atto.

Il presidente della Repubblica, nel riservarsi di cogliere l’occasione opportuna per partecipare nuovamente al plenum del Csm, ha richiamato le sue recenti dichiarazioni in occasione della Giornata dell’informazione, allorché ebbe modo in particolare di porre in evidenza che “nella Costituzione e nella legge possono trovarsi i riferimenti di principio e i canali normativi e procedurali per far valere insieme le ragioni della legalità nel loro necessario rigore e le garanzie del giusto processo. Fuori di questo quadro, ci sono solo le tentazioni di conflitti istituzionali e di strappi mediatici che non possono condurre, per nessuno, a conclusioni di verità e di giustizia”.