BENETTON RECUPERA
MA NON GUADAGNA

20 Novembre 2005, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – TESSILE DA BORSA A due anni di distanza dal piano industriale che aveva presentato al mercato per rilanciare Benetton, Silvano Cassano ha per la prima volta sfornato cifre superiori alle attese. Per essere precisi: il solo dato positivo è la crescita dei ricavi, perché gli indici di redditività sono tutti in calo. Ma questo era scontato, per effetto del taglio dei listini.

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Meno scontata, e perciò positiva, la reazione sul piano delle vendite. Più in dettaglio, nel terzo trimestre dell’anno il gruppo ha registrato un fatturato in aumento del 5,3% a 424 milioni. Il mol è invece sceso del 13%, a 69 milioni; il risultato operativo è diminuito del 14% a 43 milioni e l’utile netto è crollato del 26% a 26 milioni. La riduzione dei margini era il prezzo da pagare per aver abbassato i prezzi sia al pubblico sia alla rete di vendita. Al fine di essere più competitivo con concorrenti come Inditex (Zara) e H&M, Cassano ha ridotto il costo medio delle collezioni del 10 per cento. Una politica che ha pagato in termini di volumi: si è venduto di più. Ma che mette in crisi la bottom line.

A questo punto l’obiettivo è quello di ridurre i costi e recuperare redditività. Così Benetton sta portando avanti un piano aggressivo di delocalizzazione. Già alla fine del 2004 ben il 67% dei capi dell’azienda veniva realizzato in Paesi dove la mano d’opera ha costi ridotti: in particolare nell’Est Europa, Turchia e Tunisia. Alla fine dello scorso settembre il processo ha toccato il 72 per cento. E per la fine del 2005, Benetton conta di aumentare la percentuale al 75-76. Tuttavia, i benefici sui margini di questo processo si vedranno solo a medio termine. Il gruppo, infatti, deve farsi carico di alcune spese di avviamento da ammortizzare nel tempo e che, con la nuova normativa introdotta dalla Finanziaria, potrà dedurre fiscalmente solo in misura inferiore (è stimata una riduzione del tax credit di 11 milioni). Se a questo si aggiunge il fatto che solo il 5-7% dei capi di Benetton vengono prodotti in Asia, (dove il costo della mano d’opera è più basso) è chiaro che i margini per migliorare la stessa attività di delocalizzazione non mancano.

PUNTO DI SVOLTA. Si tratta ora di vedere se i numeri del terzo trimestre segnano un punto di svolta o sono una rondine che non fa primavera. Ma su questo versante Cassano ha adottato una linea ispirata alla massima prudenza. Dopo i dati incoraggianti del trimestre chiuso a settembre, il management stima che le vendite di ottobre-dicembre saranno in linea con il 2004. Benetton ha detto che conta di chiudere l’anno con un fatturato di 1.720 milioni. Se da questi sottraiamo i ricavi dei primi nove mesi (1.288 milioni), ne deriva che nel quarto trimestre il gruppo stima di realizzare 432 milioni di vendite: il 3,1% in meno rispetto al terzo trimestre 2005 e il 2,9% in meno rispetto allo stesso periodo 2004.

Va detto, a onor del vero, che il gruppo ha iniziato a fare più collezioni «flash» e consegnerà buona parte della nuova collezione tra gennaio e febbraio. Lo scorso anno, invece, le consegne erano in parte realizzate entro dicembre. E tuttavia neppure le indicazioni sugli ordini per la primavera-estate 2006 sono molto positive. Le attese per le vendite della prossima collezione indicano un aumento dei volumi del 5,5% che, tuttavia, non si tradurrà in un aumento dei ricavi: i prezzi medi, infatti, sono stati abbassati nella stessa proporzione. Per quanto riguarda poi la collezione dell’autunno-inverno 2006, Benetton sta valutando l’opportunità di ridurre ulteriormente il costo medio di un altro 3-4 per cento. Per cui, anche se aumenta il numero di capi venduti non cresce il fatturato, mentre i margini inizieranno a recuperare terreno solo a partire dal 2007.

A fine anno Benetton stima di registrare un Ros (Return on sales) del 10%, contro il 10,2% registrato nei primi nove mesi e il 12,5% per l’intero 2004. E di conseguenza anche la comunità finanziaria è divisa: qualcuno scommette che il management, dopo il profit warning dello scorso marzo, preferisca restare prudente e sorprendere in positivo; qualcun altro teme, invece, che la società non sia così convinta di riuscire a competere con i concorrenti. C’è poi chi vede nell’azienda un’interessante storia di ristrutturazione, come Intermonte che valuta il titolo outperform con target price di 10 euro. E c’è chi, invece, non è convinto che a un taglio dei prezzi seguirà un aumento delle vendite né dei margini e giudica il titolo poco interessante. È il caso di Kepler Equities che valuta il titolo reduce con un obiettivo di 8 euro per azione. In mezzo, infine, i tanti giudizi neutrali di tutta una serie di broker che individuano un fair value di 9,2-9,3 euro per azione.

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