Bce: tutti i retroscena della lotta Draghi-Weidmann

3 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia
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Francoforte – È stata certamente la riunione più difficile da quando esiste la Banca centrale europea. Ma l’esito di quanto accaduto dietro le quinte dell’Eurotower, almeno stando alle ricostruzioni che arrivano da fonti attendibili, avrebbe più che soddisfatto il presidente Mario Draghi, contrariato solo dall’interpretazione negativa a caldo delle Borse e degli spread. Draghi, che i media tedeschi hanno descritto «in balìa dei mercati e della politica», ha convinto il Consiglio direttivo della Bce a votare sulla proposta di tenersi pronti ad acquistare titoli sovrani “a breve” in quantità illimitate.

E solo un membro del board, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, ha votato contro. Un no che ha evitato, invece, il secondo rappresentante tedesco nel board, quello Joerg Asmussen vicino alla Spd, l’opposizione socialdemocratica, ma voluto dalla cancelliera come esponente bipartisan. La spaccatura tra falchi e colombe che agita la Germania e il resto d’Europa dunque è arrivata nel cuore della rappresentanza tedesca alla Eurotower.

Per lunghe ore, dalle 9 alle 13, i membri del Board hanno discusso nella sala riunioni in cima alla Eurotower. Nessuno ha negato la gravità della situazione, nessuno ha obiettato sulla necessità di interventi forti. Ma su un punto Weidmann ha espresso le proprie riserve: l’acquisto di titoli sovrani da parte della Banca centrale. E’ vietato dal nostro statuto, ha detto a più riprese. Questa misura può solo incoraggiare gli Stati a contrarre più debiti, può solo foraggiare l’inflazione.

L’acquisto di titoli sovrani, ha insistito Weidmann, porta alla distruzione della nostra indipendenza dai poteri politici. Negli ultimi due anni, è ancora il ragionamento del presidente della Buba, ne abbiamo già acquistati fin troppi, duecento miliardi e oltre: non è nostro compito, e l’opinione pubblica pubblica tedesca è stanca di una Germania che paga per tutti.

Sullo sfondo della riunione del board, c’erano le notizie del mattino: esponenti della Fdp, il partito liberale partner di governo di Angela Merkel, e docenti universitari euroscettici, che giungevano a chiedere o minacciare un’azione legale contro la Bce presso la Corte europea di giustizia o le istanze giudiziarie nazionali, in nome del rispetto della sovranità. Il tentativo era chiaro: cercare di impedire fino all’ultimo la formazione di una maggioranza favorevole alla line Draghi.

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Puntando sugli alleati naturali nel board, dal finlandese Liikanen all’olandese Knot, dall’austriaco Nowotny all’estone Hansson. E gettare ovunque il seme del dubbio, invitare a riflettere sul rischio di reazioni nazional-isolazioniste in Germania. Ma se questo tentativo c’è stato, a quanto pare è andato a vuoto. Le controargomentazioni di Draghi sono state evidentemente più convincenti. Cioè che, se da un lato è vero che a lungo termine la Banca centrale europea non può riempire il suo forziere di titoli sovrani, è altrettanto innegabile che un intervento sui titoli a breve può spaventare di più gli speculatori.

E che a una simile operazione si può porre il paletto della condizionalità: i Paesi che hanno bisogno di aiuto devono chiederlo formalmente al Fesf (il fondo salva-Stati) e sottoporsi a condizioni da sottoscrivere. Un patto di rigore caso per caso che impegnerà, per esempio a Madrid o a Roma, non solo gli esecutivi attuali ma anche i governi futuri, euroentusiasti o euroscettici che siano. Quello della condizionalità è stato, secondo fonti di Francoforte, un argomento decisivo. Rafforzato, peraltro, dalla considerazione che ormai gli spread alti determinano differenze rilevanti dal costo del denaro per le aziende nei vari Paesi, una disuguaglianza inaccettabile per l’integrazione europea e secondo i principi del mercato unico.

Soppesando questi argomenti contrapposti si è arrivati al voto. E dei ventidue partecipanti, sedici si sarebbero espressi a favore, solo uno contro, il presidente della Bundesbank appunto, mentre gli altri, tra i quali Asmussen e i rappresentanti finlandese e olandese, si sarebbero astenuti. Insuccesso cocente per la linea Weidmann, e non a caso i media online tedeschi ieri sera rilanciavano gli attacchi a Draghi: «La Bce più s’impegna a comprare bond e più perde indipendenza. La sua indipendenza è un ricordo del passato».

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