Bce, quante menzogne per questa Europa fallita

5 Agosto 2012, di Redazione Wall Street Italia
Il contenuto di questo articolo – pubblicato da TicinoNews – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

La prospettiva di nuovi consistenti interventi da parte della Banca centrale europea e da parte della Federal Reserve americana hanno fatto volare i mercati azionari e hanno anche favorito una riduzione dei rendimenti delle obbligazioni statali dei Paesi europei in difficoltà. Questa reazione non sorprende il mondo finanziario oggi è come un “tossicodipendente” che reagisce immediatamente all’aspettativa di nuovi soldi immessi nel circuito economico che gli ridiano fiato.

Ma i probabili interventi delle banche centrali sono in realtà un grande cerotto che permette unicamente di guadagnare tempo, ma non risolve la crisi in cui si dibatte da due anni l’economia europea né ridà fiato ad un’economia americana in vistoso rallentamento, come dimostra una crescita nel secondo trimestre di quest’anno che si è fermata allo 0,4%.

Come hanno dimostrato le ripetute iniezioni di liquidità già effettuate sia in Europa sia negli Stati Uniti non funziona, come dovrebbe, il meccanismo di trasmissione all’economia reale degli impulsi di politica monetaria. Nel Vecchio Continente non esiste più un mercato bancario e finanziario europeo. Le banche dei Paesi virtuosi stanno infatti riducendo di molto la loro esposizione nei confronti dei Paesi deboli. D’altro canto, le banche italiane, spagnole e degli altri Paesi deboli stanno usando la liquidità ottenuta a basso prezzo dalla Bce per risanare i loro bilanci (riacquistando ad esempio le obbligazioni in circolazione) e comprando i titoli del debito pubblico del loro Paese. Invece, i crediti alle imprese e alle famiglie si sono ridotti al lumicino.

Ma c’è di più. Un fattore che viene spesso trascurato è che a questi fenomeni si aggiunge una fuga dei depositi (o meglio dei risparmi) dai Paesi deboli verso i Paesi forti europei. Solo in questo modo si possono infatti spiegare i tassi negativi che vengono offerti per sottoscrive i titoli tedeschi, olandesi, finlandesi.

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Questo comportamento conferma inoltre che molti investitori ritengono la spaccatura dell’euro una prospettiva da non escludere e quindi sono disposti a perdere a breve termine pur di avere un rifugio sicuro per i loro risparmi.

Sempre in Europa, la differenza dei tassi rimane comunque molto alta e penalizza le economie dei Paesi deboli alle prese con politiche di rigore che aggravano la loro recessione. In questo contesto l’iniezione di liquidità della Bce è destinata unicamente a fornire un temporaneo sospiro di sollievo e probabilmente ad evitare che la crisi scappi di mano durante questo mese di agosto, come sembrava possibile all’inizio della settimana scorsa dopo i notevoli scossoni dei mercati finanziari.

Anche le dichiarazioni dei principali leader politici europei, che sembrano far credere che sia stata ritrovata un’unità di intenti, sono da prendere con le pinze. La Germania, così come Finlandia e Olanda, continuano ad essere contrarie a qualsiasi ipotesi di condivisione dei debiti. Questi Paesi inoltre sostengono che il Patto fiscale sottoscritto dai Paesi di Eurolandia debba essere rispettato.

Ebbene, le condizioni di questo trattato sono assolutamente proibitive. Ad esempio, l’Italia dovrebbe riportare nel giro di ventennio il proprio debito pubblico al 60% del PIL. Ciò vorrebbe dire attuare manovre di risparmio di una quarantina di miliardi di euro ogni anno. Come ho già scritto, se questo Patto fiscale non è carta straccia, piena di condizioni che non verranno rispettate da nessuno, per Paesi come l’Italia e la Spagna il soddisfare questi impegni vorrebbe dire condannarsi ad una recessione senza fine e ad una distruzione della propria economia. Quindi, la crisi dell’euro non è affatto risolta. Si è solo guadagnato un po’ di tempo.

La situazione non è molto migliore negli Stati Uniti. L’economia arranca e il Paese sembra caduto in una trappola della liquidità. Infatti le banche americane sarebbero disposte a concedere prestiti, ma imprese e famiglie non li chiedono, poiché sono pessimiste sulle prospettive dell’economia americana. Come diceva Keynes, “il cavallo (ossia l’economia) non beve”. La Federal Reserve si sta quindi apprestando ad una nuova operazione di Quantitative Easing per cercare di rilanciare la crescita. Ma come succede in Europa, anche negli Stati Uniti queste manovre di politica monetaria non si trasmettono come dovrebbero all’economia reale.

Appare sempre più chiaro che gli interventi delle banche centrali aiutano principalmente banche e mercati finanziari, ma non creano le condizioni per una ripresa. Dato che sono questi attori i reali detentori del potere economico e politico, è probabile che questo genere di politiche non vengano cambiate presto. Quindi si andrà avanti con continui cerotti fino a quando la crisi precipiterà.

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(segnalato da: nakatomi)