BCE, IN ARRIVO IL TAGLIO DEI TASSI

29 Marzo 2004, di Redazione Wall Street Italia

Fino a pochi mesi fa la prospettiva di un taglio dei tassi d’interesse in Europa il 1° aprile poteva essere poco più che uno scherzo, ma tutti nelle ultime settimane ci siamo accorti di un cambiamento nella percezione dell’economia europea. Una questione di stati d’animo, forse, un paio di dichiarazioni meno intransigenti dai vertici della Banca centrale europea, un dato inatteso sulla fiducia delle imprese in Germania. Eppure l’attesa per un intervento della Bce si sta facendo imponente. Difficile ormai che il costo del denaro resti invariato: entro maggio-giugno il tasso di rifinanziamento del sistema dovrebbe essere di uno 0,25-0,50% più basso. Niente di male, ma anche niente di bene? Può servire un taglio di tassi che sono già tanto modesti?

Lo scenario da cui si era partiti a inizio anno era semplice. L’economia europea aveva un ritardo rispetto alla ripresa che era in via di consolidamento in Asia e Nord America. Avrebbe comunque potuto agganciare il treno americano e cinese grazie alla maggiore flessibilità introdotta negli ultimi anni soprattutto nel mercato del lavoro. Questo avrebbe rilanciato anche di poco la domanda interna e a sua volta il tasso di occupazione. Alla fine un leggero circolo virtuoso si sarebbe potuto mettere in moto, riportando nei prossimi anni l’economia europea al livello di crescita potenziale non lontano dal 2% del pil.

Il recente dato sulla fiducia dei consumatori e delle imprese in Germania ha completamente rovinato questa prospettiva. A marzo, per il secondo mese consecutivo, l’indice Ifo sulla fiducia delle imprese è tornato a scendere. Il responsabile dell’Ifo, l’Istituto di ricerca economica di Monaco, Hans-Werner Sinn, uno degli analisti più pessimisti sulle prospettive dell’economia tedesca, ha detto di prevedere che la Germania mancherà l’aggancio alla ripresa. Jean-Claude Trichet, il presidente della Bce, ha commentato i dati sulla fiducia ammettendo che la Banca centrale dovrà inevitabilmente considerare questo dato nelle sua analisi, fino al punto di poterne rivedere l’orientamento.

Francamente una reazione insolita da parte dei nostri compassati banchieri. Perché gli altri indicatori di fiducia nel resto d’Europa non sono affatto così negativi. In Francia gli ultimi dati sono molto positivi e i consumi, auto esclusa, sono forti come non erano dal ’97. Perfino in Italia a marzo l’indice di fiducia dei consumatori è tornato a 101,9 da 98,9. Contrariamente alle previsioni anche la fiducia delle imprese italiane, in base all’indice Isae, e quella delle aziende belghe sono risalite nonostante la stabilizzazione dell’euro a un livello non favorevole alle esportazioni. L’economia europea non raggiungerà il potenziale, ma non sembra condannata alla stagnazione perenne.

Eppure in Europa è stato sufficiente la comunicazione di un paio di dati più deboli del previsto per cambiare radicalmente il giudizio sull’adeguatezza dell’economia europea. Il vero dubbio è che la debolezza tedesca non sia passeggera. Si è ormai fatta strada la paura che il declino della Germania sia strutturale, profondo, forse irreversibile. Attenzione: i dati anticipatori dell’Ocse non confermano affatto questo rischio, al contrario i leading indicator di Francia e Germania sono per esempio migliori di quelli italiani e sembrano davvero mostrare un accodamento delle due maggiori economie europee alla ripresa internazionale.

Eppure qualcosa di strutturale, che pregiudica specificamente le sorti dell’economia tedesca, c’è davvero: le imprese si sarebbero ormai staccate dal mercato interno, producono all’estero e vendono all’estero. I loro profitti e perfino le loro esportazioni sono ingannevoli rispetto alle sorti del Paese. Il «made in Germany» non è più «made by Germans» e la quota di popolazione occupata nel Paese continua a diminuire. Le aspettative di benessere delle famiglie di medio reddito sono molto condizionate dalla debolezza del mercato del lavoro e dalla connessa fatica con cui lo Stato riesce a garantire le vecchie e generosissime prestazioni sociali. L’idea di grandi declini storici fa parte di un filone storicista non razionale. La Germania non sta affatto collassando: è più in difficoltà del resto d’Europa e si sta aggiustando a un livello che la farà ripartire, come è successo prima alle sue imprese, poi alle sue banche. Un leggero taglio del costo del denaro in Europa servirà ad aiutare i bilanci finanziari e un poco a incoraggiare i consumatori, è molto improbabile che riesca a rimettere al lavoro la Germania, ma aiuterà a superare questa difficile fase di transizione in modo un po’ meno doloroso..

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