BARACK OBAMA: PER IL TIME “SPETTACOLARE” NEI PRIMI 100 GIORNI

23 Aprile 2009, di Redazione Wall Street Italia

La “cosa più importante che sappiamo di Barack Obama è che, dopo quasi 100 giorni (da quando è diventato ufficialmente presidente degli Stati Uniti), ha intenzione di trasformare la sabbia in roccia, quando è possibile”. Così scrive il Time in un lungo articolo pubblicato oggi, che fa il punto della situazione di questi primi 100 giorni del governo di Obama, monitorando i risultati che il presidente americano ha finora raggiunto. Il Time parte dalle stesse parole che Obama ha proferito durante il discorso dello scorso 14 aprile alla Georgetown University di Washington D.C: discorso in cui, nello spiegare le sfide della sua presidenza, Obama ha dato sfoggio di tutta la sua capacità oratoria, attingendo anche al Discorso sulla montagna di Gesù nei Vangeli.

In un auspicio di natura quasi biblica, il presidente Usa ha infatti avvertito che l’America deve lavorare duro per risollevarsi da questo brutto momento, e soprattutto deve puntare su una nuova economia, che “non deve essere ricostruita su un cumulo di sabbia”, ma “sulla roccia”. Quel discorso ha colpito anche il Time che, nel valutare i progressi del presidente, parla della casa che il nuovo presidente americano ha costruito sulla roccia. “La sua casa costruita sulla roccia ha cinque pilastri: nuove regole per Wall Street, nuove iniziative sull’istruzione, sul sistema sanitario e sulle forme di energia alternativa, e alla fine anche risparmi nel budget orientati a ridurre il debito nazionale”.

Certo, sottolinea il settimanale, questi cinque pilastri potrebbero sembrare di primo acchito piuttosto comuni. Ma poi, continua il Time, ci si rende conto che Obama non ha parlato finora soltanto di un nuovo modo di far politica, ma ha suggerito anche all’America un “nuovo sistema di valori nazionali”. E a dimostrarlo è sempre il discorso di Gergetown, con cui ha lanciato un affondo contro “l’impazienza che caratterizza Washington”, facendo notare anche che, “ogni volta che esplode una crisi, si passa troppo spesso da uno stato di shock a uno di trance, con ognuno che cerca di rispondere alla tempesta del momento fino a quando il furore non si estingue”; questo, “invece di affrontare le grandi sfide che forgeranno il nostro futuro, in modo concentrato e intenso”.

Il Time parla dunque di Obama come di un presidente che nei suoi primi 100 giorni ha dimostrato di voler avviare “un cambiamento radicale non solo rispetto alla politica del suo predecessore, non solo rispetto all’era reaganiana durata 30 anni, ma anche rispetto a quella società dell’età post-moderna che va alla ricerca di soluzioni veloci, e che soffre di una mancanza di attenzione”. Il settimanale si riferisce poi ai “risultati legislativi che sono stati raggiunti, e che sono stati stupefacenti”. Il riferimento è al piano di stimoli per l’economia da 789 miliardi di dollari e alla proposta di legge finanziaria ancora in fase di lavorazione. Ma ci sono anche le nuove manovre concepite per risolvere la crisi finanziaria, che includono “interventi massicci nei mercati del credito e immobiliare, un piano basato sul mercato per l’acquisto degli asset tossici che molte banche hanno nei loro libri contabili, un piano per aiutare il settore automobilistico e un nuovo regime severo di regolamentazione per Wall Street”.

Per non parlare dei cambi di strategie che, questo sempre in soli 100 giorni di presidenza, Obama ha avviato nei rapporti con Cuba e nella guerra in Afghanistan. “In un certo senso, i primi 100 giorni di Obama sono stati ancora più spettacolari di quelli di Roosevelt -, afferma Elaine Kamarck della Kennedy School of Government di Harvard – Roosevelt si è dovuto occupare solo di una crisi nazionale, mentre Obama ha effettuato anche una revisione nelle decisioni di politica estera, che si riferiscono anche a due guerre. E questo spiega il segreto del perché (la sua presidenza) sia sembrata così spettacolare”.

E’ forte, precisa il Time, la differenza tra Obama e il suo predecessore George W. Bush che mai avrebbe ammesso di aver sbagliato. Il settimanale Usa fa riferimento invece al candore del nuovo presidente, che non ebbe alcun problema nel fare mea culpa quando la scelta di Tom Daschle a ministro della Sanità si rivelò non proprio tra le più giuste (Daschle, leader democratico del Senato inizialmente scelto da Obama per guidare il dicastero, è stato costretto infatti a mettersi da parte dopo lo scandalo per il mancato pagamento di tasse e interessi dovuti complessivamente per 140.000 dollari). Laddove Bush risultava impacciato a parlare, Obama è praticamente un oratore nato e, ancora, il nuovo presidente americano non ha neanche problemi a parlare “candidamente dei fallimenti americani, sia quando viaggia nel paese che all’estero”.

Così come Roosevelt e Reagan, per il settimanale Obama è riuscito insomma a cambiare “lo spirito della nazione, più di qualsiasi altra cosa”. Detto questo, il Time fa notare però che lo spirito di una nazione può anche cambiare molto velocemente, soprattutto in un contesto di informazioni veloci come quello in cui viviamo. Dunque il timore è che, “questi primi 100 giorni possano apparire a un certo punto presagio di disastri, se le politiche finanziarie del presidente saranno inadeguate a risolvere la crisi”; e allo stesso risultato si arriverà anche se le strategie di politica estera si riveleranno inefficaci. In definitiva, “il destino del primo anno della presidenza di Obama sarà probabilmente determinato dal modo in cui il presidente gestirà quattro distinte sfide, due di politica estera e due domestiche.

E le sfide domestiche sono le più importanti, considerata la crisi finanziaria”. Una è rappresentata dall’atteggiamento dei banchieri e dei dirigenti di Wall Street; se questi non accetteranno di cambiare il loro comportamento (e il riferimento è ai bonus dalle cifre astronomiche che, nonostante tutto, hanno continuato a essere erogati), allora “il piano finanziario di Obama potrebbe fallire”. E a tal proposito il Time cita la “miniribellione” dei dirigenti di diverse società, che vanno da J.P. Morgan a Chrysler, e che “non vogliono ricevere i prestiti governativi perchè non vogliono rinunciare ai loro bonus”. La seconda sfida domestica è rappresentata dall’atteggiamento invece del Congresso che, come ha dimostrato già nelle ultime settimane, potrebbe non soddisfare tutte le richieste di Obama. “Sappiamo che non ogni vagone che arriva (al Congresso) supera la frontiera”, sottolinea un consulente di Obama usando una metafora. E in questo senso è grande la preoccupazione sulla fine che farà il “vagone” della riforma del sistema sanitario.

Riguardo alle due sfide di politica estera, una è rappresentata dall’incertezza su alcune scelte promosse dal presidente; nessun dubbio né sul capo del Pentagono, Robert Gates, nè sul segretario di Stato Hillary Clinton. Ma qualche perplessità esiste sulla scelta del consulente della sicurezza nazionale James Jones che, secondo alcune fonti, “presenzia ai meeting, senza però guidarli”. C’è poi l’ultima sfida, che è quella di utilizzare nei rapporti di politica estera i canali diplomatici, ricordando però contestualmente a tutti che il presidente americano è un “leader forte”. Insomma, conclude il Time, “Obama ha vissuto un momento eccezionale nell’annunciare le sue intenzioni”. Ma il “vero gioco” inizia adesso. Dunque, per quanto questi primi 100 giorni siano stati spettacolari, lo stesso settimanale decide di andare al di là di questa tappa che per molti esperti ha alla fine più una risonanza mediatica che non reale