Bankitalia: mai viste lotte di potere di cosi’ bassa lega

29 Settembre 2011, di Redazione Wall Street Italia

Roma – E’ braccio di ferro sul nome di Fabrizio Saccomanni come successore di Mario Draghi al vertice di Bankitalia. La sortita di ieri di Giulio Tremonti, che ha rilanciato Vittorio Grilli alla guida di Palazzo Koch, ha provocato la reazione del Consiglio superiore di Via Nazionale, che ribadisce la necessità di scelte sulla scia dell’autonomia e dell’indipendenza dell’Istituto. Concetti che anche per il Quirinale rappresentano la via maestra da seguire.

Tutto ciò si sarebbe tradotto in una situazione di stallo nella complessa partita per la successore di Mario Draghi alla guida della Banca d’Italia. Anche se sembra essere sempre Saccomanni in pole, visti gli identikit forniti non solo da Bankitalia ma anche dall’opposizioni. E visti anche i requisiti richiesti dal Colle. Resta il fatto, però che nonostante la girandola di incontri e colloqui che, nelle ultime 48 ore, hanno coinvolgono il Quirinale, Palazzo Chigi, il ministro dell’Economia e l’attuale numero uno di palazzo Koch, la soluzione sembra ancora in alto mare.

L’ipotesi di una candidatura interna sarebbe gradita non solo al Capo dello Stato, si ragiona in ambienti di maggioranza e opposizione, ma anche caldeggiata dal board di via Nazionale. E avrebbe tra gli sponsor la stessa Bce. Ad alzare le barricate è invece il titolare di via XX Settembre favorevole, come Umberto Bossi, all’ascesa di Vittorio Grilli, attuale direttore generale del Tesoro. Una partita complessa su cui Berlusconi al momento sceglie di non forzare la mano sfruttando, spiegano i suoi fedelissimi, tutto il tempo a disposizione per arrivare a formalizzare un nome che eviti di aprire fratture profonde nel governo.

Dopo i contatti ad alto livello di ieri, oggi ci sono stati nuovi incontri a palazzo Chigi e al Quirinale. A varcare il portone del governo è stato prima Mario Draghi, poi si è presentato Giulio Tremonti. Il numero uno di via nazionale si è poi recato dal Capo dello Stato. Montecitorio invece, complice il voto sulla mozione di sfiducia a Saverio Romano, è diventata la cornice per una serie di valutazioni politiche nella maggioranza sulla questione. Il titolare del Tesoro viene fermato da diversi parlamentari e ministri tra cui Roberto Maroni.

Se Bossi in mattinata aveva espresso il suo gradimento per Grilli perché “di Milano”, il titolare del Viminale torna sull’argomento con Tremonti: “Ad agosto – gli chiede il ministro del Carroccio – avevamo detto che era meglio mandare uno che era indicato da Draghi”. Il titolare di via XX Settembre però sarebbe al momento irremovibile. Stessa cosa viene fatta filtrare da via Nazionale dove il Consiglio superiore dell’istituto centrale garantisce che sarà rispettata l’autonomia e l’indipendenza. A seguire con preoccupazione l’intera vicenda è Giorgio Napolitano. E’ chiaro che il capo dello Stato è impegnato a far sì che siano rispettate tutte le procedure previste dalla legge alla ricerca di una soluzione che raccolga il consenso più ampio. Il bandolo della matassa è ora nelle mani del Cavaliere che si trova a dover fare i conti anche con la componente del Pdl ‘anti Tremonti’ che lo invita a non cedere alle richieste del ministro dell’Economia.

Tant’é che una delle ipotesi prese in considerazione è quella di provare a far convergere tutti su un altro candidato. Una sorta di ‘terza via’ che al momento appare difficilmente percorribile. E’ girata ancora in serata una terna di nomi che comprenderebbe, oltre a Saccomanni, anche Grilli e Bini Smaghi. Una soluzione però, si ragiona sempre in ambienti della maggioranza, che porterebbe a far bloccare il pendolo sempre sul nome dell’attuale direttore generale di Bankitalia.

Impegnato nel cercare una soluzione che eviti l’ennesimo scontro all’interno del governo è Gianni Letta. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio è costantemente in contatto con i più alti livelli istituzionali, ma anche con i leader dell’opposizione che all’unisono convergono nell’appoggiare la scelta di Saccomanni. I leader di Pd e Udc, Casini e Bersani non scandiscono il nome in modo esplicito, ma in una nota congiunta nell’esprimere “preoccupazione per l’incertezza del governo” a proporre un candidato, contemporaneamente, ne indicano l’identikit: “L’obiettivo fondamentale – scrivono – è che alla Banca d’Italia sia assicurato presto un assetto di vertice stabile; che non presti il fianco a interpretazioni negative, fondate o meno che siano, sull’autonomia della banca centrale italiana”.

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Su Bankitalia rissa indecente

Niente accordo sul candidato a palazzo Koch. Bossi: «Voto Grilli, è milanese». Maroni: «Meglio un interno». Ennesimo duello tra il premier e Tremonti.

Bankitalia, per il Colle «scontro irresponsabile» RETROSCENA. Napolitano irritato per la rissa nel governo: cose si bruciano nomi di alto profilo. Duello Berlusconi-Tremonti. Letta resiste: «Saccomanni è la nostra linea del Piave».

DI ALESSANDRO DE ANGELI

Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

L’irritazione di Giorgio Napolitano nasce quando si materializza proprio lo scenario che il capo dello Stato voleva scongiurare. E su cui da giorni aveva recapitato in via informale tutta la sua preoccupazione. La nomina del governatore di Bankitalia ormai alimenta un’evidente rissa nel governo.

Enon solo tra Berlusconi e Tremonti. Il caso è enorme. La lettera con l’indicazione del nome di Saccomanni era già stata protocollata a palazzo Chigi venerdì scorso e avrebbe dovuto essere consegnata a palazzo Koch lunedì. Ma non è mai partita. E quindi non è arrivata né al Quirinale, né ha potuto dare un parere il consiglio superiore della Banca d’Italia riunitosi ieri mattina, e pronto ad aggiomarsi nel pomeriggio in caso di novità.

Ecco Io sgomento del Quirinale. I giorni passano, si avvicinano importanti appuntamenti come il Consiglio europeo di metà ottobre, e manca il governatore della Banca d’Italia, mentre Draghi ha le valigie pronte per la Bce. Uno stallo inquietante, per il capo dello Stato, ancor più inquietante perché causato da un gioco di veti incrociati. Col superministro dell’Economia che ancora ieri ha continuato a puntare sul “suo” candidato, Vittorio Grilli. E con Berlusconi, che pure aveva avviato la pratica perla nomina di Saccomanni, che lo subisce, rinunciando a esercitare le prerogative che la legge gli assegna sulla proposta da sottoporre al Colle.

Atteggiamento irresponsabile da parte di tutti, per Napolitano. Che ha seguito la vicenda in modo vigile, attento, senza mai prendere una posizione per questo o quello. Anzi auspicando che attorno al nome si creasse un clima di consenso. Considerazioni, queste, al centro degli incontri di Mario Draghi col capo dello Stato, ma soprattutto a palazzo Chigi col premier. Fare presto, fare bene, è il messaggio recapitato a Berlusconi da Draghi. Anche perché la rissa con Tremonti sta producendo un effetto deflagrante sul tema, se ieri pure dentro la Lega si è manifestata la linea di frattura. Umberto Bossi ha dichiarato il suo pubblico sostegno al candidato del Tesoro, perché milanese, e forse perché legato a quel mondo delle fondazioni bancarie che rappresenta un punto di riferimento del “partito del nord”. Mentre Roberto Maroni ha recapitato tutto il suo scontento a Giulio: «Ad agosto – gli ha detto durante un poco cordiale scambio di battute alla Camera – si era deciso che il governatore sarebbe stato un interno a Bankitalia, non un esterno».

Le premesse portano a un burrascoso incontro a palazzo Chigi nel pomeriggio tra il super-ministro e il premier. Trapela l’ennesima fumata nera. Segno che ormai lo scontro di potere va oltre il merito della nomina. È una questione politica. E non è un caso che il più attivo nel contrastare «Giulio» sia in queste ore Gianni Letta. Ieri il sottosegretario ha spiegato al Cavaliere che un cedimento sul tema suonerebbe come un rompete le righe”.

La «tregua» col Tesoro è stata vissuta dal mondo berlusconiano come un cedimento: nessuna cabina di regia, non un euro sullo sviluppo. Ci manca la resa su Bankitalia e nel Pdl pure i fedelissimi del Capo sono pronti alla bandiera bianca. Ecco che Letta fa sapere che per lui la questione di Saccomanni «è una linea del Piave». Irrinunciabile.

La resistenza del sottosegretario però non argina, nel Pdl, la sensazione di una prossima implosione: «Berlusconi – ragiona più di un ministro – aveva l’occasione per battere un colpo facendo vedere che comanda lui, e invece ha fatto capire che non è in grado di garantire più nessuno». Tanto che in vista del “dopo” fervono i preparativi. Pure i fedelissimi che non hanno correnti si stanno organizzando. Guido Crosetto, ad esempio, la prossima settimana fonderà l’associazione «Controcorrente», con chiara vocazione antitremontiana. Con lui parecchi frondisti di impronta liberal. Perché, dicono in molti, il segnale è n’equivoco. Il Cavaliere ha la testa solo sui processi, non riesce a imporre più nulla.

Tanto che ieri Tremonti si è presentato alla Camera sfoggiando sicurezza e aria di sfida: «Il decreto sviluppo? Sono solo chiacchiere» ha scandito a un collega di governo. E poco importa che si è composta una task force formata da Fitto, Romani e Brunetta per scucirgli al tavolo qualche euro sullo sviluppo.

Sono chiacchiere, per «Giulio». I fatti sono che il presidente del consiglio ieri ha firmato il decreto che prevede sei miliardi di tagli ai ministeri, un piano di lacrime e sangue pensato da Tre-monti, avversato da mezzo governo, ma alla fine il premier ci ha messo faccia e fuma. E i fatti sono che a causa della rissa su Bankitalia e delle «chiacchiere» sullo sviluppo non è ancora stato convocato formalmente il consiglio dei ministri previsto, anzi ipotizzato, per domani. Se non venisse nominato il nuovo governatore di Bankitalia, sarebbe l’ennesima occasione persa.

Di passi in avanti in tal senso ne sono stati fatti parecchi. Ecco un altro capitolo dell’irritazione del Colle. Oltre all’incertezza, o meglio all’assenza di guida nel governo, la politicizzazione della nomina sta nuocendo, e non poco, ai due “candidati”. Entrambi hanno un ruolo alto, posizioni di responsabilità in relazione al contesto italiano e europeo. Averli buttati senza rete nelle nevrosi della maggioranza nuoce al paese e nuoce a loro. Rischia di bruciarli. E non è un caso che ieri si è iniziato a parlare di un «terzo nome». Il premier pare non avere fretta.

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Berlusconi: “Se insisto su Saccomanni. Tremonti farà cadere il governo”

Spunta il “terzo uomo” per disarmare Tremonti

di Francesco Bei – Elena Polidori

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“Io su Saccomanni sono allineato, ma ho problemi interni: quello mi fa cadere il governo”. Le quattro del pomeriggio, a palazzo Chigi. Mario Draghi si sta accomiatando dal Cavaliere, dopo un incontro di mezz’ora, l’ennesimo, tutto dedicato alla successione al vertice della Banca d’Italia.

Silvio Berlusconi, salutando l’ospite, conferma il suo sostegno al candidato “interno”, Fabrizio Saccomanni, direttore generale dell’Istituto. E tuttavia ammette tutta la sua impotenza: «quello», Giulio Tremonti, non solo insiste sul nome di Vittorio Grilli, direttore generale del Tesoro, ma minaccia di gettare la spugna se non passa il suo uomo, trascinandosi appresso l’intero governo. Bisogna trovare una Napolitano attende con impazienza una decisione che, per legge, spetta al premier scappatoia: un terzo nome? Una forzatura procedurale? Di sicuro conviene prendere tempo.

La tattica attendista serve anche a trattare con Tremonti i contenuti del decreto-sviluppo avendo una merce di scambio preziosa. Va bloccata la successione fino alla firma del provvedimento. Oltretutto c’è anche la novità della sponda offerta da Bossi con il pubblico sostegno al «milanese» Grilli (anche se da via Nazionale ricordano che pure Saccomanni, da bocconiano, ha un’impronta lombarda). Ma è stallo, la procedura di nomina non èstataneppureavviata: il consiglio superiore della banca, in assenza di una candidatura, si è chiuso ieri con un nulla di fatto.

Il tempo stringe e anche il presidente Napolitano, che ha ricevuto di nuovo lo stesso Draghi, attende con impazienza una scelta che, per legge, spetta appunto al premier. Stretto fra le insistenze di Tremonti e le pressioni di Draghi, Berlusconi si ritrova con le spalle al muro. Tanto da aver escogitato una soluzione giudicata dagli stessi ministri Pdl «al limite del legalmente possibile»: presentare alla Banca d’Italia entrambi i nomi dei contendenti, scaricando su palazzo *** Koch l’onere della scelta di Saccomanni e quindi la responsabilità di scontentare il ministro dell’Economia.

Ma Berlusconi, temendo l’ipotesi delle dimissioni di Tre-monti più di qualsiasi altra cosa, sta anche lavorando su un’idea del tutto opposta, a riprova della confusione che regna a palazzo Chigi. Si parla di una forzatura della procedura di nomina per costringere la Banca d’Italia a “digerire” il candidato di Tremonti. In pratica, il Cavaliere chiederebbe al consiglio dei ministri un pronunciamento politico sulnomedi Grilli per mettere palazzo Koch di fronte al fatto compiuto. Solo dopo passerebbe la “pratica” al consiglio superiore della Banca, che deve esprimere un parere, motivandolo.

Un’opzione del genere viene stoppata come «irricevibile» dal consigliere anziano, Paolo Blasi. E con ogni probabilità susciterebbe anche le resistenze del Colle che continua a chiedere a palazzo Chi-gi «il rispetto rigoroso delle procedure». Di fronte a questi bizantinismi, nella maggioranza si sta facendo strada l’ipotesi di un candidato di mediazione, un uomo nuovo. La “rosa” di cui si parlava ieri in Transatlantico ha quattro petali: l’interno Ignazio Visco, per cominciare, che è oggi il vice di Saccomanni.

Un precedente simile si è già verificato nella storia centenaria dell’Istituto con Antonio Fazio, nominato da Ciampi governatore, dopo aver scavalcato l’allora direttore generale, Lamberto Dini. E ancora: Domenico Siniscalco, ex ministro del Tesoro, oggi a Londra. «Ma con lo stipendio che gli danno a Morgan Stanley», osserva malizioso un esponente del governo «lo voglio vedere che torna in Italia». C’è poi Guido Tabellini, rettore della Bocconi, di cui si è parlato anche come possibile sostituto di Tremonti, nei giorni del gran -de gelo con il premier. E per finire, l’economista Mario Monti, che ha già smentito. Ma agli occhi del premier ha un vantaggio su tutti gli altri: eliminerebbe un pericoloso candidato per guidare un governo tecnico.

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